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SIAMO AL LIMITE

Siamo al limite. Non ci saranno occasioni eterne, né scadenze da prorogare ancora ed ancora. Questo è il momento. Il momento della responsabilità, della collaborazione, forse anche dei compromessi. Ne facciamo ogni giorno, anche nelle minime cose. 

Ora è il momento di sedersi ad un tavolo per trovare soluzioni, per esprimere proposte, per mettere fine a questa situazione. C’è chi parla di “decrescita felice” per il futuro. Ma, come ha scritto Antonio Polito sul Corriere del 1 marzo, “la decrescita è già tra noi, e non mi sembra affatto felice”. Per quanto mi riguarda, sono totalmente contraria all’idea di una decrescita felice (la trovo una contraddizione), non fa per l’Italia, non per la Patria del Rinascimento e del Miracolo Economico, non per un Paese di eccellenze, non per un fondatore dell’Unione Europea, non per una delle maggiori economie mondiali, non per un Paese da cui fuggono cervelli che riescono a fare una fortuna all’estero, no. I margini di crescita ci sono, esistono, si può fare, si deve fare. Mi rendo conto che giunti a questo punto sia difficile guardare avanti con speranza, ma lasciare che l’Italia declini lentamente perché non le sono state date le risposte di cui necessitava credo sia una sconfitta che non ci possiamo permettere. 

E incolpare l’euro non serve a nulla. 

Il problema non è la moneta unica, che nei primi anni ci ha garantito bassi tassi di interesse, il vero peso sulle nostre spalle è il debito pubblico, che nessuno ha mai avuto il coraggio di aggredire con misure serie. 

Immobili vuoti, lasciati alle intemperie e allo scorrere del tempo che potrebbero essere alienati, partecipazioni statali in aziende usate come tappabuchi per i non eletti di turno. 

Si continua a credere che certe imprese debbano essere statali, perché il servizio che danno non deve essere gestito da un privato, quindi si preferisce un settore pubblico inefficiente a un settore privato ritenuto (a mio parere erroneamente) “sfruttatore”. Come evitare questo “sfruttamento”? Semplice, con la concorrenza: a parità di servizio offerto, vince chi ha il prezzo migliore, chi sa garantire un maggiore qualità, il tutto controllato dalle Autorità competenti. È facile gestire un’azienda statale con il denaro dei contribuenti, ma se queste fossero privatizzate, al primo errore di gestione, il manager di turno potrebbe esser messo alla porta, invece di limitarsi a cambiare poltrona. Ecco perché, dal mio punto di vista, queste società in mano pubblica non forniscono servizi pubblici nei tempi e nei modi in cui dovrebbero, ma offrono poltrone su cui lasciar sedere amici degli amici, quindi andrebbero privatizzate, aprendo il relativo settore alla concorrenza. 

Ma finchè ci si limita a vedere come costi della politica solo stipendi parlamentari e rimborsi elettorali, questo Paese non ha speranza. Quello sarebbe solo l’inizio, perché molti altri costi, più nascosti ed indiretti si annidano in ogni angolo. 

Sono negli enti inutili creati per salvaguardare qualche “trombato”, sono nei consigli di amministrazione di aziende statati pieni di incapaci, sono nella burocrazia fatta di documenti inutili, di tempo perso e code interminabili. Meglio non dimenticare che la burocrazia è lo strumento che la politica preferisce per “poltronizzare” gli amici.

I costi da eliminare sono nei blocchi e nei tempi imposti dalla legge ai ricercatori, nelle ore spese dalle aziende per l’adempimento degli obblighi fiscali, per un’autorizzazione che ha bisogno di una sola firma. Non ci serve la decrescita felice, ci serve la crescita, ci servono meno intralci inutili e più libertà di fare impresa, di fare mercato, perché è impossibile distribuire ricchezza se prima questa non viene creata. 

Leggo commenti di persone convinte che l’uscita dall’euro sia la strada migliore, ma dubito che queste abbiano considerato fino in fondo i rischi. Dalla svalutazione, all’innalzamento dei tassi di interesse, un possibile collasso del sistema bancario (perché si vorrebbe ritirare i propri averi in euro). Alcuni vorrebbero risolvere il problema del debito pubblico stampando moneta. E l’inflazione? Dove andrebbe? Trovo, quindi, che queste proposte semplicistiche vengano lanciate con la leggerezza tipica di chi non considera pienamente le conseguenze. 

Come ha giustamente fatto notare Matteo Renzi nella sua newsletter, il problema non è l’eccesso di Europa, ma il contrario. 

Non l’avete letta? Peccato. Recuperatela sul suo sito internet. Ne vale la pena.

Il caso di Matteo Renzi, dal mio punto di vista, è la rappresentazione di un’Italia che dice di voler cambiare e urla: “Largo ai giovani!”, ma poi fa di tutto per impedire loro di raggiungere la vetta, non li spinge verso il futuro, ma li mette in un angolo, per mantenere le cose nell’esatto stato in cui sono ora. Tutti vogliono le riforme, a voce, ma appena qualcuno propone, partono i veti incrociati. Quando si parla di coerenza…

I vecchi partiti hanno la loro ultima occasione di riscatto agli occhi degli elettori, oppure saremo in caduta libera. E dico questo perché per governare un Paese non basta essere persone oneste, servono idee, competenze, proposte e anche una buona dose di umiltà per sedersi ad un tavolo e cercare risposte, cosa che non vedo da parte del Movimento 5 Stelle, di cui sono condivisibili i punti riguardanti i costi della politica, ma il resto del programma fa acqua da tutte le parti, dal mio punto di vista. 

Per questo sono disposti a votare solo le proposte presenti sul loro programma. Se si parla di proposte non presenti, non ci sono le materie prime necessarie per arrivare ad un prodotto finito in grado di soddisfare le esigenze di un popolo affamato di risposte, di soluzioni, di stabilità. Un popolo che ha voglia di respirare aria nuova, di non dover tirare ogni mese la cinghia per riuscire a superare quei lunghi 30 giorni. 

Leggo la volontà di aumentare le risorse a favore della Sanità. Forse non si ha la vaga idea dell’incremento che queste hanno avuto negli ultimi anni, della mole di sprechi e mazzette presenti. 

Non serve spendere di più se si deve spendere peggio, il vero traguardo è spendere meno, ma spendere meglio. E lo stesso si può dire del resto della Pubblica Amministrazione. È questo il punto da cui iniziare, anzi, i punti sono pochi, sicuramente non semplici, ma fattibili, possibili: ridurre il debito (con privatizzazioni), tagliare la spesa (che diminuirebbe anche considerando che meno debito equivale a meno interessi) per arrivare al famigerato taglio dell’imposizione fiscale. Forse, cari parlamentari, invece di insultarvi, lanciare provocazioni e usare termini lontani dal rispetto e non appropriati al ruolo che avete (o pretendete di avere), sedetevi ad un tavolo, idee alla mano, cercate soluzioni, provateci perché le seconde occasioni capitano raramente. 

E il futuro non perdona. Chi non è parte della soluzione, è parte del problema. Sedetevi e parlatene.

 

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