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“SUL FILO” di Jordan Jovkov

Mentre lo proteggeva dai cani, Mocanin aveva capito che questo contadino sconosciuto non si era fermato da lui senza motivo, qualche guaio lo stava spingendo. Per questo si arrabbiò con i cani, li sgridò e guardò di nuovo verso il contadino:  dal suo gilè rosso si capiva che veniva dal Deliorman (regione del nord-est della Bulgaria ndr.). Era un uomo alto e robusto ma sembrava che fosse nato povero, la sua camicia era tutta di toppe cucite in modo grosso e maldestro, la sua cintura era a brandelli, lo stesso i pantaloni. Era scalzo.

Guardandolo sembrava un uomo di montagna, ma Mocanin lo aveva valutato in fretta e aveva capito che proprio da queste persone morbide, svogliate, si dice che lascerebbero la strada per dare precedenza anche alle formiche.

Il contadino aveva salutato, aveva detto sottovoce qualcosa del tipo – come state, state bene – ma era chiaro che pensava a qualcos’altro e che ben altra era la preoccupazione che si leggeva nei suoi occhi. Guardando in avanti e mostrando con la mano aveva chiesto se era questa la direzione dove si trovava il villaggio Mandjilari e quanta strada bisognava percorrere per arrivarci.

Mocanin gli rispose… e solo allora si accorse che sulla strada c’era un carro trainato da un cavallo. Il contadino aveva lasciato il carro per venire da lui. Dentro c’era una donna con le mani nascoste sotto il grembiule con un foulard non legato, con ali pendolanti per sentirsi più leggera.

Che faceva caldo non c’era dubbio ma Mocanin sapeva che se le donne lasciano il foulard in questo modo è perché le tormentava non tanto la calura, ma qualcos’altro…

Dietro, nel carro, coperta con un tappetto con la testa appoggiata sui rustici cuscini neri, giaceva un’altra donna, più giovane, forse una ragazza. Guardava di lato e il suo volto non si vedeva.

– Mi pare tu abbia qualcuno malato – chiese Mocanin. -Sì, una ragazzina – rispose.

Il contadino guardava verso le pecore ferme sul prato, tratteneva lo sguardo sopra di esse senza vederle, i suoi occhi colmi di preoccupazione vagavano senza meta.

– Ma, la nostra non è da raccontare – ha detto –  

  lascia perdere.

– Non sei da queste parti, di dove sei?

  chiese Mocanin.

– Da Kiucuk Ahmed, Speranza si chiama adesso, vicino alla Roccia. Sono stato qui altre volte, io vendo Hennè, Hennè buono c’è nel nostro villaggio, le donne lo comprano. Quando scendo giù, verso il mare, compro pesce, uva, quello che si trova. Grazie a Dio tiriamo avanti, solo se non fosse successo questo guaio.

Si sedette per terra e tirando la borsa di pelle decise di fumarsi un sigaro. Mocanin si sedette vicino a lui e vide che le sue grosse dita caliginose tremavano mentre preparava il sigaro.

– Non resistono i nostri figli – disse – tre sono morti da piccoli, ne è rimasto solo uno – lo diceva osservando il carro. L’abbiamo cresciuta come pupilla negli occhi, toglievo il tozzo dalla bocca per comprarle qualcosa, qualche abitino, per non farla soffrire guardando le altre. Grazie a Dio, l’abbiamo fatto fino adesso. Ma da un po’ di tempo…. non ha niente e appassisce. Ha parlato a sua madre dicendole che si sentiva triste perché le sue compagne si erano sposate e lei ancora no. Perché ti preoccupi figliola, le dicevo, troverai anche tu la tua fortuna. Perché guardi le altre. Sono ricche. Gli uomini odierni sono così, cercano donne ricche. Ti sposerai anche tu, stai serena, non sei vecchia.

– Quanti anni ha?

– Una ventina. All’ Assunzione compirà vent’anni.

– E’ una ragazza giovane. – Già…

Il contadino tacque e cominciò di nuovo a guardare le pecore senza vederle. Qui, vicino, nel mezzo del grano strillavano i grilli…

– Quest’estate mi ha pregato di lasciarla andare alla mietitura. Siamo poveri, abbiamo bisogno ma guardandola così magrina, malaticcia, non avevo voglia di permetterglielo.

“Ti prego papà, lasciami andare anch’io con le ragazze”. Va beh, se è così, l’ho lasciata.

Poi, che cosa fosse accaduto non lo so. Sui prati si sdraiavano, si alzavano. So quello che mi ha detto lei. Una volta hanno mietuto tutto il giorno, alla sera hanno cenato, cantato e riso. Dopo si sono coricate. Nonca, così si chiama mia figlia. si è coricata anche lei. – “Mi sono sdraiata, papà”, sotto un cumulo di fieno, ben coperta, al riparo, per non prendere aria corrente. Mi sono addormentata.

Ad un certo punto sento qualcosa di pesante e freddo sul mio petto. Ho aperto gli occhi, era un serpente.

– Caspita!

– Si, un serpente, arrotolato, sdraiato sul suo petto.

– Ha guardato e in preda alla paura l’ha afferrato e buttato via.

– Lo ha buttato? – chiese Mocanin.

Durante la mietitura succede anche questo.

– Però, non l’ha morsa, vero?

– No, si è sdraiato sul suo petto. L’ha preso e buttato. Così mi ha raccontato. Non so se è la verità o è stato un sogno. Da allora la ragazza non sta bene. E’ diventata come un ramo secco. Le fa male il petto. Là, dove si era appoggiato il serpente.

