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Hiroshima e Nagasaki: l’alba nucleare (3^Parte)

Il bombardamento di Nagasaki

La responsabilità di coordinare i tempi del secondo bombardamento viene delegata al colonnello Tibbets. Il raid è programmato per l’11 agosto, obiettivo Kokura, ma viene anticipato a causa di previsioni meteo non favorevoli. Alla missione è assegnato il maggiore Charles Sweeney, al comando del Bockscar.

Vicino alla città di Kokura si trova una concentrazione massiccia di industrie belliche, il Kokura Arsenal, che viene raggiunto dal bombardiere americano alle 3.47 a.m. del 9 Agosto. Questa volta le cose non vanno secondo i piani: il maltempo insiste su tutto il Giappone, la bomba viene armata dopo soli dieci minuti dal decollo per permettere la pressurizzazione dell’aereo e il sorvolo della tempesta. Il giornalista William L. Laurence del New York Times, da un velivolo di scorta, riporta di aver visto alcuni “fuochi di Sant’Elmo” sulla carlinga del B-29, con il rischio che l’elettricità statica potesse innescare una detonazione. I problemi non finiscono qui: Sweeney viene informato circa l’impossibilità di accedere al combustibile di riserva a causa di un malfunzionamento; inoltre, quando il B-29 finalmente giunge sulla zona stabilita, l’obiettivo è oscurato dalla nebbia e la contraerea giapponese inizia a reagire in modo pesante. Kokura non è più un obiettivo ottimale, e il carburante rimasto è appena sufficiente per raggiungere Okinawa includendo un passaggio veloce su Nagasaki. Come fu detto in seguito, “non aveva senso riportarsi la bomba a casa”, quindi alle 11.02 Fat Man – lunghezza 3,30 metri, diametro 1,52 metri, peso 4,6 tonnellate – viene sganciata su Nagasaki. Nagasaki è il porto principale sulla costa occidentale dell’isola di Kyushu. In parte evacuata dopo un bombardamento convenzionale il primo agosto, conta ancora circa 200 mila abitanti. L’ordigno atomico esplode quasi esattamente fra la Mitsubishi Steel and Arm Works e la Mitsubishi-Urakami Torpedo Works; poco più a sud, e sarebbe stato colpito in pieno il cuore commerciale e residenziale della città, con conseguenze assai peggiori.

Sebbene Fat Man abbia potenza superiore rispetto a Little Boy, il danno che produce non è così ingente come a Hiroshima: la disposizione geografica e la detonazione in una zona industriale riparano in parte la città dal calore, dall’onda d’urto e dagli effetti delle radiazioni.

La distruzione di Nagasaki ha generalmente ricevuto meno attenzione rispetto a quella di Hiroshima, ma ha interessato comunque un’area di 110 km2. Secondo un rapporto della Prefettura, uomini e animali sono morti quasi immediatamente entro il raggio di 1 km dal ground zero, 14 mila abitazioni su 52 mila sono state distrutte, e altre 5.400 seriamente lesionate. Sebbene non si sia verificata una tempesta di fuoco come a Hiroshima, sono divampati numerosi incendi in tutta la città, aggravati da una grave penuria d’acqua. Anche in questo caso, gli effetti psicologici dell’attacco sono notevoli.

I morti

È impossibile stabilire con certezza l’ammontare delle vittime causate dai due attacchi atomici. Relativamente a Hiroshima, si può stimare siano morte circa 70 mila persone per lo scoppio iniziale, per gli incendi e per gli effetti a breve termine delle radiazioni. Entro la fine del 1945, a causa del fallout e altre concause, il bilancio oltrepassa le 100 mila unità; dopo cinque anni supera le 200 mila, per gli effetti a lungo temine delle radiazioni (come lo sviluppo di neoplasie) nei soggetti contaminati.

Anche per Nagasaki le cifre sono indicative: la stima più probabile è di 40 mila decessi iniziali e 60 mila feriti, 70 mila morti entro il 1946 e il doppio entro i cinque anni successivi: un tasso di mortalità paragonabile a quello di Hiroshima.

I sopravvissuti

Alcuni dei più importanti edifici di Hiroshima erano costruiti in cemento armato a causa del rischio terremoti e le loro strutture, sebbene vicine all’ipocentro esplosivo, hanno resistito. Inoltre, la deflagrazione è avvenuta in aria e la sua forza si è diretta più verso il basso che lateralmente. Le rovine della città sono state battezzate Hiroshima Peace Memorial e dichiarate patrimonio mondiale dell’UNESCO nel 1996, nonostante le obiezioni di Stati Uniti e Cina.

Esistono casi di sopravvivenza che hanno del miracoloso. Eizo Nomura era, tra i superstiti, il più vicino al ground zero – appena 170 metri – trovandosi nello scantinato della Fuel Hall (adibita al deposito e al razionamento di carburante, la cui struttura regge anche se gli interni bruciano completamente), divenuta la Rest House dopo la guerra. Akiko Takakura al momento dell’attacco si trovava nella solidissima Banca di Hiroshima, a 300 metri, ed è sopravvissuta.

Tsumoto Yamaguchi, ingegnere alla Mitsubishi, è l’unico Giapponese (riconosciuto ufficialmente) scampato a entrambe le atomiche: è a Hiroshima per lavoro quando esplode la prima, dopo tre giorni torna a casa a Nagasaki dove scoppia la seconda.

Degna di nota è la testimonianza di Seiko Ikeda, rilasciata quest’anno in videoconferenza nell’ambito di un progetto organizzato dall’Hiroshima Peace Memorial Museum. È una studentessa di Hiroshima, e la mattina del 6 agosto sta lavorando a meno di 2 km dall’ipocentro esplosivo, assieme a circa 1500 alunni delle scuole medie mobilitati per la costruzione di barriere frangifiamme. Ciò che ricorda è un lampo mille volte più luminoso dell’alba, un boato tremendo e poi il buio totale. L’esplosione la scaglia a 15 metri di distanza e, quando rinviene, si rende conto di avere i capelli carbonizzati, i vestiti fusi sulla pelle, la pelle stessa staccata dal corpo in lembi bruciati. Urla per chiamare aiuto ma nessuno arriva. Raggiunge un gruppo di scampati “simili a fantasmi e demoni” che vagano fra le rovine, vede ovunque pile di cadaveri con bruciature così profonde da non poter distinguere il sesso o l’età, e moltissime persone ancora vive che non riescono a muoversi e si lamentano. “Ho cercato di non camminarci sopra”, racconta, “all’inizio ho provato pena, ma poi più niente”.

Quando la processione dei sopravvissuti raggiunge il fiume, adulti e bambini – capaci o meno di nuotare – si tuffano per trovare sollievo dalle bruciature. Molti annegano o muoiono in acqua, e nei giorni seguenti sono migliaia i cadaveri che tornano a galla con la marea.

“Abbiamo camminato fra case distrutte, dove c’era gente intrappolata che chiedeva aiuto”, continua la testimone, “Io ero una ragazzina, mi sono chiusa le orecchie e ho iniziato a ripetere ‘mi dispiace, mi dispiace’. Non potevo fare niente. Un vecchio mi ha afferrato la gamba chiedendo dell’acqua. Io mi sono liberata e sono corsa via. Ancora vedo quell’uomo nel sonno e nella veglia e sento tutte quelle voci”.

Fine

Fonte Vikipedia

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