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LA CURVA

L’episodio che mi accingo a raccontare , per come si è concretizzato, è veramente molto singolare.
Un anno prima del mio matrimonio (siamo nel giugno 1992), la sera rientro in casa distrutto, (rammento che sono un contadino ed un allevatore di vacche da latte), dico a mia mamma: “faccio una doccia e vado a morose”.

  • “Ma sei fuori di testa? Stanotte hai irrigato i campi e non hai dormito un minuto, non puoi metterti alla guida di un’auto e pensare di fare 30 km senza addormentarti !”.
    “Senti mamma, è più di una settimana che non vedo la fidanzata, nella vita non deve esserci esclusivamente il lavoro, faccio una doccia fredda per svegliarmi e non mangio niente così il senso di fame non mi fa venire sonno”.
    Mia mamma non voleva assolutamente che partissi, mio papà era ancora fuori a lavorare e così mi risparmiai la sua romanzina. Fino a metà strada andò tutto bene, poi la testa cominciò a farsi pesante, allora tirai giù tutto il finestrino e accesi la radio a tutto volume, ma la stanchezza era troppa. Dopo Pavone Mella ad una curva piuttosto a gomito, uscii di strada, finendo in un campo di medica, il dislivello dalla strada al campo era almeno di un metro e mezzo, diedi una testata sotto la capote dell’auto terrificante, fortunatamente avevo la cintura allacciata che limitò i danni; nonostante il gran volo l’auto non si ribaltò… Piano piano cominciai a riprendermi, scesi dalla macchina per constatare i danni, c’era un’ammaccatura visibile solo se si andava con la testa sotto il muso dell’auto, ero stato fortunato, tra l’altro ero finito in un campo di erba medica, fosse stato di mais non mi sarei potuto muovere ed invece risalii in macchina, accesi il motore e feci il giro attorno al terreno in cerca di uno sbocco oppure una stradina per uscirne.
    Finalmente trovai la via d’uscita, arrivai in un piccolo cascinale, passai nel cortile: c’erano un Signore anziano ed un bel cagnolone, tirai giù il finestrino e chiesi: “Mi scusi, per tornare sull’asfalto come posso fare?” – “E tu da dove sbuchi?”, – “Sono piovuto dal cielo”., cominciò a guardare l’auto e quando vide che il muso era pieno di erba: – ”Disgrasiat, non sarai saltato giù dal curvone? Andavi ai 300 all’ora o sei ubriaco?”.
  • “Ne l’uno ne l’altro, sono un contadino, stanotte ho irrigato, non ho dormito e purtroppo mi sono addormentato”.
  • “Però non ci si mette al volante quando si è stanchi, potevi romperti l’osso del collo, adesso scendi ed entri a bere un caffè”.
  • “Signore, io vorrei andare a morose, se mi indica la strada tolgo il disturbo”.
  • “Brao, così ti addormenti un’altra volta, entra a bere il caffè, non farmi arrabbiare!!!”.

Visto che il Signore insisteva, entrai nella graziosa cascina, intanto che preparava il caffè (una moka da 6 tazze), cominciammo a parlare; gli dissi che la mia fidanzata era di Verolanuova, che avevo un allevamento di vacche da latte proprio sul confine tra Mantova e Cremona e che avevamo intenzione di ingrandire l’azienda. Lui invece mi confidò che si chiamava Antonio, aveva settant’anni giusti giusti, era vedovo da tre perché uno schifoso tumore si era portato via sua moglie, aveva due figlie entrambe sposate, anche lui era un allevatore di vacche da latte ma aveva venduto tutti gli animali ed affittato i campi quando la moglie si ammalò: “Gli sono stato vicino fino all’ultimo istante, non hai idea di cosa ho passato, adesso che potevamo goderci la vecchiaia, sono rimasto solo come un cane, anzi due, c’è Ringo che mi fa compagnia, il bel cane nero che hai visto là fuori. Forse se avessi avuto un figlio maschio l’azienda agricola sarebbe andata avanti, non posso dire niente delle mie figliole, sono due tesori, quasi tutti i giorni mi vengono a trovare, mi portano la spesa, anche se io sono capace di fare tutto, sono un casalingo, non voglio dipendere da nessuno”.
Finii il caffè (una scodella me ne fece bere), lo ringraziai moltissimo, ripulii il muso della macchina togliendo l’erba e lo salutai, ma prima di partire mi fece promettere di andare ancora a trovarlo.
Quando ritornai sull’asfalto, il volante vibrava moltissimo, il gran salto aveva sbilanciato le ruote anteriori, arrivato a casa della mia fidanzata Giovanna (futura moglie), non raccontai nulla dell’accaduto, mi scusai per il ritardo ma preferii tacere, non mi andava di sentirmi dire che ero fuori di testa, non dovevo partire, ecc ecc. Per circa un anno, durante il tragitto fra casa mia e la mia fidanzata, quando sentivo che la stanchezza mi faceva pendolare la testa, deviavo verso la cascina del Signor Antonio, mi trattenevo solo una mezz’oretta, il tempo di riprendermi, intanto ci scambiavamo consigli e punti di vista sulla coltivazione delle foraggere e l’allevamento del bestiame, era un’agricoltore veramente in gamba, mi raccontava che con la sua piccola azienda e solo 20 vacche in mungitura, era riuscito comunque a garantire una vita più che dignitosa alla sua famiglia.

Una delle figlie aveva un maschio, quand’era bambino lo portava sempre sul trattore, sembrava gli piacesse molto la vita di campagna, sognava di lasciare a lui l’azienda ed invece alle superiori aveva scelto di studiare elettronica. Tutti gli attrezzi agricoli ed il trattore però non li aveva venduti perché sperava che un giorno il nipote potesse tornare nei campi. Su suo insistito suggerimento, cominciai a fermarmi da lui anche quando tornavo dalla morosa, verso mezzanotte; io non volevo disturbarlo a quell’ora, ma lui insistette dicendo che tanto non si doveva alzare a mungere, ed io con quella pausa mi rimettevo in sesto, mi faceva bere la coca cola, perché una volta mi era scappato di dire che mi agitava e così la comprava appositamente per me. L’ ultima volta che l’ho visto è stato una settimana prima del mio matrimonio, nell’ottobre del 1993: -“E così tra una settimana ti sposi, ma rincres de matt, non perché ti sposi, ma perché sono sicuro che di Antonio non ti ricorderai più”, – “Ma perdinci, certo che vengo ancora!”.
-“Giordano, lo so come vanno queste cose, poi metti su famiglia, ingrandirai l’azienda e la vita ti inghiotte”.
È andata proprio così, si rimanda a domani, alla prossima settimana, ed intanto il tempo passa implacabile, prima si dà la priorità alle cose indispensabili; ci rendiamo conto troppo tardi, quando ormai abbiamo varcato la soglia del non ritorno, che sono le persone, quelle che ci hanno dimostrato amore e affetto incondizionato ad essere di primaria importanza. Non ho mai raccontato questa storia a nessuno, ma credo che il Signor Antonio meritasse di essere ricordato, non penso di esagerare nell’affermare che per un anno è stato il mio Angelo Custode.
Giordano

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