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QUARANTINE

Poche settimane prima del lock down, Willy aveva passato tre notti in tenda quaranta miglia a ovest di Clearmountains, nel deserto, a due passi dalla frontiera col Messico.
Tre notti bellissime, in cui aveva intravisto anche un paio di stelle cadenti ma non era riuscito ad esprimere un desiderio, se non quello di fermare il tempo. Ora quel tempo si era cristallizzato in una città immobilizzata, sospesa, una città popolata da fantasmi, perlopiù ridotti a schiavi di uno schermo che snocciolava il numero dei morti giornalieri attraverso la voce asettica dello speaker, un tizio che somigliava vagamente al presidente ma se possibile più brutto, vestito di un dozzinale completo grigio scuro di due taglie più grande. Anche Willy, come tutti, aspettava il bollettino delle 18:00, trasmesso in diretta nazionale, interrotto ogni cinque minuti da spot che pubblicizzavano cibo spazzatura, pannolini per adulti e nuovi servizi nati in concomitanza con le nuove regole del vivere quotidiano.
La pubblicità lo devastava: gli risultava impossibile non imprecare ad ogni interruzione. Così si imbottiva di bourbon e col tramonto si infilava a letto. Tendeva a vivere col sole: si alzava con lui e moriva un po’ ogni volta che lo guardava scendere. Si perdeva guardando il cielo al tramonto, spesso pieno di rutilanti colori, altre volte nebbioso come un pomeriggio d’inverno sulle rive del Missouri, ne carne ne pesce. Poi arrivava la notte, oscura, fredda e silente come la morte. La notte non aveva volto. Di notte tornavano le sue visioni in bianco e nero, e le voci tacevano. Poteva sbronzarsi, di notte, poteva poi dormire e sognare, e scrivere dei suoi incubi, di notte.
Nel buio del silenzio, quando le cucine avevano smesso di cucinare e la gente digeriva precotti cibi televisivi davanti a radioattivi schermi, quando l’aria era così pesante che sembrava di respirare acqua, i mostri uscivano da sotto il letto, tentacoli d’ignoto lo avvolgevano, e nel sudario imbevuto di gocce distillate finalmente prendevano forma, e sognava di piazze d’inverno, di culi gelati su panchine sbilenche mentre aspettava la fine di un gioco che non finiva, mentre parlava ai suoi incubi e gli dava del voi, quasi fossero plurali visioni d’insieme disegnate sulla lavagna nera di una notte senza luna. La notte, stanco, poteva smaltire i suoi dolori sudandoli nel cuore dell’ignoto, quando infinite stelle lo accompagnavano nei labirinti delle sue psichiche visioni, e il motore girava rotondo, bramoso di freddo ossigeno e bruciante benzina.
Da quando quella merda era piovuta dal cielo, scrivere gli era diventato facile quanto infilare uno spaghetto bollito in una figa asciutta. Il monolocale che aveva affittato sembrava ormai una fogna. Lattine di birra e cartoni della pizza erano sparsi sulla moquette verde marcio. Sul letto tre posacenere colmi di cicche spargevano ovunque la grigia polvere di tabacco bruciato, l’insegna al neon di un’officina vicina lanciava lampi fucsia attraverso la finestra aperta e il ronzio del ventilatore lo faceva impazzire. Gli ricordava le notti piovose piene di zanzare passate nei boschi del Vermont vent’anni prima, lottando sotto la tenda piena di insetti che non voleva uccidere. Rivoli di sudore gli scendevano dalle ascelle, e si asciugò con un fazzoletto sudicio. Da quando quella merda era piovuta dal cielo, un mese prima, il governatore della contea aveva ordinato il lock down totale. Tutti a casa, blindati, coprifuoco 24 ore al giorno. Stava lentamente morendo tumulato in quella fottuta stanza, agli arresti domiciliari. Proprio lui, che sulla strada viveva da sempre.
Quella sera aveva deciso di fottersene di tutto: si sarebbe sbronzato quanto gli pareva.
