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ULTIMI GRANELLI DI SABBIA

In agosto ho compiuto sessant’anni, ma che bello, quanto sono felice, sento proprio l’entusiasmo saltarmi addosso in modo irrefrenabile.
Pochi giorni fa ho incontrato un mio conoscente (stessa mia classe) che non vedevo da trent’anni, l’ho riconosciuto subito, a parte i capelli un po’ argentati, per il resto non è cambiato molto; quando l’ho salutato lui mi ha guardato in modo stralunato, come a dire: “ma chi cazzo è questo?” Poi gli ho ricordato che una volta coltivava i terreni vicino la mia cascina ed allora è sovvenuto con un: “ma certo, l’avevo capito, sei rimasto praticamente tale e quale” – (che stronzo) – D’altronde bisogna accettare il fatto che il nostro fisico cambia: all’altezza dell’ombelico è venuto a formarsi una specie di marsupio senza tasche, e perciò non sfruttabile per depositare portafogli, smartphone e piccola oggettistica; io ci metto su le mani, così non tengo le braccia a penzoloni, una sorta di mensola umana. Il cervello invece direi che è rimasto inalterato, condito con poco sale, ma sempre aperto a nuove conoscenze. (Non posso scrivere che guardo ancora con un certo interesse tette e culi, perché se lo legge mia moglie dopo …).

Avendo raggiunto la cifra tonda di 60, le mie donne nonché comandanti, avevano pensato di organizzare una grande festa, ed invitare questo quello e quell’altro, poi gli è venuto in mente (a moglie e figlia) di chiedere un mio parere e così gli ho spiegato che non ero straordinariamente entusiasta del traguardo raggiunto e non c’era bisogno di invitare persone che non vedevo ormai da tantissimo tempo, bastavano pochi cari ristretti amici ad augurarmi un sereno compleanno. Quando avevo vent’anni vedevo i sessant’anni come dei matusalemme, ma la ruota gira, adesso sono io lo stagionato, anzi per meglio dire: boomer, ormai si usa tutta terminologia inglese, bisogna stare al passo coi tempi. Di conseguenza, i parenti più stretti (genitori e zii), se ancora in vita, hanno un’età che si aggira sui 90, osservadoli e parlando con loro mi pongo delle domande del tipo: sarò sulla sedia a rotelle come mia mamma? Con la mente più o meno lucida in grado di intavolare discorsi sensati o sarò rincoglionito a tal punto di scambiare mia figlia per una estranea? Finirò in una RSA (Residenza Sanitaria Assistenziale), specializzata al mantenimento di pre-salme oppure avrò la “gioia” di crepare nel mio lettuccio? Sono domande che sembrerebbero lontane anni luce dal riguardarmi, ma da quando ho iniziato a frequentare con una certa regolarità la Casa di Riposo di Asola, ho cominciato a pormi.

In questa struttura sono ospitate due mie carissime zie (da parte di mia madre) di 91 e 95 anni; io, mia moglie e mia sorella andiamo a far loro visita il più frequentemente possibile; dall’ingresso fino ad arrivare ad una specie di soggiorno o stanza ludica dove loro solitamente ci aspettano, ogni anziano ospite che incontriamo, ci saluta con un affetto tale da farci sentire suo parente, anche se in realtà non lo conosciamo; quando poi le nostre zie (Giuseppina ed Attilia) ci scorgono ancora da lontano, hanno un sorriso talmente grande che io ho sempre paura possano perdere la dentiera. Il loro abbraccio è talmente affettuoso da trasmetterci belle vibrazioni d’amore, certo, loro hanno ancora una mente lucidissima, magari potessi mantenere il mio cervello così brillante, fisicamente qualche acciacco c’è, d’altronde gli anni sono tanti, il fatto che abbiano ancora una testa straordinariamente attiva, ci permette di instaurare delle lunghe interessenti chiacchierate; spesso ci raccontano delle marachelle che hanno combinato da bambine, e finora mai confidate, per loro è come aprire e leggere il diario della loro vita.

Molte volte incontriamo i loro figli e nipoti ed allora la conversazione va ad abbracciare tematiche più ampie, coinvolgendo certe volte, anche anziani presenti ai tavoli vicino al nostro che solitamente rispondono con un: “ai miei tempi certe cose non accadevano, eravamo più poveri ma più felici”.
Ho sempre avuto per queste mie zie, un affetto, una ammirazione ed una stima smisurata, per la straordinaria capacità che sempre hanno avuto nel vedere il bicchiere mezzo pieno, risollevandosi anche da tremende tragedie.
Voglio riportare testualmente le parole che mia zia Giuseppina mi ha riferito qualche giorno fa: “Vedi Giordano, sarà forse perché sono assieme all’Attilia o forse perché sono di Asola e conosco molti anziani qui ospiti, ti dico sinceramente che qua mi trovo bene, il cibo è buono, la domenica c’è sempre un piatto tipico mantovano (agnolini in brodo, tortelli di zucca, cotechino ecc.) che ci fa distinguere il giorno di festa da quello feriale; durante la settimana un po’ di fisioterapia per far distendere un po’ le ossa, poi c’è una Signora che ascolta le nostre storie o leggende di un tempo, le registra e ce ne fa ascoltare di nuove; inoltre questo mese è stata organizzata una mostra fotografica aperta a tutti i visitatori, è un modo per non farci sentire soli.

Ho stabilito un ottimo rapporto con le inservienti della RSA, pensa che c’è una giovane Signora che si confida con me quando ha qualche problema in famiglia, come se fossi sua nonna e questo mi fa sentire utile, mi fa sentire viva, quando finisce il suo turno di lavoro mi viene sempre a salutare con un bacio. Certo, alcuni ospiti non hanno perdonato i loro figli di averli portati a morire lontano da casa, sono sempre tristi e inviperiti, ma questo a cosa gli serve? Solo a farsi scoppiare il fegato; so di avere pochi granelli di sabbia nella clessidra del tempo, io non li voglio sprecare inveendo contro questo o quello, ma cogliere il bello che ogni giorno mi offre”. Dopo aver salutato le zie (e tutti gli anziani incontrati fino all’ucita), sono tornato a casa continuando a pensare a quanto appena sentito, arrivando alla conclusione che persone come mia zia Giuseppina, sono rari fiori in mezzo un campo secco, in grado di colorare sempre la nostra vita.
Giordano

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