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IVONNE (2^ E ULTIMA PARTE)

Giunto davanti ad un portone mezzo diroccato mi fermai; il suono veniva dal piano di sopra. Mi guardai intorno ancora una volta.. silenzio assoluto se non quella musica che pareva prendermi per un braccio e trascinarmi. Iniziai a salire le scale ingombre di detriti.. lentamente giunsi al primo piano senza nemmeno dare un’occhiata oltre le porte che avevo appena superato. Continuai a salire ancora.. secondo piano.. ecco, era qui..la fonte della musica che sentivo era dopo quel portone marrone, tutto scheggiato e mezzo socchiuso. Con infinita precauzione, poggiai il mio fucile alla porta e cominciai a spingere piano per aprire.. la prima cosa che notai fu che il soffitto non c’era più.. era crollato dentro l’appartamento, ma nonostante ciò tutto era immerso nella penombra data dal calare della sera e dal fumo che aleggiava tutto intorno alla casa.. Rimasi sull’uscio e guardai dentro con circospezione.. riuscendo finalmente a vedere da dove veniva quel suono. In un angolo della stanza stava un pianoforte e, seduta, una donna stava suonando con aria rapita, come se tutta quella distruzione che le stava intorno fosse in un altro posto.. in un’altra dimensione. Indossava un vestitino bianco, di taglio tipicamente francese.. troppo bianco in mezzo a tutto quel disordine e a quella polvere. La ragazza mi dava le spalle, quindi non aveva avuto modo di vedermi arrivare.. ma potevo vedere che aveva i capelli non molto lunghi, nerissimi.. e la pelle delle braccia bianchissima.. era senza scarpe… Rimasi ancora qualche secondo li, appoggiato allo stipite della porta.. non sapevo cosa fare, ma soprattutto non volevo spaventare a morte quella donna con una mia apparizione improvvisa alle sue spalle. Fu lei a prevenirmi. Ad un tratto infatti smise di suonare.. il silenzio divenne cosi veramente totale ed ancor più inquietante. Lentamente si alzò in piedi, poi si voltò; era bellissima.. il volto era incorniciato dai suoi capelli scuri e i suoi occhi neri, grandi e profondi, spiccavano nel pallore quasi spettrale del suo viso. Non osavo dire nulla.. non sapevo che effetto avrebbe avuto una qualsiasi mia parola su quella donna che non sembrava nemmeno vera.. Restammo a guardarci ancora per qualche istante.. poi lei mi sorrise e mi venne incontro.. “La musica è una cosa meravigliosa.. non trovi..?” Appena mi fu di fronte notai subito che aveva gli occhi stanchi.. come chi non dorme da giorni. Tuttavia questo particolare nulla toglieva alla sua bellezza veramente notevole.. “Qual è il tuo nome?”- fu la sua domanda successiva.. “Hoffmann.. Paul Hoffmann” riuscii a dire con un filo di voce, stupefatto che quella ragazza non avesse paura di me ma che, anzi, fosse quasi sollevata dalla mia visione.. “Io mi chiamo Yvonne.. Yvonne Doubois” Sorridendo ancora, mi fece segno con la testa.. “Entra.. accomodati, ti prego..” Prendendomi per mano, mi portò al centro della sala, dove un vecchio divano verde stava vicino ad un tavolino di legno e cristallo.. Lei si appoggiò al pianoforte e prese a fissarmi molto intensamente.. mettendomi in forte imbarazzo. Non riuscivo a reggere quello sguardo e mi guardavo intorno.. cercando qualcosa da dire.. ero a disagio. “Hai visto quanto movimento c’è in paese?”-disse lei ad un tratto.. -”oggi è festa.. i contadini vengono qui dalle campagne circostanti a vendere le loro cose al mercato.. la gente mette il vestito buono e l’aria è piena degli odori di buone cose da mangiare..” Rimasi trasecolato.. non riuscivo a credere a ciò che avevo appena udito!! Quella ragazza se ne stava in una casa mezzo distrutta, al centro di un paese che non esisteva più ed i cui abitanti erano morti, o scappati via di corsa.. e mi parlava di festa del paese??? Si staccò dal pianoforte e recatasi vicino ad un vaso di fiori rossi, ne prese uno annusandone il profumo.. Stavo per rispondere, quando lei mi fece ancora una domanda.. “Ma che fai qui?.. Come mai un soldato a Oradour Sur Glaine? Pensai fra me e me che quella donna fosse uscita di senno.. completamente di senno.. si, non poteva essere altrimenti d’altra parte.. Il suo sguardo si fece cupo.. triste.. i suoi occhi sembrarono vedere cose lontane chilometri da quella stanza.. “Già.. la guerra.. Paul, tu ce l’hai una fidanzata?” “Si..” “E come si chiama?” “Greta..” …sorrise ancora, guardandomi teneramente.. poi si avvicinò e mi porse il fiore che teneva in mano con un sorriso dolcissimo.. “Tieni, Paul.. quando tornerai a casa, porta a Greta questo fiore.. e dille che glielo manda una donna che ha vissuto abbastanza per capire cosa nella vita è importante e cosa invece no.. e dille di fare la stessa cosa di fare di tutto per capire cosa è degno di essere vissuto e cosa invece non ha alcun senso”. Accettai quel fiore e lo misi nella tasca della mia giubba.. stavo per ringraziare, quando dalla