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NELLA MIA CASA: QUI SO CHI SONO…

Nel viaggio, ignoti fra gente ignota, si impara in senso forte a essere nessuno. Proprio questo, permette, in un luogo amato (casa) divenuto quasi fisicamente una parte della propria persona di dire, echeggiando Don Chisciotte: QUI’SO’CHI SONO.
LA CASA: frutto di enormi sacrifici e rinunce, custode di ricordi, affetti, dolori e speranze.
Scrigno nel quale quotidianamente immagazziniamo sogni di vita.
Palcoscenico su cui ognuno, ogni giorno, recita la propria parte. Indicibile la disperazione di chi in pochi secondi ha perso tutte le certezze: un sussulto della terra, una frana staccatasi dalla montagna amica, un’onda anomala del mare di casa, la rivolta del fiume platea dei giochi di tanti bambini: TUTTO DISTRUTTO. Sicurezze infrante come una vetrina colpita da un sasso e ridotta in mille pezzi. Ora non possono più esclamare: QUI’SO’CHI SONO.
Tutte le volte che mi capita di transitare davanti ad una Casa di Riposo per anziani, mi ritorna con prepotenza nella mente, aggredendomi i timpani, una supplica quasi urlata che ogni volta mi lascia sconvolto procurandomi un’amarezza nel cuore: SIOR EL ME PORTE A CASÖ… EL ME PORTE A CASA ME… PER PIACERE…
Un’invocazione, quasi una preghiera.
Un grido smorzato di disperazione. Doverosa da parte mia spiegare il motivo di tanta commozione. Parecchi anni fa e per circa un lustro ho fatto parte dell’encomiabile gruppo dei Volontari soccorritori della Croce Rossa.
Angeli silenziosi che sacrificando il loro tempo, mettendo a rischio parecchie volte anche l’incolumità personale, volano su un’ambulanza ululante, a soccorrere chi in quel momento si trova in difficoltà.
Fra i vari compiti che ci ordinavano di eseguire, c’era l’incarico di prelevare anziani dalle Case di Riposo per ricoverarli in Ospedale o di riportarli nella loro residenze di degenza dopo le dismissioni.
Inizio inoltrato di primavera.
Arriviamo ad una dimora per anziani di un paese appena fuori questa provincia per riportare un ospite dismesso da un nosocomio. Traslocato il degente dal lettino sulla sedia a rotelle, spingendolo saliamo dall’apposita rampa e entriamo nell’atrio della struttura.
Un’odore di disinfettante ci assale le narici, pavimenti puliti e lucidi, mobiletti bianchi e poche sedie: tutti uguali questi ambienti.
Nell’entrata trovi sempre qualche ospite seduta compunta,mani in grembo con l’immancabile borsetta a penzoloni: si ha l’impressione che stiano aspettando qualcuno che le deve venire e prendere. Se vi capita di entrare in una di queste dimore, soffermatevi ad osservarle, senza farvi notare, e fissate negli occhi. Desolazione, quasi disperazione.Hanno quasi timore ad accennare un sorriso ma vedrete i loro visi accendersi appena gli rivolgete il saluto. Mi viene il magone. Sicuramente saranno state ragazzine diligenti
e studiose, fidanzate che si illuminavano alla vista del loro amato, mogli fedeli che con grandi sacrifici avranno aiutato i mariti in casa e fuori, madri amorose che si saranno sacrificate per i loro figli e ora vedi sedute, rassegnate ad elemosinare sorrisi e saluti da estranei sperando in qualche visita in più da figli e nipoti. Che desolazione!
Mentre sono concentrato in queste riflessioni, i miei colleghi volontari, sbrigate le faccende burocratiche trasportavano l’anziana nella sua camera. Per ingannare il tempo, ciondolando, mi dirigo nella sala di ricreazione della struttura. Parecchie ospiti sedute ai tavolini. Non dialogano, si guardano ma penso non si vedano. In alto, collocata su una grossa mensola, una televisione accesa ma con l’audio molto basso che non riceveva l’attenzione di nessuna delle presenti. Facendo una panoramica dell’ambiente, mi sorprese un particolare: tutte erano sedute con la testa rivolta verso l’entrata e dopo attenta riflessione riuscii a capirne il motivo. Ogni volta che la porta di accesso al salone si apriva, vedevo i loro occhi accendersi per spegnersi subito dopo aver constatato che il visitatore non era un loro parente, un amico o un conoscente. Si ritiravano in loro stesse, mani giunte sul tavolivo e lo sguardo sempre fisso verso il solito punto. Mentre ero completamente assorto in queste mie misere considerazioni, mi sento tirare da dietro la giacca della divisa. Mi giro e vedo una minuscola vecchina che mi guarda con due occhi lucidi quasi imploranti. Era vestita tutta di nero con i capelli raccolti sulla nuca, molto ordinata con al braccio una piccola borsettina nera.
Mani callose con all’anulare della sinistra una fede di ferro sottilissima, sicuramente l’originale d’oro l’aveva donato alla Patria.
