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Hiroshima e Nagasaki: l’alba nucleare (2^Parte)

Il bombardamento di Hiroshima

Nel settembre 1944, il comandante del 340º Squadrone Bombardiere in Europa, Paul Tibbets, è richiamato a Colorado Springs per una missione top secret: organizzare una squadra di bombardamento con ordigni nucleari, progetto che gli viene illustrato dal fisico Norman Ramsey alla presenza del generale Uzal Ent. La dotazione di Tibbets – il 509º Gruppo Composito con base nello Utah – comprende 15 B-29 e 1.800 uomini.

L’intera organizzazione è completata nel dicembre 1944.

Otto mesi più tardi, alla guida dell’Enola Gay con a bordo Little Boy, c’è proprio Tibbets.

Assieme all’Enola Gay volano altri due B-29: “The Great Artiste” pilotato dal maggiore Charles W. Sweeney che trasporta le strumentazioni per misurare gli effetti dell’esplosione, e l’aereo per le rilevazioni fotografiche chiamato in seguito “Necessary Evil”.

Il bersaglio è deciso dalle condizioni meteorologiche. Il bollettino arriva mentre l’aereo sta già sorvolando il Giappone, e comunica: “A Kokura cielo coperto in prossimità del suolo per nove decimi; a Nagasaki coperto totalmente; a Hiroshima quasi sereno, visibilità 10 miglia”.

Viene scelta la città di Hiroshima, situata sulla costa sud-occidentale dell’isola di Honshu. Hiroshima conta una popolazione civile di circa 300 mila persone, ospita un’importante base militare con 43 mila soldati ed è al centro di una grossa area industriale; inoltre si trova in pianura, una collocazione utile ad amplificare l’effetto dell’esplosione.

Il cuore della città contiene edifici antisismici in cemento armato e strutture più leggere, a cui seguono zone urbane densamente edificate con piccole botteghe in legno incassate fra tipiche case giapponesi, costruite sempre in legno con tetti di tegole. Anche molti edifici dei grandi impianti industriali con sede nella periferia hanno strutture in legno, quindi la città nel suo insieme presenta un rischio molto alto di danni da fuoco.

Durante il volo, il capitano William Parsons termina la procedura di armamento della bomba, e il suo assistente, il tenente Morris Jeppson, rimuove i dispositivi di sicurezza.

Little Boy – lunghezza 3 metri, diametro 71 cm, peso 4 tonnellate – viene sganciata alle 8.15.

Il B-29, dopo la picchiata, guadagna velocità, vira di 180 gradi e si allontana; 43 secondi più tardi, avviene l’esplosione.

L’apparecchio è distante 18 km quando è investito in pieno dalla forza della deflagrazione, tanto che Tibbets inizialmente pensa di essere stato colpito dalla contraerea; dopo pochi istanti, arriva l’impatto della seconda onda d’urto (quella riflessa dal suolo) e l’equipaggio si volta a guardare Hiroshima.

“Se Dante fosse stato con noi sull’aereo”, commenterà in seguito Tibbets “sarebbe rimasto atterrito: la città che soltanto qualche minuto prima avevamo visto così chiaramente nella luce del sole era nascosta da quella nuvola rovente, a forma di fungo, terribile e incredibilmente alta. Hiroshima era letteralmente sparita sotto una coltre di fumo e di fuoco”.

Dai racconti dei sopravvissuti, ciò che viene percepito a terra è una luce improvvisa e accecante, mescolata a un’onda travolgente di calore.

Le persone più vicine all’esplosione vengono istantaneamente carbonizzate (le sagome di alcuni corpi rimangono letteralmente stampate come ombre nere sui muri); gli uccelli prendono fuoco in volo e i materiali combustibili si incendiano in un raggio di 6 km. L’enorme lampo bianco agisce come un gigantesco flash incandescente e imprime ustioni simili ai vecchi negativi delle foto, lungo il contorno degli abiti.

Quasi immediatamente segue l’onda d’urto, che raggiunge anche chi si trova all’interno degli edifici: le finestre esplodono, si scatena una tempesta di schegge di vetro che volano fino alla periferia della città, a 19 km di distanza; le strutture, tranne quelle eccezionalmente resistenti, crollano. Nel raggio di 800 m dal ground zero periscono nove persone su dieci.

Complessivamente, circa la metà della popolazione è morta o ferita. Quasi ogni edificio è distrutto entro un raggio di 2 km, e lesionato entro un raggio di 6 km: nel complesso, più del 90%, rendendo difficilissimo organizzare i soccorsi. I numerosi piccoli incendi scoppiati simultanei in tutta la città confluiscono velocemente in un’unica grande tempesta di fuoco, che solleva un vento fortissimo, inghiotte 11 km2 e uccide chiunque non possa mettersi in salvo, come i moltissimi feriti (uno studio del dopoguerra ha rilevato che meno del 4,5% dei sopravvissuti subì fratture alle gambe, non perché tali lesioni fossero state rare, ma semplicemente perché chi non poté camminare non sopravvisse).

Qualche giorno dopo, il personale medico inizierà a riscontrare tra gli scampati i primi sintomi di una terribile e nuova malattia: la sindrome da radiazioni.

Quella mattina, intanto, ogni comunicazione radio e telegrafica risulta interrotta, e per diverse ore al governo giapponese non possono giungere notizie precise di ciò che è accaduto a Hiroshima. Filtrano rapporti nebulosi che parlano di una grande esplosione, ma agli alti comandi non risulta alcun attacco aereo su vasta scala, né la presenza in città di magazzini di esplosivi. Nel pomeriggio, il pilota di un aereo mandato in ricognizione riferisce – già a 150 km di distanza da Hiroshima – di un’enorme cicatrice in fiamme, su cui incombe una pesante nuvola di fumo: è tutto quello che resta. La prima conferma ufficiale arriva sedici ore dopo lo scoppio, con l’annuncio del bombardamento da parte degli Stati Uniti. Lo stesso giorno, Radio Tokyo trasmette che “tutti gli esseri viventi, umani e animali, sono stati letteralmente bruciati a morte”.

L’8 agosto l’U.R.S.S. dichiara guerra al Giappone e attacca la Manciuria: si assottigliano le speranze alleate di evitare l’ingresso dei sovietici nel Pacifico, anche perché il gruppo dirigente dell’esercito giapponese ha avviato i preparativi per imporre la legge marziale sulla nazione, al fine di arrestare chiunque tenti accordi di pace.  Occorre quindi stringere i tempi, il Giappone viene coperto da volantini lanciati dagli Americani che proclamano: “Siamo in possesso dell’ordigno più distruttivo mai concepito dall’uomo. Una sola delle nostre bombe atomiche di nuova concezione è pari come potenza esplosiva a 2.000 dei nostri B-29. Abbiamo appena iniziato a utilizzare questa arma contro la vostra patria. Se avete ancora dubbi, verificate quanto è accaduto a Hiroshima, con una sola bomba caduta sulla città”.

Fine seconda parte

Fonte Vikipedia

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