– Che roba – si meravigliava Mocanin – e adesso dove la porti, da un medico?

– Non hai idea di quanti medici abbiamo cambiato. Se fosse stato per me, non ci crederei nemmeno, ma è una donna: è malata, è la mia figliola.

La sua voce era tremante e rimasi zitto.

Si è messo a fissare, a tirare senza bisogno i suoi baffi, la sua ispida barba, non rasata da tempo, dura, brizzolata. Non c’era bisogno che qualcuno dicesse a Mocanin che, ogni pelo bianco era segno di una preoccupazione.

-L’atra sera sono venuti dei nostri conoscenti. Non so cosa abbiano parlato, gente spensierata, potevano anche farsi beffa.

All’improvviso venne da noi Stoeniza, nostra comare, loquace e sapientona.

– Guncio – disse- hai avuto fortuna, ha avuto fortuna anche Nonca.

– Cosa c’è?– le chiesi.

– Sono tornati due uomini, Nicola e Penio, dicono che in Mangelari è apparsa una rondine bianca. Bianca come la neve! E tu sai che cosa è la rondine bianca? Una rondine bianca può apparire una volta ogni cento anni, ma chi la vede, da qualsiasi malattia soffre, guarisce.

Guncio – disse- vai, non stare fermo, porta Nonca.

La mia figliola si era messa a piangere, anche sua mamma. Ed eccoci, siamo arrivati.

– Ma davvero?– ha esclamato Mocanin –

   e dov’è questa rondine?

– Ti ho detto, è apparsa qui, a Mangilari.

– Bianca?

– Proprio bianca.

Essendo stupito Mocanin,si era messo a guardare intorno, verso la strada dove ogni giorno portava il gregge, sempre nello stesso prato… e solo adesso notava quante rondini si erano posate sul filo telegrafico. Non era strano, si avvicinava la Trasfigurazione, il tempo in cui le rondini e le cicogne si univano per andare via. Molte erano le rondini e così vicine l’una all’altra tanto che il filo si era appesantito come una collana. Erano molte, ma tutte nere.

– Per questo sono qui – disse con più coraggio e sollievo. Volevo chiederti se tu l’avevi vista ancora o ne avevi sentito parlare – disse il contadino

– No, fratello, no. Nè vista, nè mai ne avevo sentito parlare – rispose Mocanin

Subito si accorse che ci poteva sperare e aggiunse: – Può darsi che ci sia, è probabile.

E’ possibile. Bue bianco, topo bianco, cornacchia bianca, ci sono. Potrebbe esserci anche rondine bianca. Deve esserci se si è sparsa la voce.

– Chissà- ha sospirato il contadino – se fosse stato per me, non ci crederei, ma sono donne…

Si alzò per andarsene. Commosso Mocanin si era alzato anche lui per accompagnarlo e per vedere la ragazza. Giunti sulla strada, la madre, gialla e schiacciata dal peso della donna, da lontano fissò suo marito come se volesse dalla sua espressione comprendere cosa aveva saputo. La ragazza era ancora girata a guardare le rondini sul filo.

– Quest’ uomo ha detto che il villaggio è vicino – disse il contadino.

Sentita la sua voce, la ragazza si girò. Era magra, sotto la coperta si notava il corpo sciolto dalla malattia, il viso era di cera, ma gli occhi erano ancora chiari, giovani e sorridenti. Guardava suo padre e Mocanin.

– Nonca, quest’uomo ha visto la rondine– ha detto il contadino guardando Mocanin – in questo villaggio vicino, speriamo di vederla anche noi.

– La vedremo? – ha sussurrato la ragazza mentre i suoi chiari occhi si erano illuminati.

Qualcosa si è alzato nel petto del Mocanin, lo ha soffocato, i suoi occhi si sono appannati.

– La vedrete figliola, la vedrete- disse ad alta voce. L’ho vista io, la vedrete anche voi. L’ho vista con i miei occhi, bianca, così bianca. La vedrai anche tu. Che Dio ti aiuta a vederla per guarire…sei giovane. La vedrai, ti dico io che la vedrai e guarirai figliola, non avere paura.

La madre strizzò gli occhi mettendosi a piangere. L’alto, ossuto contadino cominciò a tossire, prendendo le redini del cavallo guidandolo.

– Buona fortuna – gridava dietro loro Mocanin.

Il villaggio è vicino.

Rimase a lungo sulla strada a guardare dietro il carro. Guardava la madre con il suo foulard nero, la ragazza sdraiata vicino a lei, l’alto contadino che camminava curvo e guidava il piccolo cavallo e sopra di loro, ogni due pali telegrafici, le rondini che volavano via e ritornavano posandosi di nuovo sul filo. Pensieroso Mocanin era tornato dal suo gregge ricominciando a lavorare le scarpe dalla pelle di bue. Rondine bianca, pensava, chissà se c’è. Qualcosa lo stringeva nel petto, lo torturava.

Lasciando cadere l’attrezzo, guardando verso il cielo gridò:

– Dio, quanto dolore c’è in questo mondo, Dio!

E di nuovo fissò il carro.

Un grazie a Darina Naumova per aver

condiviso un racconto molto profondo.

Jordan Jovkov (Žeravna, 1880 – Plovdiv, 1937) è stato uno scrittore bulgaro.

Jovkov, dapprima poeta e successivamente scrittore, si ispirò principalmente alla vita rurale della campagna bulgara e descrisse profondamente la psicologia dei soldati.

Nei suoi romanzi si soffermò sui conflitti generazionali e su quelli esistenti tra il vecchio mondo e i contadini. Di notevole importanza furono anche i suoi drammi.

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