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LA PISCINA

Giorgia: “Ecco se proprio devo dirne una, direi che mi sento come uno che sta sul bordo di una piscina. Guarda l’acqua e pensa, ma chi me lo fa fare? Sono qui all’asciutto, posso sedermi al sole, bermi qualcosa di fresco. Non avrò né capelli bagnati e appiccicati, né costume incollato alla pelle”.

Cammina sul bordo, sceglie un bel posto in cui stendersi e mentre lo fa si accorge che in realtà avrebbe anche un forte desiderio di buttarsi, di sentire il gustoso refrigerio dell’acqua sulla pelle. Ma non lo fa. Per risparmiarsi, per pigrizia, perché ha paura che sarebbe troppo felice e non avrebbe più la forza di rinunciare a quel benessere. E non si può.
Tutte le cose finiscono: le torte, i soldi, gli amori. E forse è giusto così, forse sta nella natura stessa, nel bisogno di modificarsi, di crescere, di divorare, di consumare. Nell’eterna ricerca di cose irraggiungibili, di sogni, che più sono improbabili e più ci intrigano, più stimolano il nostro bisogno di metterci alla prova e di soffrire sempre, un po’. Si dice che è bello litigare se poi si fa pace, e che può piovere a dirotto se poi è possibile godere della meraviglia di un arcobaleno. Però ora non mi butto. Non mi va, e poi mi dovrei depilare le gambe e l’inguine. Non mi va e poi ho un po’ di cellulite in più e di pancetta che non mi va di mostrare. Non mi va e poi bevo e mi esce l’acqua dal naso che non è una cosa bella a vedersi. Non mi butto. Per ora no.
Sei lì, sul bordo anche tu, mi guardi con la coda dell’occhio e ridi, ma senza farti accorgere. Non mi conosci, ma ogni tanto mi incontri, mi spii mentre leggo uno dei miei romanzi, stesa al sole. So che sai a che sto pensando, lo so perché ti ho notato, so che ami saggiare la temperatura dell’acqua con la punta delle dita. Ma nemmeno tu ti butti mai. Hai delle bellissime mani. Grandi. E uno sguardo tranquillo, di chi ha già una sua vita, le sue piccole quotidiane felicità, lo sguardo di chi rinuncia a buttarsi, per rispetto.

Paolo: Troppo. Troppa moglie, troppi figli, troppa scuola, troppa piscina, troppa chitarra, troppe riunioni, troppo lavoro. Troppo.
E tutto questo troppo solo per il ruolo che mi sono scelto, o meglio, che ho accettato. Lenire, sopire, avvolgere, attutire, sollevare, ponendo tutto sulle mie spalle, lasciando agli altri il solo compito di vivere la vita di tutti i giorni.
Ho seguito la mia strada, la nostra strada, cercando di togliere i sassi, evitando le buche, spostando i rami e tutto ciò che ostacola. E questo troppo si è depositato ogni giorno.


