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La fiacca

Mio fratello mi getta una vecchia coperta di lana grezza. Mi mette in mano una torcia elettrica e un grosso sacco di plastica nero. Andiamo, dice. La notte autunnale è fresca, quando si riversa nel silenzio della casa addormentata. Usciamo senza far rumore, avviandoci fuori dal paese. Sentiamo altri passi. Non siamo gli unici cacciatori nella notte. È tempo di fiacca. Quando l’estate strappa gli ultimi giorni all’arrivo dell’autunno. I primi uccelli migratori cavalcano i venti. Verso sud. E si fermano qui a riposare. È tempo di fiacca. Quando la fine si accavalla all’inizio e il fresco prende il posto dell’arsura. È tempo di fiacca. Beppe si ferma davanti a un pozzo. Posa a terra il sacco di plastica. Mi guarda. Tu vai più avanti. Va bene vado. È la mia prima volta. Ho paura. Di sbagliare qualcosa, del buio, dei rumori. Deglutisco e tento di farmi coraggio. Quando arrivo al pozzo successivo lo vedo già occupato da un altro ragazzo. Ha chiuso l’imboccatura con la coperta e sembra cercare qualcosa a terra. Proseguo fino a trovarne uno libero. Mi addentro fin quasi al centro dell’oliveto. Il vento ancora caldo muove le foglie degli antichi alberi, che sembrano un mare argentato nel riflesso dei raggi lunari. Mi avvicino al pozzo. Poso il sacco di plastica, cercando di ricordare tutte le istruzioni impartite da Beppe. Stendo la coperta sull’imboccatura del pozzo. La coperta è vecchia e logora, ma la sua lana antica è in grado di resistere anche a questa notte. Non come quei tessuti moderni fatti per essere gettati via dopo poco. Tanto poco costano, dicono. Non come questa lana, che è costata fatica e vale ogni goccia di sudore pagato. Accanto alla coperta è pronta la torcia elettrica. Funziona? Meglio controllare. Si, perfetto! Il sacco è pronto. Alzo il bordo della coperta e infilo sotto la testa. La luce della luna è per un attimo riflessa dall’acqua e da occhi. Mi ritraggo con un brivido di ghiaccio piantato nella schiena. Il fiato mi si mozza. Terrore. Non c’è altro da dire. Il respiro del vento mi fa tremare. I terribili rumori della notte. Non so se ce la farò. Ma devo. Cosa penserà Beppe se me ne tornassi a casa a mani vuote? Sarei lo zimbello del paese. Per lui una profonda vergogna. No devo farlo. Mi guardo intorno, fino a trovare quel che cercavo. Una pietra grande, da tenere con una mano sola. Ne trovo una piatta e larga. Pesante. Liscia. Ancora calda per il sole ricevuto. Appoggio la torcia sulla pietra mentre con la mano libera sollevo di nuovo un lembo della coperta. Ora che ho visto, so cosa mi aspetta. E tremo. Passo anche col busto oltre l’orlo, poi con la destra prendo la pietra e con la sinistra la torcia. L’accendo. Sono pronto. Un profondo respiro e lascio cadere la pietra. Quegli attimi di silenzio si dilatano all’infinito, facendo turbinare un mondo di paure e pensieri. Poi il tonfo. Silenzio. Il frullio feroce di centinaia di ali, che sbattono l’aria per fuggire da un rumore improvviso. Sagome scure si alzano in volo. I loro occhi alla luce della torcia sono spiritati e demoniaci. Non sono sicuro che il mio inganno funzioni. Forse Beppe si è preso gioco di me. È stato un suo scherzo atroce. Forse lui è qui fuori dalla coperta, pronto a ridere con gli amici del crudele giochetto che mi ha tirato. Allungo la mano libera e una di quelle creature alate vi si fionda dentro nel suo folle volo verso la luce elettrica che ha creduto, insieme ai suoi compagni, che fosse via di fuga. Invece è una trappola! Funziona! grido. La mia mano