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NUVOLA

Avevo compiuto 9 anni da pochi giorni, quando una mattina di settembre si presentò in cascina nostro cugino Erminio, di professione pastore, teneva in braccio una minuscola bellissima pecorella, ci disse che era finita sotto un’auto, infatti una zampetta anteriore era steccata.
Erminio aveva usato un paio di asticelle delle cassette della frutta sapientemente strette attorno alla zampetta ferita con del nastro adesivo, lo scopo, perfettamente riuscito, era quello di tenere immobile l’arto fino a guarigione.
Si rivolse direttamente a me dicendomi: “Giordano, questa pecorella ha 10 giorni d’età, così ferita non riesce a tenere il passo del gruppo, dovrei tenerla chiusa in stalla ed allattarla col biberon, ho più di 200 animali da portar fuori a pascolare e di cui occuparmi, per me è una perdita di tempo, e così mi sei venuto in mente te, se mi dici che ti occupi di lei, io te la regalo con il cuore”.
Stavo per urlare un gigantesco siiiiii! Ma mio padre mi si mise davanti e con voce forte ed ammonitrice mi disse:

“Pensaci molto bene prima di rispondere, un animale non è un giocattolo, gli devi dedicare tutto il tuo amore. Inoltre, ricordati una cosa importantissima: quando questa pecora avrà raggiunto il massimo del suo sviluppo, la metteremo in freezer, pensi di essere in grado di sopportarlo?”.

Le parole di mio padre frenarono il mio entusiasmo facendomi riflettere, ma la pecorella mi guardava con degli occhi talmente imploranti che io allungai le mani per poter stringermela al petto e gridai un deciso sì. Era bianca, soffice, morbida, stupenda, il nome venne spontaneo: Nuvola!
In un angolo del portico gli costruii un recinto utilizzando delle piccole balle di paglia rettangolari che c’erano una volta, in seguito, andai in farmacia a prendere tutto l’occorrente per la poppata (biberon e tettarelle), poi feci scaldare del latte (avendo un allevamento di vacche, quello non mi è mai mancato) ed iniziai a darle da mangiare; aveva un appetito eccezionale, in pochi minuti si trincò tutto il biberon. Poco più di un mese dopo, gli tolsi la steccatura, la zampetta era guarita perfettamente e Nuvola camminava benissimo; tutti i pomeriggi finiti i compiti andavamo a fare una scampagnata, quasi sempre assieme a Massimo, un bambino (mio amico), che abitava in una cascina poco più avanti la mia. L’affetto per quella splendida pecorella aumentava sempre di più, ogni volta che tornavo da scuola andavo a salutarla e lei mi rispondeva, si metteva con le zampe anteriori sulle balle di paglia e belava, sembrava dicesse: ”Andiamo a fare un giro?”.

Ogni tema libero era sempre dedicato a Nuvola, tant’è che il maestro Paolo (insegnante molto rigido quanto bravo), mi disse: “Giordano, da quanto leggo, hai un amore nei confronti di questa pecorella a dir poco immenso, ma qual’è il destino di questo animale? Ti ha detto qualcosa tuo padre?”. “Si, Signor maestro, mi ha detto che quando sarà grassa al punto giusto finirà in freezer”. – “E’ questo il punto che volevo toccare, ti affezioni sempre di più ad un animale che ha il destino già segnato, come ci rimarrai quando Nuvola verrà macellata? E ti prego, non mi considerare cattivo per quanto ti ho detto”.


Avevo inteso benissimo quel che il maestro mi voleva spiegare, mia mamma mi ripeteva spesso che mi stavo affezionando in modo spropositato, che poi ci sarei rimasto male; ma come si fa a misurare l’amore? Esistono recinti che possono trattenere l’affetto? Si ama e basta, non si pensa al dopo. Io e Nuvola eravamo amici inseparabili, correvamo per i campi, gli parlavo dei miei problemi adolescenziali e lei mi ascoltava sempre con attenzione, a volte rispondeva belando, come a dire “ho capito”, cercava moltissimo le mie carezze, strofinando il muso contro le mie gambe, io e lei eravamo entrati in perfetta simbiosi. Nostro cugino Erminio prima dell’estate veniva a tosarla per evitare che morisse dal caldo, quando la vedeva diceva sempre che era una pecora stupenda, era cresciuta a dismisura. Effettivamente il mangime dei vitelli, l’ottimo fieno e l’erbetta che brucava quotidianamente avevano contribuito a farla sviluppare in modo straordinario.

Passarono 3 anni da quando Nuvola entrò a far parte della mia vita, mio padre aveva rimandato molte volte il giorno della sua macellazione, sapeva che mi avrebbe dato un dolore immenso, una sera però mi prese in disparte e mi disse: ”Giordano, so bene l’affetto che provi per la tua pecorella, io sono stato molto chiaro fin dall’inizio: un giorno sarebbe finita in freezer e quel giorno è arrivato, domattina Nuvola verrà macellata, ti prego non me ne volere”.

Quelle parole mi rimbombarono in testa tutta la notte, mia mamma al mattino seguente cercò di consolarmi in qualche modo ma niente di quanto mi diceva riusciva a darmi pace; prima che arrivasse il pulmino della scuola andai a salutare Nuvola, ma quando mi avvicinai al suo recinto, il cuore cominciò a battere come un tamburo, pensavo mi scoppiasse, non sono riuscito ad accarezzarla, mi sentivo un Giuda.

Arrivato a scuola (frequentavo la seconda media), la straordinaria e stimatissima professoressa di lettere, Olga Putzu, si accorse subito che avevo qualcosa che non quadrava, e mi chiese: ”Giordano, in quale pianeta sei? Sicuramente non qua con noi!”.

Le spiegai ogni cosa e lei: “Perché sei venuto a scuola? Dovevi stare a casa a difendere a spada tratta la tua amica Nuvola, me ne hai parlato talmente tante volte nei tuoi temi che è diventata anche amica mia, non riesco a comprendere il tuo comportamento passivo!”. “Professoressa, mio padre è stato molto chiaro fin dall’inizio ed io ho accettato le sue condizioni”. – “Accordo o non accordo, se io fossi stata in te, non avrei permesso a nessuno di toccare una mia amica!”.

Quelle parole mi sono sempre rimaste in testa, allora avevo dodici anni, non ho avuto la maturità e soprattutto il coraggio di oppormi ad una decisione di mio padre (che io ho sempre adorato). Quando tornai a casa, sotto il portico, appesa ad asciugare ad un fil di ferro, c’era la pelliccia di Nuvola (il dolore che ho provato in quel momento, non riesco nemmeno a spiegarlo), allungai una mano per accarezzare il suo morbido pelo, mio padre si avvicinò: “Ho detto al macellaio di conservare la pelliccia, così parte di lei rimane ancora con te, spero di aver fatto una cosa giusta”. – “Senti papà, forse la cosa più giusta, sarebbe stata quella di non macellarla, comunque, sappi che non ce l’ho con te, perché se la pelle di Nuvola adesso è li ad asciugare, la colpa è soprattutto mia, non ho difeso un essere a cui ero molto legato e che mi voleva bene”.
Ho sempre tenuto la pelliccia della mia cara pecorella, nella mia camera da letto (fino a quando mi sono sposato), mi sdraiavo su di lei, sulla sua soffice lana, le parlavo, la tenevo aggiornata su quanto mi accadeva lungo il giorno, dividevo con lei i miei stati d’animo e se ero particolarmente triste, chiudevo gli occhi ed assieme correvamo ancora a perdifiato per i campi, lontano da tutti e da tutto.


Giordano

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