Prima alle caviglie, poi alle ginocchia, il bacino, il torace, il collo. Quando ha raggiunto la bocca, una mattina, mi sono alzato e mi sono detto: “Devo andare ad un seminario”. Non importa quale, non importa dove: andare e basta. Prendere la macchina, avviare il motore e lasciarla andare senza guardare cartelli e indicazioni, seguendo solo l’odore che ho sempre nella mia testa: odore di mare.
E’ stato come togliere il tappo della vasca, il troppo ha cominciato a defluire; e più chilometri faccio e più il livello scende. Quando l’odore del mare è arrivato dalla testa alle narici, del troppo non c’è più traccia ed io ho capito di essere arrivato. Ora sono qui, è passato qualche giorno, mi sono lasciato avvolgere piano piano da una densa sostanza dolce quasi noia, quella noia che ristora, che ricarica. Noia fatta di lente passeggiate, di letture spezzettate tra un occhiata e l’altra verso questo universo che mi circonda.
Mi sento vacante. E’ bella questa parola: vacante.Indica un tempo imprecisato tra un evento e un altro. Dunque mi sento vacante, nel senso che vivo (vivo?) in un periodo imprecisato tra il troppo e… quello che ci sarà dopo non lo so; voglio solo che questa vacanza, intesa come cessazione temporanea di attività, non sia troppo temporanea. Questa piscina ora è il mio universo. Alcune specie di vita vi si affollano attorno, nemmeno troppo intensamente, è il periodo dell’anno nel quale alcuni sono già tornati ed altri non ancora partiti: il migliore.
Mi diverto a guardare le femmine della specie umana, preponderanti come in qualunque altra specie, convivere tra di loro in un continuo incessante chiacchiericcio. E’ fin troppo evidente qual è l’argomento di conversazione, tra un costumino e un pannolino da cambiare. I maschi. Devo dire che ce ne sono degli esemplari niente male, lo penso con un briciolo di invidia, mentre maledico tutti i propositi di dieta dimenticati. Tutte mi ignorano, non sono esemplare da riproduzione, semmai sono il vecchio maschio che, accantonate tutte le velleità di dominio, vive solitario ai margini del branco. Però devo avere ancora una certa attrattiva, un certo fascino, qualcosa di misterioso che invita all’approfondimento. Perché ho notato che una femmina ancora in età riproduttiva, mi ha guardato più volte senza il minimo imbarazzo, quasi con sfida.
La guardo anch’io, non direttamente, di sottecchi, sorrido. Mi attrae, non espone troppo il suo corpo, lo lascia intuire; legge, legge continuamente, ogni tanto abbassa il libro si guarda attorno, lentamente e lascia cadere il suo sguardo su di me. Non la vedo, la sento. Ed ogni volta che la sento, sento anche il sole un po’ più caldo.
Non lo capisco nemmeno ora.

Giorgia: Anche oggi fa caldo, l’acqua è ancora lì, invitante come al solito.
Ho fatto un sogno, stanotte. Un uomo davanti allo specchio, nudo. Era lì e si guardava il corpo con occhio critico. Non so dire se era bello, o proporzionato, o alto, perché lo specchio non rifletteva la sua immagine, ma scene di vita: lui giovane coi libri sottobraccio, lui abbracciato ad una donna, lui per mano ad un bambino.
Il suo sguardo era vagamente triste, senz’altro malinconico, come se avesse l’impressione che, nonostante tutto, qualcosa fosse rimasto incompiuto, come se le armoniose imperfezioni del suo corpo non raccontassero tutto di lui, ma solo una parte, un pezzo della sua esistenza. Nel sogno non riuscivo ad individuare i lineamenti dell’uomo, ma la sensazione che mi trasmetteva, era serena, quasi di speranza.
Mi sono sempre chiesta se quelli che si pongono dei traguardi di vita, che hanno dei valori ben definiti, si sentano arrivati, prima o poi. Se sopportano ogni prova, con tutta la determinazione e la volontà di cui sono capaci, o se ogni tanto si sentono persi, per un qualunque motivo.
Mi sono sempre chiesta se il segreto sta nel darsi delle regole, nell’avere un fine ultimo, nel sentirsi sempre utili agli altri e mai inadeguati. A me capita, di avvertire una sottile sensazione di disagio, di vedermi sbagliata, incanalata in ruoli che non mi appartengono.
Non sono abituata a chiedere aiuto, ad appoggiarmi, convinta come sono che nessuno saprà scontrarsi e sbagliare meglio di me. Ecco, lo sapevo, sempre sogni che fanno riflettere, io. Mai una di quelle cose, che ti svegli sudata e con una bella sensazione di appagamento, mai. Ancora lui, ancora con quello sguardo di sbieco. Mi fa quasi rabbia, con quella calma negli occhi. Si, certo, ha il portamento di chi sa quel che vale, di uno che di sicuro passa metà della vita in giacca e cravatta e metà ad affascinare le amiche della moglie. Però è solo, e per qualche sconosciuto motivo è arrivato anche lui ai bordi di una tentazione.

