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PASSEGGIANDO NEL MONDO DI ADRIANO di Jussin “La Jù” Franchina ®

“In questi ultimi anni mi è capitato di intervistare alcuni dei collaboratori di Adriano Olivetti. In tutti è indelebile il ricordo del primo incontro, una conversazione in cui Adriano si informava sugli ultimi libri letti o sulle radici familiari, per risalire all’ambiente sociale in cui chi gli stava davanti era cresciuto per coglierne le inclinazioni più che le competenze. Molti hanno ricordato l’azzurro chiarissimo dei suoi occhi, la sua gentilezza e la sua determinazione”. Questo passaggio contiene molto del libro di Alberto Saibene, L’Italia di Adriano Olivetti. Una galleria di incontri e rivisitazioni di personaggi – in particolare della cultura e del disegno industriale – che desidera ricostruire gli ambienti e le parole, le suggestioni e le fascinazioni di una figura – Adriano Olivetti, anzi semplicemente Adriano – condizionata dal mito auto-poetico che la sottrae costantemente alla filologia e alla longue durèe degli storici e ai criteri di avalutatività oggettiva degli scienziati sociali.
Saibene adopera spesso il racconto in prima persona: “Passeggiare oggi per l’Ivrea olivettiana -l’altra, oltre la Dora, è sempre rimasta impermeabile alla storia della fabbrica- non è molto diverso da aggirarsi per Pompei: un luogo dove la storia è passata. Anzi l’atmosfera che si respira assomiglia a quei film di fantascienza degli anni Settanta in cui si prende atto che il mito del progresso ha fatto il suo tempo e fabbriche arrugginite sono il fondale di quel che resta dell’umanità. La differenza è che ci sono ancora testimoni a cui chiedere: “Quella di Adriano fu un’utopia?”. La tecnica adottata da Saibene sembra, appunto, quella del flaneur. Non solo nella passeggiata in riva al fiume Dora, sulle cui sponde si trova l’Albergo Dora (“All’Hotel Dora penzolante sul fiume e appoggiato al tunnel della ferrovia, si incontravano più teste fini che al Caffè Rosati di Roma”, scriveva Giancarlo Lunati, uno dei collaboratori di Adriano citato dallo stesso Saibene), ma anche nei boschi e sulle colline, nei sentieri tortuosi e sulle strade più diritte del pensiero e della vita di Adriano.
Lo stesso stile è adottato nelle parti meno note del percorso biografico di quest’ultimo.
Non a caso uno dei capitoli si intitola “Ernst Bernhard e Adriano Olivetti: una traccia.”
Il volto psicanalitico di Adriano – la decrittazione della sua interiorità – è uno dei totem che attira maggiormente quanti si sono misurati con una personalità così polimorfa. Questo volto viene ricostruito dalle parole di Cesare Musatti, che ebbe un rapporto complesso e affettuoso con Adriano, il quale fece una manciata di sedute con lui: “Adriano Olivetti fu in analisi a Roma dal professor Ernst Bernhard, ottima e cara persona più affine per certi suoi elementi, in certo modo misticheggianti, alla mentalità di Adriano, il quale avvertiva invece me come personalità più positiva, ma in quanto tale, diciamo pure, dogmatica”.

Bernhard era uno psicanalista junghiano, studioso di teosofia e esoterismo, chiromanzia e astrologia – temi tutt’altro che estranei all’imprenditore di Ivrea – e appassionato indagatore dei rapporti tra ebraismo e cristianesimo, un altro dei fulcri della interiorità industriale. Non c’è, però, soltanto la vita contemplativa. C’è anche quella attiva. Da imprenditore e da organizzatore culturale, da teorico della politica e da politico, Adriano ha lasciato un segno nella costruzione di una scuola informale che ha plasmato uomini e donne, che sono rimasti nelle fabbriche e negli uffici o che sono andati nelle università, nelle case editrici e negli studi di architettura. Naturalmente questa funzione storica non è stata esclusivo appannaggio della Olivetti di Adriano, riconosce Saibene. Hanno rivestito un ruolo fondamentale pure l’Eni di Enrico Mattei, La Banca Commerciale di Raffaele Mattioli e la Banca d’Italia di Donato Menichella. Tuttavia, quell’impresa – animata da quell’uomo – ha avuto nella storia del Paese un peso e una originalità significativi: “La Olivetti era diversa: globale ante litteram (c’è stata una componente di cosmopolitismo ebraico tra i suoi dirigenti), la cultura del progetto come modus operandi, un nutrito gruppo di giovani che avevano facoltà di intraprendere, favoriti anche dal fatto che la generazione precedente, che aveva legato il proprio destino alle fortune del fascismo, aveva lasciato un vuoto da colmare.

Alberto Saibene, L’Italia di Adriano Olivetti, Edizioni di Comunità, pagg.160, € 13

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