Nel novembre del 2018 ho avuto la possibilità di soggiornare per una settimana in Germania passando gli ultimi 3 giorni della mia vacanza di ‘’lavoro’’ a Berlino (fino a qualche anno fa ero contitolare di un’azienda agricola). Sarebbe dovuto essere un periodo di intenso confronto con gli allevatori tedeschi di vacche da latte, il tutto organizzato da una ditta mantovana specializzata nella produzione di alimenti per animali da reddito. E’ sempre importante uno scambio di vedute anche con allevatori d’oltre confine per tenersi aggiornati su eventuali nuovi metodi di allevamento, in realtà i tre quarti del tempo lo abbiamo trascorso visitando i posti più caratteristici della Germania.
Vengo al dunque, tra i posti che a Berlino mi hanno maggiormente colpito, anzi, letteralmente sconvolto, vi è il Memoriale della Shoah, situato nel quartiere Mitte poco distante dalla Porta di Brandeburgo; l’edificio è ben visibile perché attorniato da migliaia di parallelepipedi in cemento di diverse altezze, simili a tombe; percorrendo questo labirinto di enormi “lapidi”, sembra di camminare in uno sterminato Cimitero, la sensazione di angoscia è molto forte. L’ingresso nell’edificio del Memoriale vero e proprio (inaugurato nel 2005) è gratuito ed aperto 24 ore su 24, all’interno è ben documentata la storia del nazismo tra scritti, fotografie, testimonianze di persone scampate al genocidio riportate in filmati, documentari riguardanti campi di concentramento visibili anche tramite schermi e tradotti in tutte le lingue; personalmente consiglio la visita soprattutto a quegli scettici individui che mettono in dubbio i crimini e le nefandezze avvenute in un passato non molto lontano.
Io però, all’incirca dopo mezz’ora di permanenza sono dovuto uscire. Mi era tornato alla mente un racconto di mio zio Alceo (fratello maggiore di mia madre), quando avevo 10 anni una sera era a cena a casa nostra, in TV davano un film che parlava di guerra e lui ci chiese la cortesia di spegnere o cambiare canale perché quelle immagini lo avevano molto turbato e forse per giustificare la sua richiesta o perché dentro sè portava uno strazio troppo grande da poter contenere, aiutato da diversi bicchieri sorseggiati del nostro vino nostrano.Cominciò a raccontare dei suoi 2 anni trascorsi in un campo di concentramento. Iniziò dal suo arresto da parte dei fascisti, dalle tante manganellate prese, fino al trasferimento in un lager in Germania (da quanto ho capito, perchè era un partigiano) ma quando cominciò a descrivere la “vita”, le condizioni in cui venivano trattati i reclusi in quel campo, quel che mangiava per sopravvivere, l’atmosfera cominciò a farsi molto greve, tant’è che ad un certo punto mia mamma m’ha fortemente invitato ad andare a letto, ma si sa che i bambini sono curiosi e testardi, e quindi sono rimasto… dovevo assolutamente sentire la fine di quel racconto così terribile e rocambolesco.
Essendo già da diverso tempo “ospite” di quella abominevole struttura, mio zio ne aveva compreso l’organizzazione, capiva il tedesco anche se lo parlava in modo stentato, conosceva le sentinelle, i soldati tedeschi non erano tutte belve, con qualcuno era riuscito a stringere in qualche modo una specie di legame (se così si può definire) al punto che gli era stato affidato il “prestigioso” compito di pulire la baracca e le latrine degli ufficiali e sottufficiali. Molte volte per umiliarlo i soldati presenti nella baracca gli buttavano per terra dei biscotti o pezzi di pane, che lui doveva mangiare mettendosi a cuccia su quattro zampe come fosse un cane, i morsi della fame erano tali che gli attanagliavano lo stomaco, leccava anche le briciole ch’erano sul pavimento, però per lo meno grazie a questo supplemento di cibo era riuscito a rimanere vivo.
L’idea della fuga gli è balenata in testa quando ha notato l’armadio dove gli ufficiali tenevano le loro Alte Uniformi, come fare per riuscire ad impossessarsi di una e portarla fuori dagli alloggi senza essere visto? L’occasione gli si presentò quando un tenente con cui aveva legato particolarmente (un tedesco molto socievole, nella vita civile era un insegnante e odiava la guerra), gli donò una vecchia coperta; quando l’ufficiale andò in bagno, mio zio ne approfittò per prendere una divisa dall’armadio ed arrotolarla nella coperta, poi si diresse verso la sua baracca, dove erano alloggiati i suoi compagni di prigionia, ma prima di entrare una sentinella lo fermò chiedendo il perchè di quella coperta; gli rispose che era un regalo dell’ufficiale tal dei tali e così dicendo gliela allungò per farla controllare, il soldato di guardia che conosceva ormai da tempo mio zio, gli fece cenno con il capo: “vai !”
Si era sentito morire, ma grazie al suo sangue freddo per il momento l’aveva scampata. Sapeva che doveva agire la sera stessa, prima che si accorgessero che una uniforme era sparita, si tagliò la folta barba con un rasoio che si era procurato qualche giorno prima dall’alloggio degli ufficiali, si sistemò l’aspetto come meglio potè, indossò la divisa mentre gli altri sfortunati compagni di baracca gli dicevano che l’avrebbero scoperto e ammazzato come un cane ma lui era determinato, troppa gente aveva visto morire, stava diventando ogni giorno più debole, il suo fisico non avrebbe retto ancora a lungo, perciò, adesso o mai più, e quando ritenne che il momento fosse propizio, aiutato dal buio (e da tutti i Santi in Paradiso), si avviò verso l’ingresso principale con incedere deciso, salutò con fare autoritario le guardie col braccio alzato, ripetendo gesti e parole che molte volte aveva visto fare, e si trovò fuori dal campo di concentramento.