Paolo: questa mattina mi sono svegliato in un modo che non mi succedeva da una sequela di anni: sono riemerso dal sonno lentamente, rimettendo insieme i pezzi del mio puzzle, solo quando ho sistemato gli occhi ho cominciato ad intravedere la luce, mi sono stiracchiato pezzo per pezzo e mi sono riappropriato di questo mio mondo attuale.
Alzarsi è stato piacevole, ho camminato scalzo e nudo, così come ho dormito. Sono scivolato verso il bagno, ma di fronte al grazioso armadio chiaro, ho visto nello specchio un uomo nudo. Era da tempo che non mi vedevo così, senza nessun indumento che possa mascherare quello che sono veramente; niente cravatta, niente camicia, niente biancheria intima, quella moderna in microfibra, niente di niente. Io e me stesso. Quando si è nudi lo sguardo non viene distolto e si è costretti a guardarsi negli occhi, ed io mi vedo come una porta ed i miei occhi sono il buco della serratura attraverso cui scoprire ciò che tengo segreto perfino a me stesso. Dietro di me si nascondono tutti i miei anni passati, io mi sposto ed anche loro si spostano per non farsi scorgere, vogliono che io mi guardi come sono oggi, adesso.
Chissà cosa direbbero le amiche di mia moglie se mi vedessero adesso? Io appaio come una persona amabile, elegante, affascinante, intelligente, spiritosa ed anche galante: schiavo di un ruolo che, come le spire di un serpente, negli anni mi ha avvolto e stretto senza quasi che me ne accorgessi. Ma dentro quegli occhi c’è ancora il ragazzo che correva sulle scale di Giurisprudenza con la spranga in pugno? Quello che nelle assemblee infiammava le masse? Quello che scriveva poesie, cantava, sperava di cambiare le cose?
Oggi mi sento come una strada dritta e liscia che non sa più dove deve arrivare. Ho la strana sensazione che il significato di tutto quello che è stata la mia vita fino ad oggi mi stia sfuggendo, è come se di colpo tutto quello che ho scritto fosse scritto in un’altra lingua.
Non riesco più a leggerlo, non lo capisco.
I miei punti fermi, i miei principi, le mie mete erano tutte qui, eppure ora non le trovo; mi guardo attorno incredulo e mi sento straniero nella mia vita. Forse questo mi ha portato qui, la ricerca di qualcuno che mi aiuti a rileggere me stesso. Scenderò giù in piscina.
Ormai è una specie di sfida. La sfida è vedere chi farà il primo passo. Lei è lì, mi aspetta? Chissà. Però mi piace pensarlo. Tutto attorno le persone diventano come sagome di cartone, immobili e silenziose. Il campo di gioco – la piscina – è pronto; ci stiamo scaldando ai bordi per iniziare la gara. Ognuno di noi due lo sa. Mi chiedo se dopo tanto tempo sarò ancora in grado di giocare a questo gioco, così affascinante ma anche così pericoloso. Il gioco si fa duro, dunque. E come dice Belushy: Quando il gioco si fa duro, i duri entrano in gioco. Mi tuffo.

