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LEGAMI INTIMI

L’uomo moderno sembra incapace di stringere rapporti disinteressati e di emozionarsi. Ma è un’anomalia perché, tra i bisogni umani più profondi, c’è proprio quello di avere dei legami affettivi. Società solitaria, società schizofrenica, società autistica. Quante volte io stessa ho usato questi aggettivi di segno negativo per sottolineare la situazione di disagio in cui si trova l’uomo contemporaneo in un ambiente che spesso lo respinge. Da un lato l’impoverimento fisico del pianeta – inquinamento, disboscamento, surriscaldamento, ecc. – dall’altro, e soprattutto, la difficoltà di comunicare, di stringere rapporti disinteressati e durevoli, di emozionarsi di fronte alle gioie e ai dolori altrui. L’uomo moderno sembra continuamente incalzato da una muta di cani che gli impediscono di rallentare il passo, di guardarsi intorno e, quel che è peggio, di guardare gli altri negli occhi. Tutto ciò costituisce una sorta di anomalia, che contraddice i bisogni più profondi dell’uomo, per il quale i legami affettivi costituiscono una delle spinte vitali fondamentali. Tali legami sono le pietre miliari della cultura umana perché sono quelli che permettono di trasmettere di generazione in generazione quei valori, norme e credenze che sono cruciali per il benessere individuale e collettivo.

La vita dell’individuo è costellata da una molteplicità di relazioni. Non sempre, però, questi legami hanno esiti ed effetti positivi. A volte, infatti, vicende di vario tipo mettono intralci al loro iter, dando anche luogo a stati di ansia e di frustrazione. Ma ciò non contraddice la convinzione che questi legami hanno, nel bene e nel male, un peso notevole nella vita di ognuno. La ricerca psicologica da tempo ha affrontato lo studio di questa tematica, indicandoci l’iter che le relazioni intime seguono nel corso della vita. Le novità non sono mancate.

Se è scontato che, tranne rare eccezioni, l’individuo stabilisce i primi legami esclusivi e profondi con il padre e con la madre, che ne è del rapporto con i fratelli? E poi, in seguito, quanto gli amici del cuore e il partner sentimentale contano nella vita affettiva di ognuno di noi? Se e quando le figure genitoriali incominciano a diventare marginali a vantaggio di altre figure, venute dall’esterno, che catturano il nostro rapporto? Gli studi sembrano dirci che nulla si crea e nulla si distrugge. Quella pulsione originaria verso altro da sé, che inizia fin dalla nascita, si articola e si modifica nelle varie epoche della vita conservando la sua qualità esclusiva e gratificante. Il bambino è proteso verso le figure genitoriali e in loro si confonde in una sorta di simbiosi che non è priva di conflitti, ma che costituisce, all’inizio della vita, la sua unica fonte di gratificazione. Ma con gli anni altre figure iniziano a diventare fondamentali, se non i fratelli, con i quali può verificarsi una situazione di competitività, certamente l’amico del cuore, con cui confrontarsi e a cui svelare i propri sentimenti.

Quando poi all’orizzonte compare la cosiddetta anima gemella, gli amici sembrano fare un passo indietro per lasciare il palcoscenico a colui o colei che pare ci completi davvero. In definitiva, le relazioni intime che l’individuo costruisce nel corso della vita hanno un andamento che possiamo considerare sia discontinuo che continuo. Ê certamente discontinua la concentrazione dei propri affetti su figure diverse; ma unica e continua è la qualità della carica affettiva che riusciamo a rivolgere fuori di noi. Sfortunati coloro – uomini, donne e bambini – che non sanno o non possono stabilire legami intimi profondi dentro e fuori la cerchia familiare. Ne va del loro benessere personale, perché niente è più supportivo e gratificante che il rapporto con qualcuno che prova i nostri stessi sentimenti e ci rimanda un’immagine di noi positiva. Sono però convinta che, anche ad amare e ad essere amati, si può imparare.

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