si chiude di scatto intorno a quel corpo caldo e disorientato. Con tutta la forza che ho scaglio la mia preda a terra. Non perdo tempo a guardare mentre la sua anima si stacca dal corpo. Riapro la mano. Ne afferro un’altra. Poi un’altra e un’altra ancora. Quelle sciocche creature si affannano nella fuga, senza rendersi conto di finire tra le mie mani. Di finire in trappola. Credono che la luce sia la vita. Invece è la morte. Sono centinaia. Forse migliaia. Cercano di scappare fuori dal pozzo ed io non smetto di afferrarle e sbatterle sul duro terreno. Le loro ali mi sfiorano, i becchi e le zampe mi graffiano la camicia e il volto. Non so per quanto vado avanti in questa danza macabra. Mi fermo solo quando il braccio mi fa talmente male da non riuscire più a muoverlo. Allora getto indietro la coperta. Esco alla fredda luce della notte. I prigionieri nel tentare di nuovo la fuga muovono il drappo come un fantasma infeltrito. Fanno compiere alla coperta alcuni metri, poi questa scivola via e centinaia di sopravvissuti fuoriescono come un’amante voluttuosa da una vestaglia di seta. Mi siedo a terra stremato. Accanto a me i corpi si contano a decine. Li raccolgo nel sacco di plastica, che riempio quasi completamente. Recupero la coperta e la torcia che era rimasta accesa. La spengo, perché la luce della luna ha fatto dell’oliveto una landa d’argento illuminata di una fiabesca luce bianca. Caricandomi il sacco sulla spalla penso a Beppe. Quanto sarà fiero di me? Penso a mio padre e mia madre che passeranno i prossimi giorni a pulire i tordi, spennarli e prepararli. Penso alla festa che si farà. Penso che tutti saranno orgogliosi di me. E mi sento felice di aver ucciso. un racconto breve di AGO COMMENTI Chi agisce è un ragazzino costretto da un tipo di cultura (quella maschile) che lo costringe ad un rito iniziatico crudele. Forse in questo caso la caccia ai tordi, visto che poi diventeranno pasto di famiglia, ha una sua ragione d’essere. Ora, che il ragazzino alla fine si senta, dopo tanta paura e “coraggio” felice di avere ucciso, mi sembra incomprensibile, irrazionale,ma, alla fine ,niente di ciò che succede nel racconto può rientrare in qualcosa di ragionevole. Albaboreale È in effetti il racconto di una sorta di rito di passaggio all’età adulta. Un’età in cui trovano posto anche la morte e la crudeltà nell’affermazione di sè stessi. Né condivido i suoi sentimenti. Non c’è niente di ragionevole. Ma questo è quello che è successo all’amico che mi ha ispirato. Agos Io l’ho letto e m’è piaciuto… credo sia una delle storie più realistiche che tu abbia mai scritto. Purtroppo ritengo possibilissimo che un ragazzino si senta coraggioso e felice di aver ucciso un’altra creatura. Io personalmente non ho mai fatto nulla del genere, ma da qualche parte nei ricordi della mia infanzia ricordo alcuni bambini torturare una gatta gravida, sparare uccelli e lucertole con pistole ad aria compressi, o dar fuoco ad insetti con lenti di ingrandimenti. Sembrerebbe che il sadismo faccia parte della natura umana. E’ vero che a quell’età non si ha ben presente ciò che sia la morte e quanto sia preziosa una vita, e quanto sia stupido troncarla per puro diletto… o forse l’uomo a quell’età è più vicino ad una natura ancora lungi dall’essere totalmente storpiata dalla morale – Non è forse nella sua natura uccidere, e porsi a capo del mondo animale? Naturalmente non condivido tali comportamenti, sto solo esponendo alcuni pensieri scaturiti da questa discussione e questo racconto E.B.

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