Giorgia: ho uno strano modo di reagire alle cose. é come se fossi un muro: gli avvenimenti, come vasi di terracotta mi si infrangono contro, rompendosi in mille pezzi, senza riuscire mai ad oltrepassare la linea di confine, ad essere assorbiti, sviscerati e digeriti da me. Quello che sento rimane mio, solo mio, osservato e analizzato solo dal mio personale punto di vista. Trasformato in una caotica miriade di pensieri circolari che mi tormentano per un certo tempo. Eppoi spariscono, cancellati da un rifiuto ostinato di un qualsiasi tipo di nostalgia e rimpianto. O, più semplicemente, da un naturale spirito di sopravvivenza.
Credo esista una zona, nella mia mente, in cui questo vissuto si annida. Una stanza segreta e protetta da una pesante porta: ci sono episodi che ricordo a malapena; pianti che ho negato; sapori che ho annullato, senza rendermene perfettamente conto. Però non m’inganno: gli effluvi e gli afrori che da quel luogo provengono si diffondono in ogni mia azione, nel mio modo denso e profondo di sentire. Come mai non riesco mai a staccare la spina? Vuotare la mente, sdraiarsi a guardare il cielo e vedere solo azzurro, nient’altro che una enorme, infinita distesa di azzurro. Ci deve essere un modo… magari mi compro uno di quei libri sulla meditazione, o di quelli in cui ti insegnano a guardarti allo specchio e a vederti bella e intelligente, sempre.
Non so perché lo specchio fa parte dei miei pensieri da un po’, prima con quell’uomo nudo, ora così. Che sia un segno?
Il tipo presunto manager-narciso, oggi ha un costume nuovo. Cammina come se fosse protagonista di una sfilata di moda, o come uno che si piace davvero. Mi passa vicino e questa volta mi guarda negli occhi e accenna un sorriso. Non ti avvicinare, sembro dirgli abbassando lo sguardo. Capisce e si allontana.
Poi fa una cosa del tutto inaspettata: si tuffa.

Paolo: Sono sdraiato sul letto. Ho pensato di passare in questa stanza il resto della mia vita, in assenza di tutto ciò che possa turbare questo coma vigile che mi sono concesso.
Stando sdraiato guardo il soffitto bianco e mi concentro su quel bianco aspettando che vi compaiano alcune risposte ad altrettante domande. Ho vissuto i primi cinquantanni della mia vita, come voglio vivere i secondi?
Credo che il nodo che mi lega l’anima sia in questa semplice domanda. Sento una sottile inquietudine, un senso di mancanza, la sensazione che si ha quando si dimentica qualcosa e non ci si è ancora accorti di averla dimenticata. Nella soddisfazione di una vita felice, serena, appagante negli affetti e nel lavoro si è infiltrato lentamente il liquido nero del dubbio. Tanto più grande quanto è chiara la consapevolezza che gradualmente ma inesorabilmente il sacchetto delle caramelle sta per finire.
All’inizio, tanti tanti anni fa, era un sacchetto pieno di prelibatezze morbide e dolci; allora non mi preoccupavo di sapere quante ne rimanessero ogni volta che ne assaggiavo una, oggi le conto con gli occhi e le vedo diminuire. E’ questo il peso che mi impedisce di alzarmi da questo letto: e se tutto quello che ho fatto fino ad oggi non fosse quello che desideravo fare? Ed ora come posso cambiare nella mia vita? Queste leggere ma solide catene si possono spezzare? Ci sono altri punti di vista o devo rinunciare per sempre a guardare le cose dall’altra parte?
Credo che, nel dubbio, mi comprerò un costume nuovo. Un costume a pantaloncino, l’ho già visto e mi piace, è azzurro credo (ah il mio daltonismo!) con due bande laterali bianche; certo per un romanista un costume biancazzurro non sarebbe indicato, ma se uno vuol cambiare conviene iniziare dalle cose meno impegnative. Ci faccio un giro attorno alla piscina come se il costume fosse l’auto nuova. Partiamo dal concetto che le donne sono tutte fondamentalmente abbordabili. Lo dico con affetto e ammirazione, con tenerezza ed anche con un pizzico di invidia. Se fossi donna sarei decisamente bendisposta.
Ora, dico, se quella mora che mi guarda da qualche giorno con malcelato interesse, ha una qualche intenzione di approfondire una conoscenza che potrebbe rendere più piacevole la rispettiva permanenza in questo ameno luogo, perché invece di rispondere al sorriso che ho lasciato appena aleggiare sulle labbra, ha abbassato lo sguardo mostrando un grande segnale rosso? Lei non lo sa ma io le sto chiedendo aiuto. Dai libri che divora mi sembra di intravedere intelligenza, sensibilità, curiosità. Potrebbe essere lei ad aiutarmi a scrivere sul soffitto della mia camera le risposte che cerco? L’acqua della piscina non è così calda come sembra da fuori, lei non si è tuffata come speravo, ed ora sono da solo a mollo e mi sento un po’ ridicolo co, ‘sto costume che aderisce al corpo mostrando impietosamente gli effetti dell’acqua fredda sulla mia orgogliosa virilità.