Versandosi un bourbon triplo cercava una dimensione amica, nella quale adagiarsi per un po’. Fumò un paio di sigarette fin quando i contorni della stanza cominciarono a muoversi, tremolanti: era il segnale che presto sarebbe arrivato finalmente il sonno, e con lui i sogni. Si tolse le scarpe e si buttò sul letto, vestito, pronto ad intercettare quel limbo, quando la vita reale si butta tra le braccia di Morfeo, e tutto si fa buio, Quell’attimo, quelle sensazioni, voleva sentirle e tenerle con sé il più a lungo possibile, come se domani non fosse mai arrivato. Cercava il passaggio dentro il quale avrebbe voluto infilarsi, per rendere la sua vita meno insulsa, per capire finalmente quale fosse il limite sul quale poter camminare come sul filo di un rasoio affilatissimo. Una corda tesa tra la vita e la morte. Con gli occhi semichiusi si trovò a viaggiare seduto sul seggiolino di una vecchia bicicletta, in un lontano luglio di cinquant’anni prima, sulle dune sabbiose di un rigagnolo che allora sembrava un fiume, a caccia di bisce da arrostire con spruzzi di benzina infuocata. C’era anche Lisa, che si tolse il reggiseno mentre i ragazzi applaudivano eccitati e sua sorella Mary un po’ incazzata rimbrottava il gruppo dicendo che certe cose non si facevano.
Dualismi precoci, la vita, la morte, le tette e i ragni che tessevano la loro tela nelle sterpaglie sulla riva: ognuno a caccia dei propri mostri. Uno di questi era enorme, grande quasi come un pallone. Color dell’oro e dalle chilometriche zampe, zompava da terra al soffitto di una stanza buia, tessendo tele filiformi quasi fossero paralleli raggi laser di un bianco accecante. L’uomo entrò nella stanza e inciampò nei fili. Dal soffitto cui era aggrappato il ragno cadde, correndo disperato in cerca di un angolo in cui ripararsi, terrorizzato quanto l’uomo che cercava di schiacciarlo, tremante pure lui, spaventato dall’enormità dell’insetto-robot. Calci, colpi a vuoto, il terrore che disintegrava gli arti dell’aracnide dorato, il terrore dipinto sul volto dell’uomo che lo rincorreva pauroso, indeciso sul colpo finale. L’attesa di entrambi. La fine che si avvicinava. Il ragno senza zampe aveva perso la corazza. Sotto c’era solo una specie di cimice di plastica, con una piccola bocca carnosa e rosa che mormorava qualcosa di incomprensibile. Forse chiedeva pietà? Un piede nudo che tentava di schiacciare ciò che restava dell’insetto, ora di plastica, appoggiato sulla superficie di un marcio materasso troppo morbido per opporre resistenza. Impresa impossibile. Ribrezzo per il contatto. Dov’era? In quale regione dello spazio-tempo? Cos’era quella cimice? E quelle tette? Forse morbidi ciucci cui attaccarsi per gustare ancora una volta il sapore della vita? E suo fratello, che da fuori della stanza lo chiamava disperato per tornare a casa, ora che faceva buio, cosa voleva da lui? Era forse la Verità che lo chiamava ad una vita più consona, più borghese, più normale? Seduti in cerchio, abbrustolendo bisce su bastoni di legno, discutevano di vita e di morte, di soldi e di figa e si accorse che stava svanendo, trascinato verso la superficie di un sogno al piano superiore, dove due vecchi sgozzati gli dicevano che in fondo andava bene così, loro avevano visto di peggio, e il serpente che gli usciva dalle orbite si trasformò in una farfalla, volò verso la finestra e sbatté le ali contro il vetro opacizzato da secoli di polvere. L’aprì, il cielo fuori era azzurro e qualche nuvola bianca segnava il confine con la terra e la farfalla se ne andò, libera. Sul retro delle sue ali vide il viso di sua madre e il corpo nudo di suo padre morto sul divano di pelle beige del soggiorno, tre giorni dopo una fottuta Pasqua di mille anni prima.