strada, udii i miei compagni che mi stavano cercando chiamandomi a gran voce. Voltai lo sguardo per un attimo verso la porta.. avevo timore che loro potessero trovare li quella ragazza.. non si sa mai, erano uomini che ne avevano viste di tutti i colori e magari potevano farle del male.. Il mio sguardo tornò di nuovo verso la donna.. ma questa non c’era più! Mi guardai intorno, guardai anche nelle altre stanze dell’appartamento.. ma di lei nessuna traccia. Intanto dalla strada continuavano a chiamarmi.. quindi mi decisi a scendere, ancora molto perplesso per quello che era appena accaduto.. Giunto dabbasso, mi presi una sonora lavata di capo dai miei compagni, i quali credevano fossi caduto vittima di un’imboscata e stavano per partire senza di me. Alla domanda se avessi visto qualcuno o meno risposi decisamente di no. Intanto era sceso il buio..tornammo verso la piazzetta dove avevamo lasciato il camion e per tutto il vicolo, non feci altro che voltarmi indietro.. per cercare con lo sguardo quella ragazza. Avevamo avuto ordine di abbandonare il paese perché il nemico ormai era troppo vicino.. e noi eravamo forse gli ultimi soldati rimasti di retroguardia.. Partimmo rombando in tutta fretta.. ma il nostro viaggio durò poco; infatti appena all’uscita del paese il mezzo su cui eravamo si guastò, emettendo nuvole di fumo nero da sotto il cofano. Scendemmo di nuovo, molto nervosi e il comando, contattato via radio, ci consigliò di passare la notte lì.. in attesa di qualcuno che fosse venuto a recuperarci a breve.. Io e Muller ce ne andammo nel cimitero, un posto un po’ lugubre, ma senz’altro il più sicuro.. Nella zona infatti non c’erano altri ripari. Ci mettemmo comodi il più possibile, io mi appoggiai ad una lapide con lo zaino sotto la testa, e provai a dormire un po’.. ma avevo nella mente ancora Yvonne.. e non riuscivo a scacciare quella stranissima visione dalla mia memoria. Non so quanto ho dormito.. ricordo solo che alle prime luci del mattino, la mano rude di Muller mi scosse la spalla.. “Dai.. svegliati Paul, sono venuti a prenderci, dobbiamo andare..” Mi alzai ancora mezzo intontito per il poco sonno di cui avevo goduto.. e con le ossa tutte doloranti per la scomoda posizione.. Raccolsi il mio fucile a terra.. poi l’elmetto. Quando feci per prendere lo zaino, il mio sguardo andò per caso sulla lapide.. e sulla foto che c’era sopra..quella di Yvonne!!!.. La scritta incisa sul marmo diceva “Yvonne Doubois.. N. 27/1/1920 – M.7/8/1944”.. una settimana prima dunque.. Il fucile mi cadde dalle mani.. ero semplicemente inebetito.. confuso.. ricordo che l’unica cosa che riuscii a pensare fu “Non è possibile.. questa cosa non è affatto possibile..” D’istinto misi la mano nella tasca della giubba e ne trassi il fiore rosso che Yvonne mi aveva donato la sera prima.. sul terreno, a pochi centimetri dalla sua lapide, ne era nato uno del tutto simile.. “non è possibile”, mi ripetei mentalmente… “Paul!! Dai.. ti vuoi muovere?? Dobbiamo andare!!” – era la voce di Muller che mi chiamava dal camion venuto a prenderci.. Raccolsi tutto il mio armamentario.. e mi allontanai da quel posto, sconvolto per quello che avevo appena visto. Poco prima di compiere l’ultima curva che ci avrebbe privati della vista del paese, mi voltai ancora una volta verso le rovine.. e nella luce incerta del primo mattino, sono sicuro di aver visto una esile figura in abito bianco che mi salutava da una finestra.. ma era molto lontana.. e non ne scorsi che i contorni.. -Dopo la guerra sono tornato a Oradour.. ma poche ore dopo la nostra partenza, un imponente bombardamento lo aveva completamente distrutto e ciò aveva convinto i francesi a ricostruirlo un chilometro più in là. Nel cimitero nuovo non c’era traccia alcuna di Yvonne Doubois.. e quando, annaspando nei ricordi, mi recai con la mia vecchia auto nel punto dove doveva essere quello di un tempo, non lo trovai più.. al suo posto stava un enorme prato dove, in un angolo, stava un bellissimo cespuglio di fiori rossi.. come quello che Yvonne mi aveva regalato quella sera dell’agosto 1944. Mi avvicinai.. poi mi voltai verso la mia Greta, ancora bella nonostante gli anni.. “E’ qui.. si, è proprio qui”.. Greta tolse dalla sua borsetta un piccolo involucro di plastica e ne trasse un fiore rosso tutto rinsecchito, che posò con mille attenzioni in mezzo a quelli, freschi e rigogliosi, del cespuglio.. Sostammo ancora 5 minuti li.. io guardavo in terra.. Greta mi teneva la mano, come quando eravamo ragazzi.. Quando andammo via, io mi volsi un attimo verso il cespuglio.. “Addio, Yvonne.. un giorno sono sicuro che ci rivedremo.. da qualche altra parte non su questa terra.. e mi spiegherai il significato di quella sera d’agosto..”. La mia vecchia auto lasciò Oradour con il suo carico di mille domande, a cui il tempo non aveva affatto dato una risposta.

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