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STORIELLA CURIOSA SULLA DAMIGIANA

È da poco passato il tempo della vendemmia: torno indietro nel tempo, a ricordi di quando ero bambina. Avevamo una piccola vigna che adornava e ombreggiava la porta d’ingresso di casa nostra. Ci regalava grappoli d’uva bianca molto dolce, ma in quantità proprio esigua, non certo sufficiente per produrre vino. Mio papà perciò comprava il vino in damigiane e la mamma poi con fatica in cantina lo travasava nei fiaschi, da mettere in tavola ai pasti per un buon bicchiere per gli adulti, ottimo accompagnamento a semplici ma appetitose pietanze.
Mia nonna ne metteva spesso un goccio a cena nella minestra, col disgusto generale di noi commensali. A proposito di damigiana, curiosa è questa storiella sull’origine del suo nome.
Probabilmente è stato un marinaio della Francia del Seicento, frequentatore di quelle bettole tipiche dei porti, a definirle scherzosamente “Dame Jeanne”, cioè “signora Giovanna”, quel grosso recipiente per il vino che, arrivato in Italia, è diventato “damigiana”.

Si presume che Jeanne fosse il nome della proprietaria un po’ rotondetta del locale che, con il gonnellone lungo fino ai piedi che indossavano all’epoca le donne, secondo il marinaio era somigliante al grosso recipiente di vetro, fasciato da un gonnellone di vimini o di paglia.
Ornella Olfi

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