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L’UVA E LA VOLPE

La storiella che vado a raccontare, mi è capitata nel settembre del 1974, all’epoca avevo 11 anni, fanno parte di questa avventura, i miei compagni di classe: Ivan ed Angelo. In quel tempo tutte le scuole iniziavano il primo di ottobre, con la scusa di fare i compiti estivi (lungi da noi l’espletare questa incombenza, proprio quell’anno che poi saremmo andati alle medie, chi mai ce li avrebbe controllati?), ci ritrovavamo nel mio cascinale, pronti a combinarne sempre di nuove. In base alla stagione, raccoglievamo i frutti che la natura offriva: amarene, ciliegie, more, fichi; le piante cui erano appesi questi frutti, non erano di nostra proprietà, ma noi non ci sentivamo assolutamente ladri, perché non portavamo mai a casa niente, ci limitavamo soltanto ad assaggiare qualche frutto, diciamo, una piccolissima merendina.
In settembre l’uva era matura, confinante con uno dei miei campi e separato da un fosso, c’era il terreno del Signor Peppone (così chiamato non tanto per la sua non indifferente statura, ma soprattutto per il suo profondo vocione), si trattava di un campo di soli 2 pio’, circondato su tutti e quattro i lati da filari di vite, un pezzetto di terra era dedicato alla coltivazione di ortaggi, il resto a mais.

Il Signor Peppone aveva settant’anni e questo terreno era tutto quello che era riuscito a comprarsi con la sua umile, fiera ed onesta attività di contadino; essendo in pensione, dedicava tutte le sue energie a curare questo campo, lo zappava in continuazione, tramite un innaffiatoio, scendeva nel fosso vicino, lo riempiva d’acqua e rinfrescava quotidianamente i suoi ortaggi.
Visto da fuori, così curato, con le viti che lo incorniciavano, questo campo dava l’impressione d’essere il giardino dell’Eden. Sul lato dove sorge il sole, c’era un filare di uva moscato bionda, talmente bella ed invitante che pareva dicesse: mangiami!!! Noi tre soci (io, Ivan ed Angelo), giravamo sempre per le caedagne (stradine dei campi), con le nostre biciclette… era da qualche tempo che ispezionavamo l’uva del Signor Peppone per controllarne lo stato di maturazione e quel giorno di settembre a vedere quei grappoli di moscato così attraenti ed invitanti, decidemmo di staccarne uno a testa e d’assaggiarne il nettare; una bontà indescrivibile, dolcissima, con sentore di vaniglia, una vera e propria goduria. Eravamo talmente assorti nell’assaporare quegli acini di bontà Divina, che ci accorgemmo del Signor Peppone solo quando il suo disumano urlo ci fece tremare le mutande: era vicinissimo a noi, brandiva in alto un badile, sembrava avesse intenzione di aprirci le teste come cocomeri; buttati a terra i grappoli, siamo partiti dentro il mais (ormai maturo) come saette, in meno di un minuto l’avevamo già attraversato, la nostra velocità era tale che il fosso laterale al campo, l’abbiamo saltato con un balzo che neppure la più abile delle antilopi sarebbe riuscita a fare. Ci siamo messi dietro il portico della mia cascina (distanti circa 80 metri dal “giardino dell’Eden”), Peppone girava attorno al suo campo e con il badile dava delle mazzate nel mais, urlava in modo disumano: “bastardi va co’pe, venite fuori”. Nonostante fossimo al sicuro dietro il portico, le sue infernali grida ci facevano tremare. Le nostre tre biciclette erano rimaste parcheggiate contro le vigne, aspettavamo che el Sior Peppone se ne andasse per andare a riprendercele, ma lui, niente, non se ne voleva andare, e così i miei due amici verso le 19.00 se ne tornarono a casa a piedi. Lo sentii passare dietro la stradina che costeggia il mio casolare verso le 10.00 di sera, era buio ed intravidi soltanto la sua ombra. La mattina seguente, Ivan ed Angelo vennero di nuovo a casa mia, insieme andammo a recuperare le nostre tre biciclette, ma quando arrivammo al filare d’uva dove le avevamo parcheggiate, ci toccò un’amarissima sorpresa: le nostre bici erano sparite. Peppone, non riuscendo a trovarci, aveva pensato di portarsele a casa (qualcuno verrà pure a reclamarle), sicuramente questo era stato il suo ragionamento. Tornammo nella mia cascina e dissi ai miei amici che dovevamo raccontare tutto a mio padre, – “Diglielo quando non siamo presenti, almeno noi, ci risparmiamo la romanzina”- e se ne tornarono a casa a piedi. A mezzogiorno, eravamo tutti a tavola, informai la mia famiglia di quanto avevamo combinato, mio padre mi guardò con due occhi che sembravano volermi fondere: “ma porca putt… è così che ti ho educato? La roba degli altri non si tocca, proprio al Signor Peppone, lo conosco da una vita, tratta il suo campo come fosse un figlio”. Dopo aver pensato per qualche istante sul da farsi, emise la sua sentenza: “Finito di mangiare, te ne vai a piedi a riprenderti la bici!”, – “Ma papà, non mi accompagni? Il Sior Peppone mi massacra di botte!”. A quel punto, mio padre scattò in piedi e tuonò: “Tu hai combinato il guaio e da solo lo risolvi !!”. Mi alzai, era inutile continuare a mangiare, mi sarebbe andato di traverso, a testa bassa uscii di casa e mi incamminai verso la casa di Peppone… avevo 2 kilometri per pensare a cosa dire al padrone dell’uva bionda; come minimo mi prenderà a sberle, oppure a calci…

