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LE RADICI DELL’ALBERO

Per dare un po’ più luce al racconto “Le radici dell’albero”, che spero sia da voi gradito e quindi pubblicato sul giornale “New Entry”, ritengo opportuno informarvi che qualche domenica fa i protagonisti del racconto stesso, hanno festeggiato le nozze di diamante. E sono il sottoscritto e la moglie Rosaria. E appunto scavando nella memoria è tornata alla luce quella nostra passeggiata di sessantacinque anni fa quando ancora si rischiava con i pronomi tra il “voi” e il “tu”. Ed abbiamo fatto questa curiosa esperienza: accade due volte nella vita di non saper cosa dire all’inizio e alla fine di un amore. Ora non c’è più la passione, l’hanno sostituita l’affetto, l’amicizia, la stima, l’aiuto reciproco e soprattutto i ricordi, uno dei quali, il più importante, il nostro primo incontro avvenuto per sbaglio. Ma è stato lo sbaglio più bello della nostra vita. Come vorrei che tu venissi con me, uno di questi magnifici giorni di sole, e mano nella mano rifare quella indimenticabile passeggiata sui nostri monti fino al passo degli uccelli migratori dove si visse insieme per la prima volta tutto un giorno noi due soli, senza testimoni. Per gli stessi sentieri fatati camminammo insieme tu ed io, con passi timidi, quasi increduli e insieme andammo attraverso quei prati verdi e quei boschi di faggi e di pini appena risvegliati dal ritorno della primavera. Ed insieme, forse senza saperlo, di là guardammo entrambi verso la vita misteriosa che ci aspettava con i suoi sogni e le sue speranze. E palpitarono in noi, per la prima volta, penso, pazzi e teneri desideri. “Ti ricordi?” Ci diremmo l’un l’altro. E tu mi sorrideresti sempre allegra e fiduciosa mentre lo stesso vento, come allora, giocherebbe con i tuoi capelli, muoverebbe le foglie degli alberi e qualche bianca nuvola in cielo. E forse tutte queste sono sciocchezze per te che non hai mai preteso troppo dalla vita. Ma sia quel che sia, le nostre promesse, anche se dette in silenzio, erano sincere: saremmo stati sempre insieme ed avremmo trovato la gioia di vivere, magari in un paese diverso e sconosciuto, in una casa povera. Mi bastava la certezza di averti vicina per essere sicuro di una vita felice, insieme, con molta semplicità, come accade in ogni parte del mondo. Ricordo che già dalle sei di quel radioso mattino ero in ansiosa attesa del tuo arrivo, come promesso, e i minuti erano lunghi a passare, tanto che ho incominciato a credere ad un tuo ripensamento. Ed era più che giustificato visti i tempi ed il paese, in cui si viveva simile ad un convento di clausura, dove il peccato più grosso era quello contro il sesto comandamento delle tavole di Mosè. Con tutti i rimbalzi e le sfaccettature che provocava in special modo nei confronti con l’altro sesso e con particolare riguardo alla gioventù costretta sempre in casa, casa, chiesa, casa, oratorio. Ad esempio, tanto per citare un diversivo al grigiore della solita routine, il ballo – che ora va tanto di moda – era non solo vietato, ma “proibitissimo”. Tanto che se una donna, specialmente se giovane, fosse stata vista in una sala da ballo, sarebbe stata classificata donna perduta. Lo stesso innamoramento, con tutte le sue naturali manifestazioni, doveva essere tenuto segreto fino al giorno del fatidico “SI’”. Guai cantare messa prima di suonare le campane! Erano già spalancati gli Inferi con Satana pronto col suo tridente a rivoltarti sulla graticola per l’eternità. Tutte le paure sono improvvisamente scomparse quando, non credevo ai miei occhi, t’ho vista in fondo al sentiero salire svelta mossa dallo stesso mio sentimento, dalla mia stessa passione. E quando ci siamo incontrati ho notato