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PRIMA CHE IL CEMENTO CI RICOPRA

Le energie rinnovabili sono da tempo al centro del dibattito nazionale e internazionale, vista la loro importanza strategica a livello economico e ambientale, eppure non si parla abbastanza e, soprattutto, non si fa abbastanza, per la tutela del territorio che, invece, dovrebbe avere un ruolo determinante all’interno delle politiche presenti e future. Molti paesaggi italiani sono stati, nel corso degli anni, rovinati dall’abusivismo edilizio e dal costante abbandono di edifici (secondo alcune stime, in Italia, ci sono più di due milioni di case vuote), vista la continua costruzione di immobili nuovi, in zone che prima erano destinate all’agricoltura. Tutto ciò è accaduto per svariate ragioni: la prima e più ovvia è perché le costruzioni permettono grandi movimenti di denaro e di appalti, ma anche perché portano nelle casse degli enti locali nuova liquidità, derivante da oneri di urbanizzazione e da imposte sugli immobili, ben differenti tra terreni agricoli e aree edificabili. Questo, però, è solo un aspetto della questione. Se, da un lato, la creazione di posti di lavoro, grazie alle nuove edificazioni, aiuta l’economia, dall’altro, il continuo sfruttamento e la diminuzione del suolo disponibile portano grandi incertezze per il mondo agricolo e la questione ambientale diviene di grande attualità. Ci sono Comuni, però, che fanno scelte differenti, scelte di cui non si parla a sufficienza: si va controcorrente e si preferisce rinunciare a entrate certe per tutelare un bene che, con il passare del tempo, diverrà sempre più raro e prezioso, mettendo un freno alle nuove costruzioni e preferendo la riqualificazione, la ristrutturazione, la demolizione e la ricostruzione, permettendo di costruire solo sulle esistenti aree edificabili o sulle aree dismesse e facendo eccezioni solo per aziende già esistenti che intendano espandersi, garantendo così la creazione di nuovi posti di lavoro. Si tratta di Comuni che hanno adottato un piano regolatore “a crescita zero”. Per alcuni potrebbe trattarsi di una scelta azzardata, dettata da un idealismo ambientalista che difficilmente può essere sostenibile sul piano economico, anche se a lungo andare non risulta nemmeno sostenibile la copertura delle spese correnti con gli oneri di urbanizzazione. Si potrebbe dire che un progetto del genere può funzionare per un piccolo paese, ma non per una città e questo può anche essere vero, ma probabilmente varrebbe la pena recuperare tutti o, almeno, la maggior parte degli edifici, prima di costruirne dei nuovi. Negli angoli più nascosti (e non solo!) dei nostri paesi e cittadine, vi sono immobili abbandonati e lasciati sgretolare dal tempo che passa, mentre si dà il via libera a nuovi spazi, nuove abitazioni, nuovi capannoni. C’è sempre meno verde e sempre più grigio: sembra il riassunto del terzo millennio nei cosiddetti “paesi industrializzati”, come se una cosa dovesse necessariamente escludere l’altra. Non è così. Il progresso e l’espansione non passano inevitabilmente ed esclusivamente dalla cementificazione selvaggia, ma anche dal recupero e dalla rivalorizzazione dell’esistente, anche se, troppo spesso, è più facile voltarsi dalla parte opposta e far finta di non vedere, poiché l’incasso immediato è più allettante rispetto alla possibilità di effettuare un investimento a lungo termine, il cui scopo è di salvaguardare uno spazio in più. Sarebbe interessante procedere alla creazione di elenchi riguardanti immobili vuoti e inutilizzati (ammesso che non esistano già), dalle abitazioni alle strutture industriali, cercando la collaborazione dei proprietari e di eventuali investitori, rendendo così le Amministrazioni locali una sorta di cabina di regia e di luogo di mediazione, in cui far incontrare esigenze differenti. Sarebbe senza dubbio un progetto ambizioso, che richiederebbe la disponibilità di pubblico e privato, ma che, alla fine, potrebbe dimostrare di essere stata la strategia vincente. In altri Paesi esistono già norme che tendono a limitare il consumo di suolo, quindi perché non provarci anche nella nostra bella Italia? P.B

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