Devo escogitare qualcosa, e qualcosina mi venne in mente. Arrivato davanti alla porta del contadino, notai in fondo a destra, sotto la tettoia dove c’era la legna, le nostre tre bici; presi un enorme respiro e bussai con decisione alla porta, mi aprì la moglie, aveva in mano un piatto, probabilmente stava sparecchiando: “Chi sei e cosa vuoi?” – Signora, io sono il proprietario di quella bicicletta rossa la in fondo” – “E così tu sei uno dei tre ladri?”. Alzò il piatto in alto come se volesse spaccarmelo in testa, poi andò a chiamare suo marito. – “Peppooo ve chee” – Arrivò il Signor Peppone, mi scrutò da cima a fondo e cominciò a parlare: “Chi è tuo padre? Dove abiti? – “Mio padre è Attilio, cascina Maestà” – “Noo, non ci posso credere, il mio vicino di campo, conosco Tilio da una vita, persona rispettabilissima, come fa ad avere un figlio come te?” – “Mi scusi Signor Peppone ma io non sono un ladro, l’uva l’abbiamo soltanto assaggiata, non portata via; inoltre voglio informarla di un fatto: qualche giorno fa, ho visto un cacciatore che stava riempiendo la bisaccia con l’insalata del suo orto, ero dall’altra parte del fosso e gli ho urlato: “adesso chiamo il proprietario del campo!” E lui è scappato via. L’anziano contadino mi guardò fisso negli occhi: ”E’ vero o lo dici solo per pararti il didietro?” – Alzai la mia mano destra e con la mano sinistra dietro la schiena dita rigorosamente incrociate, giurai solennemente sulla mia testa. Mi scrutò a lungo come se mi volesse leggere l’anima, poi uscito di casa: Qual’è la tua bici ?”, – “Quella rossa Signore !“. Andò alla tettoia, prese la mia cara bicicletta e me la consegnò. “Mi raccomando, se vedi qualcuno portar via la roba del mio campo, fammelo sapere” – “Certamente Signor Giuseppe“. Balzai in sella alla mia adorata bici e mi diressi verso casa, la gioia mi sprizzava da tutti i pori… con uno stratagemma ero riuscito a non prendere neanche uno sberlone, avevo raccontato una balla ma a fin di bene. In seguito dovetti accompagnare sia Ivan che Angelo a riprendersi il loro mezzo, in entrambe i casi c’era solo la moglie di Peppone che ripeté ai miei amici la stessa frase: “Avevi bisogno di un accompagnatore?
Almeno il tuo amico Giordano ha avuto il coraggio di rimetterci la faccia senza la baby sitter !”.
La domenica seguente accadde un fatto che neppure il più grande astronomo esistente avrebbe potuto prevedere: il Signor Peppone insospettito da quanto gli avevo detto, si nascose nel mais e fece da sentinella al suo orto; un malcapitato cacciatore si chinò con la sporta in mano con l’intenzione di riempirla degli ortaggi del Sior Peppo, ma il contadino piano piano, gli arrivò alle spalle e con il manico del badile gli mollò una micidiale bastonata sulla schiena. Il Signor Peppone venne a casa mia, disse a mio padre che voleva parlare con Giordano; mi raccontò l’accaduto in ogni particolare ed aggiunse: “Avresti dovuto vedere il cacciatore, gli ho piantato una randellata sui reni… è andato via di traverso come una bestia ferita”. Il Signor Giuseppe aveva in mano due splendidi grappoli di uva moscato bionda, me li allungò dicendomi che me li ero meritati, salutò e se ne andò. Per qualche attimo sono rimasto impietrito, non riuscivo a crederci… poi sono andato al casottino sui gelsi, e là in alto mi sono gustato solo soletto, acino per acino quella indicibile prelibatezza. In vita mia ho sempre avuto un gran culo, la fortuna mi ha sempre guardato con benevolenza, nel caso di questa storiella, posso affermare che la volpe ha avuto ragione sull’uva; al contrario di quanto recita la novella.


Giordano

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