Giorgia: stamattina stavo pensando a quel tipo, il narciso. Chissà che storia ha alle spalle, non ha l’aspetto di chi soffre, né di chi è alle prese con un grave dilemma. Vedo solo malinconia, nel suo sguardo fermo. Ha l’aria di chi ha tutte le risposte, di chi ha intorno persone che gli propongono ogni giorno enigmi nuovi da risolvere, o la ricerca continua di soluzioni a piccole crisi esistenziali o a minimi guai di vita quotidiana. Ma è solo e mi guarda.
Immagino la sua signora: bionda, ben truccata, con le unghie curate e il completo griffato. Profumata e con una bella voce squillante. Una coppia da pubblicità, piena di sorrisi.
Non sono invidiosa del quadretto, invidio chi ci crede. Chi ce la fa a sentirsi bene, dentro la scena. Io non ci ho creduto nemmeno per un attimo, per una questione di spazio credo, o per l’impossibilità di provare cieca fiducia.
Eppoi, a dire il vero, ho scoperto dopo tanti anni che non conoscevo affatto il significato di coppia, e non lo capisco nemmeno ora. Se non avessi avuto le mie risorse personali, la mia forza interiore, se forza è, non so dove sarei ora. Persa, di sicuro. Spezzata.
Non è sano far dipendere la propria felicità da altri. Non è sano dipendere, in generale.
Affidarsi. Ho avuto un compagno di viaggio, che appena si è stancato di camminare si è seduto e mi ha lasciato andare. Non prima di avermi trasmesso il dolore della sua stanchezza.
La ragazza del bar, ha visto la mia faccia triste e mi ha portato da bere, vino bianco, al solito.
Ogni tanto la vedo che mi studia, abbiamo scambiato poche parole, ma le piaccio, lo sento. Eccolo di nuovo, con quel pantalocino azzurro cielo. Come sarebbe facile, invitarlo a bere qualcosa. Ammiccare, sbattere le ciglia e intavolare una discussione frivola, piena di risolini e doppi sensi. Abboccherebbe di sicuro.
Mi fa pure un po’ di tenerezza, tutto bagnato. Ha, per la prima volta, una faccia smarrita, come se si vergognasse.
Quasi quasi gli sorrido maliziosa.

Paolo: no, non credo proprio di essermi sbagliato. Quello è un sorriso. Oddio, chiamarlo sorriso forse è eccessivo, diciamo una maliziosa increspatura delle labbra accompagnata da un brevissimo lampo degli occhi. Però è chiaramente un segnale. Sembra strano ma, come al solito, ora mi perdo. Nella fase in cui devo agire, sollecitato da un invito seppur accennato, mi perdo, mi ritraggo impaurito da ciò che può accadere dopo. So di dare l’idea di una persona decisa, sicura: così non è.
La mia ansia di piacere, che desta sentimenti contrastanti, è necessità di conferma, bisogno di certezze. Sono condannato a piacere per sentirmi sicuro. Sicuro di me stesso, di quello che faccio, di quello che sono. Certe volte penso però di giudicarmi peggiore di quello che sono, quando altri sottolineano le mie qualità mi schermisco, cambio discorso, glisso amabilmente. Ho costruito tutta la mia vita su delle qualità che io stesso non sono certo di avere. Non è divertente? Gli amici, i conoscenti ci chiamano la famiglia “Mulino Bianco”; non è che non sia vero, però non ce lo ha regalato nessuno, non me lo ha regalato nessuno: c’è sempre un prezzo da pagare. Credo sia venuto il momento di estrarre la carta di credito. E poi così bagnato, con il mio sesso che non vuole saperne di tornare a dimensioni accettabili, i capelli appiccicati sulla testa, credo che conserverò questo ipotetico sorriso come un invito ad una festa che si terrà nei prossimi giorni. Salgo in camera.
Prima però sfodero tutto il mio charme e carpisco alla ragazza del bar il numero di camera della bella signora: 215, secondo piano.
Mi sdraio sul letto e guardo ancora il soffitto. Nulla. Le domande sono ancora lì senza risposte. Aspetterò, tanto non devo vincere nulla. Mi sento come questa camera di albergo. Accogliente, pulita, confortevole, sobriamente elegante ma assolutamente anonima.
Le camere di albergo mi hanno sempre affascinato. Si sente nell’aria la presenza delle mille e mille persone che vi hanno soggiornato eppure non c’è alcuna traccia del loro passaggio.
Ora mi sento così, accogliente, confortevole, sobriamente elegante ma senza nessuna traccia nelle mia vita precedente. Il mio mondo è qui ed ora. Decido che non posso passare il pomeriggio parlando da solo, ho bisogno di altro. Devo sapere se questo luogo è la meta o solo una tappa del viaggio che ho iniziato.
Ho bisogno di confrontarmi con qualcuno che mi riporti nella realtà. Qualunque essa sia.
Mi metto sul fianco, alzo la cornetta del telefono e compongo un numero. Duecentoquindici.