Non ci poteva credere, adesso però doveva allontanarsi il più possibile da quell’inferno recintato dal filo spinato. Camminò fino ad arrivare sulla strada che portava in paese, fermò il primo furgone che passava in quel momento, l’autista si meravigliò molto di trovare un’ufficiale camminare in solitudine a tarda sera, mio zio cercò di dargli spiegazioni col suo tedesco stentato, non ci volle molto al proprietario del mezzo a capire che accanto a sè non c’era un’autentico ufficiale, accostò dicendogli: “Io non ti ho mai visto e tu non sei mai stato sul mio furgone”, lo fece scendere, però era quasi arrivato alla periferia del paese, bussò alla porta di una modesta casetta, gli aprì un’anziano signore, appena vista l’Alta Uniforme lo fece subito entrare, dentro c’era sua moglie, gli chiesero il motivo di quella visita, mio zio col suo zoppicante tedesco non poteva di certo sostenere la parte dell’ufficiale nazista e raccontò la verità.
Gli anziani coniugi non volevano avere nulla a che fare con questa triste storia, cercò di calmarli spiegando loro che prima di domattina non si sarebbero accorti della sua fuga, gli servivano degli abiti civili e così dicendo si tolse la divisa.
Quando lo videro a torso nudo, inorridirono, l’uomo dai bianchi capelli esclamò: “Come può un cadavere camminare ?”. Gli diedero da mangiare, gli procurarono dei vestiti con l’accordo che all’alba se ne sarebbe dovuto andare. Prima che sorse il sole l’anziano uomo (rischiando moltissimo) accompagnò con la sua scassata moto, mio zio da un suo conoscente, era il suo ex compagno di lavoro, un camionista piuttosto maturo che trasportava merci molte volte anche in Italia e lì studiarono un piano, la fortuna volle che avesse in programma di trasportare un carico di pecore oltre il confine italiano.
Il proprietario del mezzo andò da solo a caricare il camion, non voleva che i pastori vedessero con lui uno sconosciuto, fece salire mio zio più tardi in un posto isolato dove era stato lasciato dall’anziano che precedentemente l’aveva aiutato, naturalmente si accomodò assieme alle pecore, non poteva di certo stare in cabina, e così, scaldato, nascosto, accolto da quegli animali che non lo hanno mai fatto sentire una bestia, arrivò in Italia.
Sono successe varie altre peripezie prima che giungesse al suo cascinale di Asola, ma per evitare di dilungarmi troppo non racconterò (per lo meno, non in questo scritto. I miei nonni quando il loro figliolo è entrato in cortile non lo hanno riconosciuto subito, era talmente magro che perfino il viso aveva cambiato fisionomia (mio zio Alceo era alto più di un metro e settanta, la prima volta che ha avuto la possibilità di pesarsi, la bilancia segnava 35 kili). Cosa avranno provato i suoi genitori che da 2 anni non sapevano più nulla del loro figlio, a ritrovarsi davanti le “spoglie” viventi del loro primogenito maschio?
Una volta domandai a mia mamma perchè lo zio Alceo portasse le maniche lunghe anche in estate, mi rispose sinteticamente: “Marchiato come fosse una bestia”, poi pianse, non aggiunse nient’altro. Non ho mai più chiesto nulla riguardo al terrificante racconto che avevo ascoltato quell’indimenticabile sera, forse sarebbe stato meglio se fossi andato a letto? Dentro me è rimasta una dolorosa indelebile cicatrice, non riesco ad ascoltare o vedere fatti riguardanti quanto ho descritto senza sentire nausea. Sono nonno di 2 nipotine, è giusto che lasci nella loro memoria simili atrocità che mi hanno tanto traumatizzato? Ho sempre avuto per mio zio Alceo una grandissima ammirazione, per la sua ironia nell’affrontare qualsiasi situazione, sempre sorridente, di una empatia coinvolgente, non c’erano difficoltà in grado di dargli grattacapi particolari, d’altronde avendo passato quanto ho raccontato, cosa gli poteva accadere nella vita che lo potesse turbare più di ciò che aveva subìto? Trasferitosi a Milano con la moglie (la cara zia Palma, da poco scomparsa alla veneranda età di 98 anni) in cerca di fortuna, da semplice garzone di bottega, era riuscito ad acquistare ed in seguito ampliare il negozio di alimentari dove era stato assunto, purtroppo nei campi di prigionia il suo fisico era stato sottoposto a delle empietà talmente atroci da rimanere segnato per sempre.
Era riuscito a riprendere peso e tornare l’uomo robusto quale era, ma il suo cuore è rimasto per sempre compromesso e così a 45 anni il primo infarto, a 50 il secondo ed a 55 il terzo ed ultimo. Alle 16.00 era sua abitudine prendersi una pausa dal lavoro, lasciava la moglie in bottega poi camminava verso il parco vicino al negozio, era nato in una cascina in aperta campagna, per lui quello era un modo per tornare alle origini, in mezzo alla natura. Quel pomeriggio mia zia Palma preoccupata nel non vederlo tornare, è andata a cercarlo… lo ha trovato seduto su una panchina sotto un grande albero, sembrava dormisse, occhi chiusi, le mani congiunte sul davanti, la testa leggermente all’indietro… sulle labbra un sorriso, un’espressione di grande serenità sul suo volto, chissà, magari avrà pensato: io all’inferno ci sono già stato, adesso mi spetta il Paradiso.
Giordano


