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PARLARE E ASCOLTARE, MA NE SIAMO ANCORA CAPACI?!

Si dice “verba volant, scripta manent”, però non è del tutto vero perché le parole, se sbagliate, lasciano come dei lividi che possono diventare indelebili, perciò le parole che diciamo hanno delle conseguenze e non bisognerebbe mai dirle a sproposito, ma soppesarle con attenzione. Di contro le parole, se dette bene, possono essere come un balsamo rigeneratore che ci aiutano a superare dei momenti difficili.
Noi siamo anche ciò che comunichiamo e come lo comunichiamo ed è con le parole che diamo forma ai nostri pensieri. Le parole sono anche il modo con cui noi ci avviciniamo agli altri perciò dovremmo cercare di sceglierle con cura e non a casaccio.
Sono come una sorta di nostra presentazione o di biglietto da visita quando entriamo in contatto con qualcuno. Tuttavia non solo con le parole si comunica, pensiamo, ad esempio, sia ai muti che parlano attraverso i segni o, anche più semplicemente, sia a noi stessi quando siamo in un paese straniero e non conosciamo la lingua del paese in cui ci troviamo e perciò non ci resta altra possibilità che i gesti per cercare di farci capire. Ma non siamo solo noi esseri umani ad avere questa prerogativa perché pure gli altri animali hanno un linguaggio loro che però, per fortuna, almeno con quelli domestici abbiamo imparato a comprendere. Ci basti pensare, ad esempio, ai gatti che con le fusa ci dimostrano il loro affetto.
Comunque oltre alle parole, quindi il parlare, bisogna essere capaci di ascoltare… però nella nostra società sembra che siamo diventati incapaci di farlo in modo corretto.

Ascoltare deriva dal latino “auscultare” vale a dire udire con attenzione . Sarebbe bello essere, perciò, attenti, a quanto l’altro ci dice e dovremmo farlo senza pregiudizi, però ciò è per lo più difficile se non addirittura impossibile.
Spesso capita, magari è anche un’azione involontaria, che quando sentiamo il racconto dell’altro non riusciamo ad ascoltarlo senza preconcetti ossia senza condizionamenti del nostro vissuto. Abbiamo le nostre idee e vorremmo applicarle, per forza, a tutto e tutti. Perché non riusciamo, o più probabilmente non vogliamo capire che ciò che va bene per noi non è sempre detto che debba andar bene anche per il nostro interlocutore.
Non c’è niente di assolutamente giusto o sbagliato ci sono solo tante realtà che si adattano di volta in volta a secondo delle situazioni che ci si presentano o del contesto oppure del momento e che perciò sono mutevoli …. ecco tutto.
Vale a dire che dovremmo imparare ad ascoltare, per davvero, e di contro a parlare meno e non a sproposito. Vogliamo apparire come dei “tuttologi” neanche fosse peccato mortale ammettere che non sappiamo qualcosa.
E’ davvero così fondamentale? Non sarebbe meglio parlare solo quando abbiamo qualcosa da dire? Forse sarebbe questo a fare la differenza! E una differenza positiva!
Non dimentichiamoci, inoltre, che parlare e ascoltare devono alternarsi e non sovrapporsi e dico questo perché spesso mi capita di vedere qualcuno che parla e “sopra” parla anche il suo interlocutore. Una domanda mi sorge spontanea: “se entrambi parlano allora chi ascolta? Nessuno!”
Ne consegue che questo diventa un monologo e non un dialogo …. la differenza è sottile, ma direi davvero fondamentale. E per ascoltare o meglio partecipare attivamente a quello che c’è detto non c’è solo la voce, ma anche l’atteggiamento con cui ci poniamo verso il nostro interlocutore, il tono della voce con cui rispondiamo a quanto sentiamo, pure il silenzio perché anche non parlando comunichiamo agli altri se diamo d’accordo oppure no rispetto a quello che c’è proposto. Inoltre anche un dialogo costruttivo sarebbe davvero molto utile per crescere e, magari, migliorarci con il confronto. Difatti, tra gli altri significati, dialogare vuol dire confrontare le proprie opinioni in vista di un’intesa.
Forse potremmo provare ad ampliare i nostri orizzonti in modo, ogni tanto, da ricrederci su alcune realtà che avevamo creduto fino a un momento prima come inconfutabili e inattaccabili.
Cambiare parere, per me, non è segno di debolezza, ma anzi indica maturità poiché abbiamo avuto il coraggio di ammettere che la nostra iniziale valutazione o idea era sbagliata e quella giusta era un’altra.


Monica Palazzi

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