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PADRE RICCARDO TOBANELLI

Leggo su un periodico locale la breve biografia di un missionario saveriano bresciano, padre Riccardo Tobanelli, mancato prematuramente in maggio a 60 anni. Arrivato in Bangladesh nei primi anni ottanta, ha speso la sua vita in progetti per il recupero degli ultimi, soprattutto bambini abbandonati, costretti a sopravvivere in strada. Progetti sicuramente molto impegnativi da realizzare: una casa dove accoglie i bambini perché abbiano un tetto e possano frequentare quindi la scuola pubblica; un terreno sul quale costruisce una casa dove ospitare bimbi e bimbe; un asilo nido per aiutare le mamme che lavorano; coordina alcune equipes mediche italiane che per diversi mesi all’anno offrono gratuitamente un servizio sanitario qualificato ai più poveri; costruisce un’altra casa famiglia per accogliere una sessantina di bambini; in una città, con l’aiuto di suore infermiere, realizza una struttura ospedaliera e infine crea un’unità mobile pediatrica per soccorrere bimbi che vivono allo sbando in strada. Negli anni questi bimbi, cresciuti e molti di loro sposati, trovando casa sempre grazie a Padre Riccardo che gliel’ha loro donata, sono diventati essi stessi volontari e assistono bambini che vivono nelle stesse condizioni in cui vivevano loro.
Una ruota della carità e dell’amore che continua a girare. Una vita intensa, dunque, quella di questo missionario, spesa al servizio dei più bisognosi, come molti altri preti missionari nel mondo. Di lui, però, quel che mi ha colpito maggiormente è che non ha costruito chiese, né tantomeno ha cercato di convertire nessuno. Ha dato ai più poveri una vita dignitosa, ma li ha sempre incoraggiati a mantenere e professare la propria fede, ricordando che esiste un Dio solo, che è padre di tutti i credenti di qualsiasi religione. Questo è forse l’aspetto più meritevole, l’eredità più grande che ha lasciato: vivere il Vangelo aiutando gli ultimi, ma rispettandoli, amandoli così come sono. Secondo me è una lezione encomiabile.
Cercare infatti di evangelizzare popoli che sono nati e cresciuti con religioni diverse dalla nostra è sbagliato e irrispettoso nei loro confronti: nessun credo è migliore di un altro. L’essenziale è che sia basato sull’amore per il prossimo, sul rispetto, sulla solidarietà.
A maggior ragione chi va in un luogo per fare del bene, deve rispettare la cultura e la religione altrui, semmai confrontarsi e scambiarsi ciò che di buono c’è in ognuna, facendo tesoro del meglio che ogni Credo insegna.
Ornella Olfi

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