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Tralicci

Mi affascinano i tralicci. Li vedo come il sistema nervoso delle città: lunghi neuroni e connessioni sinaptiche trasportano l’energia elettrica e consentono alle città di vivere. I tralicci sono tanti, diversi tra loro. Imponenti, a guardarli si vede che hanno diverse personalità: ci sono i maestosi, gli stravaganti, i cinesi sorridenti, i solitari… I loro fili solcano il cielo, corrono per migliaia di chilometri, attraversano ogni paesaggio. Collegano. Penso agli uomini che li hanno costruiti, che hanno sfidato montagne, boschi fitti, nature impervie per tirar su queste colonne portanti della nostra vita. Sono belli, i tralicci, e mi fanno simpatia. Sono un’opera dell’uomo, muovono rispetto. Ogni tanto penso ai cervelli delle persone che un qualche accidente ha danneggiato. Immagino i neuroni come pionieri che devono farsi strada per nuove vie, mai percorse prima. Pionieri in viaggio, che non possono più tornare alle loro case e che ne devono trovare di nuove. Piantano tralicci anche loro. Quotidianamente in quei cervelli colpiti piovono sostanze che nutrono, riparano, liberano vie, portano materiale per costruire nuovi tralicci, per consolidare quelli esistenti e ancora funzionanti. Da fuori, arriva anche l’aiuto degli alleati: medici, infermieri, ma soprattutto fisioterapisti, logopedisti, terapisti occupazionali, neuropsicologi… A ogni nuovo traliccio piantato, a nuovi fili che vengono collegati, un pezzetto di vita, là fuori, ritorna.

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