un certo smarrimento nel tuo sguardo. Forse stava per avere il sopravvento l’ombra del monastero di clausura con tutte le sue regole. Ma sono stati solo alcuni attimi. Poi mano nella mano abbiamo cominciato a camminare per oltre due ore fino alle sorgenti. E qui devo proprio dire che in questa storia tu hai anticipato di parecchi anni la guerra santa delle femministe contro tutti i tabù, contro tutti i veli, contro tutte le schiavitù cui erano e sono sottoposte da secoli le donne, specialmente dal lato sentimentale. Infatti non erano ancora spente le ceneri dei fuochi dove l’inquisizione bruciava le donne classificate streghe e colpevoli di essere la causa principale della dannazione dei maschietti. Ti ricordi che per riposare un po’ ci siamo seduti sull’erba sgomenti di felicità? Ci eravamo fatte tutte le confidenze che potevamo, ma la cosa non è andata più in là dei nostri nomi. E non ci accorgevamo che le ore passavano veloci. Ricordi che non c’era anima viva? Eppure sentivamo dei canti che impedivano ogni altro pensiero. L’universo intorno a noi non c’era più. Vivevamo un giorno d’oro, indimenticabile! Il primo amore! In quelle ore felici ricordo ci vennero gli occhi lucidi nel vedere una piccola piuma cadere lentamente da un nido. Poi, quando il sole s’avviava al tramonto, ci offrì lo spunto per parlare di cose molto più importanti come se poi sarebbe comparsa la luna e subito dopo le stelle e se quello era veramente il passo degli uccelli migratori dove anche loro si fermavano a riposare. E poiché ci trovavamo in cielo era semplicissimo che avessimo dimenticato la terra. A distanza di tanti anni devo proprio dire che questa condanna, o forse rende meglio l’idea, questo sentimento che si chiama amore, non ha mezze misure o mezzi termini: o perde o salva. E noi abbiamo avuto fortuna. (Ripensandoci oggi: come si fa a non dire che anche per noi l’età della stupidèra era piuttosto lunga? Anche se qualcuno non finisce mai…) E per l’appunto qui abbiamo corso un grosso rischio, specialmente nell’ora che precede il tramonto, e ancora non so chi ringraziare se siamo riusciti a mettere un freno alla passione. “PASSIONE”: sentimento intenso e violento verso una persona che può turbare sia l’equilibrio psichico che la capacità di ragionamento e di controllo delle proprie azioni”. E non so se anche tu sei d’accordo nel pensare che la natura mette in atto pericolose trappole atte a garantirle la prosecuzione della specie. Senza dimenticare che anche noi siamo sempre più disposti ad inseguire la trasgressione. Vuoi mettere la differenza fra un bacio rubato, dove e quando è proibito, e cento baci leciti dopo quel galeotto “SI’” che ti fa scendere dalle nuvole?! E l’inferno che ci veniva sempre minacciato in ogni salsa sia in chiesa che fuori? Quell’inferno così ben descritto da Dante nel suo V° canto nel girone del lussuriosi, era svanito dietro di noi. E vivevamo così molto in alto dove c’era ancora tanta luce. Talvolta, per quanto la tua bellezza e la tua gioventù fossero abbaglianti, chiudevo gli occhi perché sembrava il miglior modo per guardare la tua anima. E non ci siamo chiesti dove ci avrebbe portato tutta questa gioia. Forse ci si considerava già arrivati? Forse. E sull’imbrunire siamo poi tornati felici e con le ali ai piedi al fondo valle entrando in paese per strade diverse come se nulla di eccezionale fosse successo. Infatti. E ogni volta che sento la canzone: “Ohi! Vita, oji! Vita mia ohi! Core , di stù core, sei stata o primm’ammore e o primm’è l’ultimo sarai per me!” mi ricorda sempre quella meravigliosa passeggiata che ha consentito all’albero di crescere e diventare grande. Giuseppe Paganessi

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