La lotta di ogni sera, da decenni. Gli piaceva sognare ad occhi semichiusi, con la finestra aperta e le rane fuori che salutavano l’estate, o sotto una tenda con la pioggia che cadeva sulla tela fradicia. Da quando aveva trovato la cura al suo male, era diventato lento. Pensava lentamente e non era capace di togliersi dalla mente il ritornello che lo svegliava la mattina. Un ritornello stupido che ricordava la sinfonia cacofonica di una mezza dozzina di slot machine che stonavano insieme. E che per tutto il giorno gli girava in testa. Per tutto il giorno batteva il tempo con i piedi e digrignava i denti sulla base del ritmo che aveva in testa. Finché il sole arrivava all’orizzonte. Poi finalmente si calmava. Supino immaginava di essere seduto su un chopper mentre guidava su una strada assolata e polverosa e dritta come un fuso, ma la temperatura era gradevole e richiedeva l’uso di un giubbotto di pelle.
Correva piano verso ovest e aveva davanti a sé il sole che stava andando a illuminare un’altra parte del pianeta. Continuava a guidare anche durante l’ora blu, quando le prime stelle apparivano in cielo, cercando un posto dove fermarsi. E allora immaginava uno spiazzo libero sulla destra del nastro d’asfalto, arrestava il motore che si raffreddava scricchiolando per un po’, mentre se ne stava seduto con la schiena appoggiata a un albero sorseggiando un whisky dalla bottiglia che aveva tirato fuori dalla borsa sul sissybar, insieme alla tenda che aspettava di essere montata. Immaginava poi di montarla, di srotolare il sacco a pelo fissato sul manubrio e di chiudere la zip dell’entrata. E di ascoltare le rane e i grilli che piano piano allontanavano la cacofonia delle slot machine. Sinfonie diverse, momenti diversi, e sempre gli stessi sogni. Chissà se si sarebbero avverati, mentre giorni sempre uguali finivano inghiottiti nel buio di notti annoiate, costellate di risvegli, fino al sorgere del sole, quando un caffè lo riportava alla solita insulsa vita. La spirale di fumo argentato della prima sigaretta gli faceva tornare alla mente i ghirigori delle montagne russe di un Luna Park poco lontano da casa sua, dove i Gipsies di Braddock piantavano le tende a Pasqua per levarle con l’inizio della stagione fredda, quando la loro musica non serviva più ad allietare le lunghe sere d’estate intorno ai barbecue. C’era stato qualche volta, da vivo. Il limbo in cui si trovava da troppo tempo gli rendeva difficile tornare con la mente ai fatti successi. Qui, ora, immobilizzato, ancorato ad un passato che mai più sarebbe tornato, impalato a forza, ammanettato alle sue fottute paure, voleva andare via. Via da tutto. Via dalle solite convulse irritanti chiacchiere sul nulla. Via, nel vuoto cosmico che lo attendeva. Seduto sul divano malconcio del monolocale, ubriaco fradicio, pensava che mai nessuno lo aveva visto così, tranne Lisa. Lei lo aveva visto mentre si pisciava nei pantaloni. Era un’estate di molti anni prima, ma il ricordo lo tormentava ancora. Aveva, nei suoi deliri, pensato di ingaggiare una sfida con Jimmy Mezzapinta. Il nick era un programma: dava mezza pinta a chiunque. Era imbattibile, leggendario. Giravano parecchie migliaia di dollari di scommesse intorno a quel nick, e Willy fu stuzzicato dalla posta in gioco. Resse sei pinte, poi svenne. Jimmy, sorridendo, ordinò una mezza pinta, la bevve e andò al banco a ritirare la somma vinta. Uscì nella notte con un fruscio, come se una botte di birra addosso lo rendesse leggero. A Willy rimase il conto da pagare.
Gli amici che si era portato dietro per fare il tifo aiutarono Lisa a caricarlo in macchina. Durante il tragitto si pisciò nei pantaloni, e quando Lisa parcheggiò nel vialetto di casa, anche il sedile dell’auto era fradicio.
La mattina dopo si svegliò con un tremendo mal di testa, si affacciò alla finestra della camera e non appena vide Lisa giù in giardino che lavava il sedile dell’auto, il ricordo gli apparve vivido: cazzo, si era pisciato sotto, come un vecchio all’ospizio. Adesso era davvero troppo tardi, per fare marcia indietro. Il fondo del burrone era lì, a portata di mano.
Cercò la pistola che aveva nascosto nel più oscuro angolo del monolocale. La trovò.

Massimo Zucca

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