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L’INCIDENTE

Il sole si tuffava nel lago di fronte alla terrazza del piccolo albergo dove alloggiavano, proprio dietro l’isoletta dove si coltivava lo zafferano. Arturo e Carlotta si godevano il tramonto fumando una sigaretta in relax dopo una giornata passata girovagando in moto sui dolci pendii dell’Appennino, a cui era seguita una doccia bollente. Osservavano i passanti sulla strada sotto di loro e ridevano come bambini per ogni sciocchezza che gli passava per la mente.
Faceva ancora caldo, in quello scorcio d’autunno, e nugoli di moscerini si alzavano dai canneti sulla riva. Arturo decise che la mattina seguente sarebbero passati da una cittadina poco lontano: aveva letto che il centro storico era particolarmente bello, ricco di vestigia medioevali e pieno di piccoli ristoranti dove assaggiare specialità locali, lontano dal frastuono del traffico.

Quella notte giocarono all’amore come due adolescenti, baciandosi e accarezzandosi fino allo sfinimento, poi si addormentarono abbracciati fantasticando sui giorni che li attendevano. Partirono così, leggeri come l’aria, vestiti solo della loro allegria. Carlotta, seduta dietro, ogni tanto allargava le braccia come se volesse spiccare il volo, mentre Arturo si godeva le vibrazioni del bicilindrico che sornione ronfava tra le sue ginocchia, pennellando le curve con dolcezza, senza fretta, assaporando i profumi della campagna e l’aria tiepida che gli solleticava il viso. Di tanto in tanto allungava la mano sinistra sulla coscia di lei e l’accarezzava, sorridendo sotto il casco. Si accodò ben presto a una piccola colonna di macchine, frenata da un trattore che non voleva saperne di superare i quaranta all’ora.
Scalò due marce e attese il momento propizio per lasciarsi alle spalle i fumi di scarico delle automobili davanti a lui. Poco dopo, un lungo rettilineo si srotolò davanti al suo parabrezza, come una ferita nella campagna ondulata che profumava ancora d’erba appena tagliata, così Arturo mise la freccia a sinistra e iniziò la manovra. Accelerò piano, attento ai movimenti delle macchine che sfilavano sulla sua destra, sbirciando nei loro abitacoli per capire se l’autista li avesse notati. Non riuscì nemmeno a frenare, potè solo urlare il suo terrore con tutto il fiato che aveva in gola.
Carlotta aveva le braccia aperte e gli occhi chiusi, mentre volava e si chiedeva se stesse sognando. Strizzò le palpebre con una smorfia, quasi volesse trattenere la vita con le ciglia. Tutto era così lento, così silenzioso, così irreale, come se il mondo avesse perso d’un tratto i suoi colori e i suoi rumori, dopo lo schianto e il rosso delle scintille. Quando atterrò si sentì invasa da milioni di insetti che le camminavano sotto la pelle, e le punture di mille spine infuocate le fecero ricordare quella volta che da bambina, giocando ad arrampicarsi sugli alberi, cadde in un cespuglio di rovi vestita solo di una maglietta e di una gonna a fiori gialli.
Cercava aria per i polmoni, mentre un caleidoscopio in bianco e nero le girava in testa e immaginava di essere legata supina a una tavola di legno irta di chiodi, in un locale angusto dove un sadico boia la stava torturando. “Perché?” fece in tempo a chiedersi, mentre le forze venivano meno e la coltre di una notte senza luna le scendeva dentro. Pensò di camminare lungo un sentiero di campagna dove scorse l’imboccatura di un profondissimo pozzo. Vi si affacciò e vide sul fondo la tela tessuta da un enorme ragno dagli occhi buoni, che muoveva piano le lunghe zampe calamitandola a sé.
L’urlo della sirena, sentito da dentro l’ambulanza, era ovattato, continuo e angosciante.
Il caldo orgasmo della morfina l’avvolse, e finalmente potè piangere un po’.

Mentre si trovava fuori da quella porta verde, Arturo ebbe a che fare per l’ennesima volta con un loop: non poteva fare a meno di pensare che quella trama l’aveva scritta lui, e gli tornò vivida alla mente la lezione di un suo vecchio maestro, secoli prima: “tu sei i tuoi pensieri. Credi siano evanescenti, ma prendono vita e li proietti fuori di te. Tu, solo tu, sei il creatore del tuo futuro.”
Si sorprese a chiedersi: quale castigo per tanto bene ricevuto? Quale pena espiare come contrappasso per il tempo che aveva passato felice? Che strada avrebbe imboccato, adesso?
Le ore passavano lente, tra le sue mille domande. Quando finalmente la porta si aprì e gli permisero di entrare, stava prendendo un appunto sul suo block notes: “non si devono avere rimpianti. I rimorsi fanno parte del pacchetto regalo”. Poi la vide, bella come sempre, e smise di pensare.
Mentre si incamminavano verso casa, molti mesi dopo, Arturo e Carlotta si abbracciavano, infreddoliti. La primavera era lì che li aspettava, e le giornate si erano fatte un po’ più lunghe. Arturo amava sempre guidare con le luci basse dell’alba e del tramonto, lo trovava terapeutico. Immaginava spesso di trovarsi a cavallo di una moto, con lei seduta dietro, guidando verso il mare per godersi una bottiglia di vino seduti sulla riva. Ridevano ancora come adolescenti guardando le persone che passeggiavano in tuta nel parco come se dovessero correre la maratona, mentre loro ingrassavano felici.
Vicino al fiume, proprio di fronte al vecchio mulino, c’era uno spiazzo verde. Si sedettero e Arturo raccontò a Carlotta degli scheletri che custodiva gelosamente nel suo armadio segreto. Carlotta lo ascoltò a lungo, in silenzio, poi sorrise, lo accarezzò piano e gli sussurrò: “purtroppo il mondo non è gestito da coloro che hanno la musica dentro, ma sai? Tutto accade per una ragione. Nessuno ha detto che sarebbe stato facile, ma mi hanno promesso che ne sarebbe valsa la pena…”


Massimo Zucca

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