Mi abbasso, la saluto e gli dò la mano: la sua vista mi commuove. Cosa c’è nonnina, gli sussurro, ha bisogno di qualcosa? Vedo due occhi trasparenti e tristi riempirsi di lacrime.Balbetta qualcosa ma non riesco a comprendere ciò che mi vuole dire. Mi abbasso di più ed il mio viso è all’altezza del suo. Vedo un volto rugoso ma bellissimo, emana un profumo di boratalco. Aleggia su tutta la sua persona un forte odore di naftalina che mi porta al ricordo di mia madre. Ripeto molto lentamente la domanda – nonna ha bisogno di qualcosa?
Barbugliando estrae dalla manica del golfino un piccolo fazzoletto rosso, si pulisce gli occhi, mi fa segno con un dito di fare silenzio e nel medesimo tempo volge lo sguardo prima a destra poi a sinistra come volesse accertarsi di non essere spiata. Mi fa segno di avvicinarmi di più e con uno sforzo quasi da ultimo respiro mi sussurra in un orecchio: SIÖR EL MÈ PORTE A CASÖ – EL MÈ PORTE A CASÖ ME – PER PIACERE.
Tira un lungo respiro, abbassa la testa: sembrava sì vergognasse di avermi fatto una tale richiesta. La guardo. Mi fissa. Mi sento mancare e crollo letteralmente su una sedia che per fortuna era lì vicino.Balbetta. Poi tutto d’un tratto ripete con tono implorante: EL PREGHE SIÖR EL ME PORTE A CASÖ ME…
Rinvengo. Le prendo la mano, la guardo e cerco di dirgli qualcosa: le parole non mi escono. Si passa il fazzoletto sugli occhi con i quali a turno mi guarda. Rimaniamo così in silenzio per parecchi secondi che mi sono sembrati infiniti.
Mi scuoto: qualcuno mi sta chiamando.
Il mio collega, dopo aver sbrigato tutte le incombenze, mi stava aspettando.
Mi alzo, prendo la mano della nonnina e gliela stringo mentre cerco di spiegarle che non potevo fermarmi di più ma le promettevo che sarei tornato a trovarla un giorno della settimana dopo. Un largo sorriso gli comparve sulla bocca che a malapena cercava di coprirsi con il palmo della mano per il timore che mi accorgessi dei pochi denti che le erano rimasti. Mi getta le braccia al collo e mi stampa sulla guancia un grosso bacio. Usciamo dalla Casa di Riposo spingendo la carrozzina vuota.
Mi giro e vedo una figurina ferma, immobile sulla porta d’entrata con la sua borsetta appesa al braccio destro e con la sinistra faceva larghi segni di saluto.
Mi ero impegnato. Glielo avevo promesso. Sarei ritornato a trovarla.
Mentre ci allontanavamo con l’autoambulanza l’urlo di disperazione mi inseguiva procurandomi uno stato di malessere.
Nelle orecchie l’eco non mi abbandonava: SIÖR EL ME PORTE A CASÖ ME…
Voleva andare a casa sua: là sapeva chi era. La settimana scivolò via come tutte le altre senza particolari avvenimenti.
Mi ero quasi inconsciamente dimenticato della promessa che avevo fatto, senonchè il Lunedì successivo, giorno del mio turno di volontario soccorritore alla Croce Rossa, nell’effettuare la visita di prassi sull’ambulanza, (d’obbligo ogni volta che si assumeva il turno) il mio solito compagno di squadra mi disse di aver trovato sul sedile posteriore un fazzolettino rosso che non sapeva di chi fosse. Mi venne uno sciupön al cuore (così diceva mio nonno quando prendeva qualche spavento). Riconobbi subito che era il fazzolettino rosso che la nonnina adoperava ad asciugarsi gli occhi e che deve avermi messo nella tasca della divisa, di nascosto mentre mi ero abbassato per farmi dare un bacio sulla guancia. Il fatto mi mise in agitazione e per tutta la mattina non pensai ad altro anche perchè restammo in sede non avendo ricevuto, per fortuna, chiamate d’intervento.
A pranzo mangiai in fretta senza farne del fatto, parola con alcuno. Nel primo pomeriggio mi misi in macchina con direzione Casa di Riposo. Nel fare retromarcia, per parcheggiare davanti alla struttura, con la coda dell’occhio sbirciai l’entrata. Seduta su una sedia appena fuori dalla porta, con la schiena diritta e lo sguardo rivolto sulla strada, vidi una figurina nera:sembrava una statua.
Anche se non ero in divisa, nel salire le scale mi riconobbe immediatamente. Si alzò, si ricompose la lunga gonna, si passò una mano sui capelli e stringendo sempre la borsetta al petto come fosse un tesoro, mi faceva larghi gesti di saluti. Mi prese una mano e senza mollarmela mi condusse dentro. Mi fece sedere su una delle sedie che c’era all’entrata.
Non mi volle portare nella sala di ricreazione perchè, penso, non voleva condividere con nessuna il privilegio di avere un amico. Vidi altre ospiti, penso sue amiche, che ci guardavano da lontano ma non si azzardavano ad avvicinarsi anche se vicino a noi c’erano altre sedie libere. Neanche le chiamava.