Giorgia: ecco, direi che nuda non sono affatto male. Non ho forme perfette e non sono priva degli inestetismi tipici della mia età, ma sono profondamente convinta che la bellezza sia anche intelligenza, sensualità e fascino.
E il mio specchio personale mi rimanda un’immagine completa. Mi piaccio.
In un uomo amo anche le rughe, le tempie brizzolate, purché raccontino un vissuto vero, una personalità piena di sfaccettature, un carattere modellato dall’esperienza.
Una bella voce, che considero un alto strumento di seduzione, delle belle mani, un portamento elegante, una accennata sensualità, hanno su di me un effetto che, per esempio, un fisico scolpito non ha. Non sono attratta solo da un bell’involucro, ma ho bisogno di saggiare il contenuto, per sapere se è di mio gradimento.
E amo i sapori insoliti. Le mescolanze strane, di quelle che al primo assaggio, non riconosci gli ingredienti.
Mi è capitato, nella vita, di incontrare uomini molto belli, di quelli che, all’apparenza, ti mettono un po’ in ombra. Ricordo di aver stupito pure mia madre, che ancora si chiede cosa ci trovassero, quei fusti, in una come me.
Eppure spesso mi sono sentita un‘ancora, un punto fermo, la parte più sicura di loro. Io, con tutte le mie contraddizioni e i miei pesi, sono riuscita a creare dei rapporti privilegiati.
E hanno amato il mio corpo, di più le sue imperfette particolarità. Ma ora sono sospesa, non cerco nulla, nessun battito di cuore fuori posto. Nessun rossore improvviso. Niente fremiti, zero desideri. Fosse stato per me, avrei optato per una vacanza sul cucuzzolo di una montagna, sola e silenziosa. Ma conservo una vena snob. La ragazza del bar, mentre mi serviva il solito vino bianco, mi ha sorriso in modo strano, con ironia. Chissà che voleva dirmi. Non c’è nemmeno il narciso, magari la bionda griffata l’ha richiamato all’ordine. Oppure ha fatto pace con le sue malinconie e ha deciso di tornarsene alla sua villetta con giardino. A potare le sue rose preferite o a organizzare una grigliata sul prato.
Non so perché, mentre lo immagino in jeans con la piega e polo, mi chiedo che effetto fa avere addosso quelle sue belle mani.
Che sensazione suscita il suo tocco sulla mia pelle liscia.
Non so perché, mentre me lo immagino alle prese con le stoviglie stile country, mi chiedo se un uomo così, tutto d’un pezzo, mentre fa l’amore parla, e che parole usa, e che desiderio ama raccontare. E se esagera, ogni tanto… Ci penserò godendomi una doccia rigenerante. Ma… chi telefona a quest’ora?

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