Rimani sempre aggiornato! - Scarica l'App di New Entry!

“MALVINA” di Svetoslav Minkov

Io non conoscevo Malvina. Ma un pittore non poteva lasciarsi prendere dall’imbarazzo per colpa di un simile pregiudizio. Sono andato da lei, le ho spiegato il mio desiderio nei minimi dettagli e lei ha accettato. Ha iniziato a venire nel mio studio.
E il quadro in cui volevo incarnare l’immagine dell’eterna bellezza, dell’eterna innocenza, progredì con sorprendente successo, e molti che l’avevano visto mi rivelavano le prospettive di un luminoso futuro. Ma ho anche dovuto prendere ordini secondari perché la mia situazione finanziaria era troppo sconvolta. Tuttavia, anche se con difficoltà, superavo gli ostacoli ed ero così preso dal mio lavoro che a volte non riuscivo nemmeno a dormire. Ho lavorato instancabilmente. Un giorno, quando il dipinto doveva essere completato, Malvina non venne. E non è mai più venuta. Questo, ovviamente, mi ha fatto disperare, perché il quadro su cui avevo lavorato per così tanti anni è rimasto incompiuto. Ho cercato Malvina ma non l’ho incontrata da nessuna parte. Poco dopo ricevetti una lettera. Una lettera di cui non conoscevo il mittente. Ero stato chiamato per eseguire un ordine, per dipingere un’anziana sul letto di morte. Non sarei mai andato se non mi fossi trovato in una situazione così difficile di estrema povertà e miseria. Non avevo nemmeno i soldi per il pane.
E così presi il mio treppiede e la tavolozza e mi diressi all’indirizzo indicato. Mi sono ritrovato in periferia, davanti a una vecchia casa diroccata. Ho suonato il campanello. I suoni di un abbandono remoto echeggiavano da tutti gli angoli della casa. Nessuno mi aprì. Afferrai la maniglia e poi la porta si socchiuse con un cigolio così spaventoso che esitai per un momento. Volevo tornare indietro. Ma avevo grandi speranze per questo ordine. Anziana sul letto di morte – un ricordo eterno per il quale avrei potuto prendere molti soldi. E sono entrato. Ho attraversato un corridoio buio, raggiungendo una porta. Ho bussato. Nessuna risposta. Ho proseguito avanti. Un’altra porta. Ma ancora nessuna risposta. Ero arrabbiato.
Mi era stato detto di venire qui e nessuno mi accoglie, nessuno per guidarmi. Avevo seriamente deciso di tornare indietro, ma in quel preciso momento, in mezzo a quel silenzio tombale che regnava tutt’intorno, risuonò una risata beffarda, che mi terrorizzò e mi gelò il sangue:
– Eh, eh, eh! Lei si è perso, ah, si è perso!
Qui, qui, nella stanza in fondo! Eh, eh, eh.
Superai la mia codardia e mi diressi verso il lato da cui proveniva la voce. Quando entrai nella stanza, il bagliore di migliaia di candele funebri quasi mi accecò. Vidi un’anziana su un letto, con un solo occhio – estinto e morto – con disgustosa bocca sdentata dalla quale usciva un riso crudele. Sopra il letto era appeso un vecchio orologio rovinato le cui lancette ruotavano così velocemente che facevano volare le ore come se fossero interi giorni e settimane.
Vicino alla vecchia c’era un prete in tonaca bianca, che riempiva di vino due crani umani e con un’incomprensibile brindisi accostava uno di loro alla bocca della malata.
E l’anziana, ubriaca, continuava a ridacchiare senza motivo e crudelmente, la sua bocca sdentata brontolava: – Domani sarò morta e adesso bevo, purifico la mia anima.
Non riuscendo a sopportare l’orrore di questa orribile e svergognata scenata sfuggii di corsa.
Una sera d’autunno, mentre attraversavo il viale, mi si avvicinò un’auto chiusa. La cosa interessante è che non vidi nessun autista e nessun passeggero. Solo un enorme necrologio verde incollato al serbatoio. E lì lessi: Pregate per Malvina. E’ meglio che Malvina sia morta. Perché dopo quell’incidente, non potevo comunque continuare il mio disegno, il quadro dell’immagine dell’eterna innocenza, dell’eterna bellezza. La risata della ubriaca anziana e quelle parole sacrileghe continuavano a risuonare nelle mie orecchie… e così me ne andai.
Lasciai la città e girai tutto il mondo. E per molti anni ho vagato in terre lontane e tutto ciò che un tempo era stato un sogno della mia adolescenza si era avverato. Ho visto i fiordi, ammirato la corrida in Spagna, fatto un giro in barca sulle acque dei laghi luminosi in Giappone, riposato all’ombra di antiche sfingi e piramidi. Ma non ero felice. Volevo dipingere un quadro dell’eterna bellezza e innocenza, sognavo di creare un opera immortale. E solo questo pensiero sosteneva la mia vita. Ma quella dannata vecchia si era messa in mezzo e tutto è crollato. No, non ero felice. Un giorno dovetti tornare nella mia città natale. Era primavera. Sopra lo stretto sentiero che portava a casa mia, le amarene spargevano i suoi fiorellini e i riflessi del sole al tramonto giocavano allegramente sulle finestre polverose del mio studio. Trovai la chiave e aprii la porta. Lì – nel regno dei miei sogni – era tutto vuoto, deserto. A parte i ratti, sorpresi dalla mia improvvisa apparizione, corsero tra gli schizzi in disordine.
Mi avvicinai al dipinto, lo ripulii dalla polvere: volevo vedere ancora una volta le tracce di ciò che una volta credevo possibile. Non potevo credere ai miei occhi… Non era un incubo? Sulla tela dove avevo dipinto Malvina c’era il ritratto della vecchia. Quell’occhio spento mi guardava di nuovo, fisso e spavaldo, la bocca sdentata farfugliava. – “Hai capito adesso, hai capito” Corsi dai padroni di casa e chiesi loro se qualcuno fosse venuto nel mio studio durante la mia assenza. Mi risposero che non era venuto nessuno. Sono andato in periferia, dove anni fa ero stato invitato a dipingere l’anziana e come allora suonai il campanello. Gli echi della desolazione di tanto tempo fa echeggiavano da tutti gli angoli della casa. Eppure nessuno mi apriva. Tirai la maniglia, ma la porta di pietra diventata verde era chiusa a chiave. Poi iniziai a colpire la porta con i pugni perchè volevo sapere quale fosse la causa di questo stupido scherzo…
La finestra della casa vicina si aprì e un vecchio mi chiese chi stavo cercando.
“Una anziana non viveva qui?” – chiesi.
– Anziana! Il vecchio rispose sorpreso. “No, l’anziana non ha mai vissuto qui.” In questa casa viveva Malvina H., morta nove anni fa.

Racconti tradotti dal bulgaro. Un ringraziamento a Darina Naumova che li ha condivisi con noi.

Condividi