Parlava a bassa voce. Mi disse che si chiamava Pierina ma che nella Casa la chiamavano Perina perchè era piccolina. Rimasta vedova molto giovane, suo marito era stato dichiarato disperso durante la ritirata di Russia. Viveva in un paese poco lontano dove aveva una piccola casa di sua proprietà che era stata la causa del litigio fra i suoi due figli cosicchè nessuno dei due veniva a trovarla per la paura di imbattersi nel fratello.Tre nipoti la omaggiavano, due volte all’anno, della loro presenza con visite che duravano al massimo dieci minuti. Non mi volle dire quanti anni aveva. Ne ho tanti… mi disse e vidi nei suoi occhi un’innata civetteria femminile. Dalla borsetta, con grande cautela, estrasse un portafogli nel quale conservava fotografie sue e di suo marito scattate durante il viaggio di nozze a Roma.
Teneva come una reliqua quella fatta in gruppo con il Papa. Ero commossa. Con una mano si asciugò gli occhi e quel gesto mi fece ricordare quel fazzolettino rosso. Lo estrassi dalla tasca e nel vederlo si mise a ridere come una bambina: mi si allargò il cuore. Si alzò e mi fece segno di seguirla.
Percorremmo un lungo corridoio, mi precedeva ma ogni tanto si girava per accertarsi che la seguissi. Si fermò davanti ad una porta, l’aprì con cautela, sbirciò dentro prima a destra, poi a sinistra ed entrò facendomi segno con la mano dì seguirla. Una linda cametetta con due mezzi letti ed altrettanti armadi ad un’anta, due sedie e due comodini. Le tipiche camerette di queste strutture. La sua compagna di camera era stata ricoverata in ospedale perciò era sola. Si sedette sul suo letto facendomi segno di prendere una sedia e avvicinarmi. Aprì il cassetto del comodino, estrasse una scatola, che sicuramente aveva contenuto dei biscotti, sollevò il coperchio e fra parecchi ricordi apparve una coroncina del rosario. Me la mise in tasca, come aveva fatto con il fazzoletto, chiedendomi se potevo recitare per lei qualche AveMaria. Ritornando nell’atrio volle passare davanti alla sala di ricreazione. Tutte le ospiti che erano presenti si girarono al nostro passaggio, ma la Pierina non le degnò di uno sguardo: era orgogliosa di aver trovato un amico. Mi salutò alla stessa maniera della prima volta stampandomi un grosso bacio sulla guancia e strappandomi la promessa che sarei ritornato ancora a trovarla. Non mi rivolse più la supplica di portarla a casa. Forse la mia amicizia aveva acceso in lei la fiamma della speranza. Nello scendere le scale all’uscita, l’Ausiliaria addetta al servizio delle pulizie della struttura mi fermò per dirmi che la nonnina era da una settimana che mattina e pomeriggio si metteva seduta nell’entrata della Casa di Riposo con lo sguardo sempre rivolto verso la strada come se stesse aspettando qualcuno. All’inizio dell’autunno ebbi l’occasione di ritornare per un medesimo servizio. Mattino di pioggia e vento. Saliamo dallo scivolo parallelo alle scale d’entrata spingendo una carrozzina per prelevare un degente.
Mi scappa l’occhio e vedo un grosso ombrello aperto appogiato sul lato dell’ultimo gradino forse in attesa di essere ripreso da un visitatore entrato per un momento. Mentre mi apprestavo scuotere il mio prima di chiuderlo, vedo l’ombrello appoggiato sollevarsi tutto d’un tratto ed uscirne da sotto una figurina tutta vestita di nero: era la Pierina. Seduta,rannicchiata sul gradino e minuta com’era non l’avevo vista sotto il grande parapioggia. Con un sorriso a bocca spalancata, senza curarsi di far vedere i pochi denti che aveva, saltando di gioia abbbracciandomi mi urlò: SIÖR I ME PORTÖ A CASÖ ME…
Penso che tutti i presenti si siano girati a vedere cosa succedeva. Saltava come una ragazzina con la borsettina sul braccio sinistro e con la destra sollevava una piccola valigia. Nel frattempo un signore, sicuramente uno dei suoi figli, salite le scale, la condusse amorevolmente alla macchina che attendeva li vicino. Prima che l’automobile si mettesse in moto, un finestrino si abbassò e comparve il bel viso che difficilmente potrò dimenticare e sentii un grido: GRAZIE SIÖR PER LE SÖ PREGHIERE, ADESS VO A CASÖ ME.
Ciao Pierina, mormorai a bassa voce, mi hai dato una grande lezione.
Seppi, dall’ausiliaria che ormai mi conosceva, che i figli si erano riappacificati e la portavano a casa sua.
Così ora potrà dire: CHÈ SÖ CHI SÖ.
Non vorrei essere presuntuoso, ma penso di esserle stato un pochino utile, sorretto dalla convinzione che se si riesce ad accendere un lume nei momenti bui di qualcuno non si è vissuti invano.
Mario Venturini

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