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TRISTEZZE

La tristezza si insinua nel cuore dell’uomo e ne corrode lentamente la vita, come fa la tignola con il vestito: se non viene combattuta, essa finisce per abitarci come un inquilino stabile e sempre più difficile da scacciare. “La tristezza spoglia da ogni piacere e fa inaridire il cuore – diceva Evagrio; essa è alla radice della depressione, perché conduce al sentimento del non-senso della vita, a uno stato di letargo in cui tutto appare senza luce e senza speranza. Ma perché questo tarlo permane come un’ombra nel nostro profondo? Può essere generato dalle sofferenze ingiustamente patite, dalle contraddizioni alla nostra vita, dalla contestazione della frustrazione dei nostri desideri. E’ evidente che la vita e la realtà ci contraddicono in molti modi, spesso anche inattesi; ma è altrettanto evidente che pensare di poter vivere in un mondo privo di frustrazioni è illusorio, così come è dannoso nutrirsi di nostalgie immaginarie o di attese impossibili! In questo senso, credo che lo specifico della tristezza consista nel suo essere una patologia riguardante il rapporto con il tempo: si idealizza il passato come stagione migliore di quella attuale e lo si evoca con ingenui accenti di nostalgia. Specularmene, ci si pone in modo irreale di fronte al futuro: o si sogna di realizzare in un avvenire mitico ciò che è destinato a cominciare sempre domani (“Quando avrò fatto…”), oppure si teme il tempo che sta per venire a motivo delle incognite che può riservare. Insomma, in un modo o nell’altro ci si rifugia in un mondo immaginario per non aderire alla realtà: così facendo, però, non si coglie il presente come l’ora irripetibile che ci è data da vivere. Si comprende perché la tradizione cristiana unisca strettamente la gioia, antidoto principe alla tristezza, alla capacità di vivere in modo adeguato il rapporto con il tempo: la gioia è una virtù che unifica il tempo umano nell’oggi di Dio, anticipando nel presente la dimensione finale attesa. Una gioia, però, che non è la spensieratezza dell’irresponsabile, ma, al contrario, l’impegno, l’accettazione di una modalità altra di porsi di fronte agli eventi. Non a caso l’Apostolo Paolo formula l’invito alla gioia come un imperativo (Rallegratevi!): quanto di più lontano si possa immaginare rispetto alla spontaneità cui siamo soliti connettere le nostre gioie superficiali. Sì, occorre obbedire al comando di rallegrarsi ed esercitarsi alla gioia vivendo in pienezza il momento presente, così da sperimentare che né il passato né il futuro possono imprigionarci, ma determinante è solo l’oggi in cui ci è chiesto di vivere, grati verso ciò che è stato, e aperti verso quanto il futuro ci riserva.

Enzo Bianchi, priore di Bose

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