L’universo femminile è da sempre al centro del percorso fotografico di Vittoria Capuozzo: attraverso gli scatti racconta «una bellezza che va oltre l’aspetto fisico», dedicandosi non solo a donne forti e intelligenti, anche non più giovanissime e «con tanto da insegnarci», ma anche a donne che convivono con insicurezze e timori di non essere perfette. Nel corso degli ultimi anni Capuozzo ha deciso di affrontare un tema che le sta a cuore: la violenza di genere, non solo quella fisica ma anche quella psicologica. Con mostre fotografiche e diffusione sui social, Vittoria dà luce alla fragilità, alla paura di una donna «ma anche la forza di trovare la luce anche quando tutto sembra spento».
Il suo nuovo progetto dal titolo “Uno sguardo sul mondo” — pensato in occasione del 25 novembre, Giornata internazionale per l’eliminazione della violenza contro le donne — mira a restituire visibilità a quei silenzi sociali e personali che circondano la violenza.
L’approccio visivo prevede ritratti dove la luce e l’ombra giocano, sguardi che comunicano e corpi parzialmente nascosti, per restituire dignità e identità alle vittime, e invitare lo spettatore a guardare oltre la superficie.
La scelta di Giorgiana Guta come fotomodella ha permesso di dare ulteriore forza al messaggio comunicativo.
«La macchina fotografica è la mia ‘arma’ per parlare di violenza e per accendere i riflettori sul dramma — purtroppo ancora frequente — della violenza di genere», racconta la fotografa.
Il messaggio è chiaro: l’immagine non è soltanto testimonianza, ma vero e proprio punto di partenza per riflessione e impegno.
Il lavoro di Capuozzo si inserisce nel contesto della sensibilizzazione e del cambiamento culturale, offrendo non unicamente la documentazione del danno, ma anche la ricerca della possibilità di rigenerazione: «Ogni donna ha una storia che merita di essere raccontata, e io cerco di darle il giusto spazio».

In un’epoca in cui l’immagine è ovunque, il progetto di Capuozzo propone una fotografia che fa più che catturare: cura, dialoga, restituisce visibilità a ciò che spesso resta nascosto. Il suo impegno visivo diventa così anche un impegno sociale: fotografare per supportare, dare voce, essere amica, essere testimone.
Con questo lavoro, la fotografa invita lo spettatore a diventare parte del cambiamento: non solo osservatore, ma interlocutore attivo. E nel farlo, dimostra che la bellezza — quella autentica — si misura anche nella libertà di esserlo.
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