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L’ARTE DI VINCERE

Vuoi essere avvisato in anticipo dell’organizzazione di eventi, manifestazioni, rassegne, anteprime cinematografiche e film in programma nella tua zona? Manda un email a: piergiorgio.ravasio@email.it “Se una squadra qualsiasi vince un campionato world series, è una cosa bella per la squadra; si beve champagne e si ricevono gli anelli dei campioni. Se, invece, vinciamo noi, con il nostro budget, con questa squadra cambieremo per sempre le regole del gioco. Ed è questo quello che voglio. Voglio dare un vero significato a quello che sto facendo”. La squadra (di baseball) in questione ha il nome di Oakland Athletics. Non raggiungendo traguardi e risultati pari ad altri colossi del settore e non disponendo di ingenti risorse finanziarie, il futuro di questa squadra sembra segnato nel momento in cui i migliori giocatori migrano ad altre squadre e la loro sostituzione diventa un problema serio. General manager della Oakland A, per la sua sagacia, la sua esuberante personalità e il suo mix tra un’attenzione quasi maniacale e un’intraprendenza fuori misura, è Billy (Brad Pitt). Carismatico e affascinante personaggio non convenzionale, Billy, sfidando le proprie convinzioni e cambiando il suo modo di pensare, decide di fare qualcosa seguendo il suo pensiero. Assieme ad un giovane fresco di laurea, economista della Ivy League e trasformato, per l’occasione, in un improbabile analista di baseball, Billy introdurrà in questo sport una nuova scienza oggettiva: usare le analisi statistiche per prevedere il valore futuro di un giocatore.

In pratica, il valore di un giocatore non sta in ciò che si vede o si sente ma in qualcosa che si trova nei numeri, finendo per giudicarlo in una maniera diversa da quella usata dal sistema fino ad allora. Per interpretare la mente matematica che ha cambiato il mondo dello sport negli Stati Uniti, gli sceneggiatori hanno creato un personaggio: Peter Brand, interpretato da Jonah Hill (“Superbad – Tre menti sopra il pelo”, “In viaggio con una rockstar”, “Funny People”). Peter e Billy, insieme, andando alla ricerca di nomi caduti nel dimenticatoio e tirandosi addosso le ire di tutti gli altri dirigenti, riusciranno (non senza un po’ di fatica) a portare a casa risultati fino ad allora impensabili. Trasposizione, per il grande schermo, del romanzo del 2003 di Michael Lewis, conosciuto fino a quel momento per i suoi best seller nel campo della politica e degli affari e che decide di cimentarsi in ambito sportivo con una vicenda ambientata nel mondo del baseball, “L’arte di vincere” è la seconda prova registica di quel Bennett Miller che, dopo averci fatto conoscere nel 2005 la drammatica storia di “Truman Capote – A sangue freddo”, ora si cimenta nella vicenda di uomini che, messi ai margini a causa di pregiudizi infondati, hanno portato un grande cambiamento culturale. A parte il voler cercare nuove strategie di gioco, eliminare i difetti e cambiarne le regole, la pellicola non va oltre. Sfidando la struttura dei tipici film sportivi (i minuti di gioco sono veramente risicati) il film si arena su come vengono definite le regole del successo, sulle possibilità delle scienze statistiche, sullo sport come metafora della vita, sulla vicenda intima e personale che cambia la personalità di un uomo (il rapporto con la figlia) e il suo desiderio di vincere e di reinventarsi. Vero è che nello sport non dobbiamo cogliere solo l’aspetto più sfavillante, ma ci devono stare anche questi altri risvolti. Tuttavia, con una struttura narrativa poco accattivante e a tratti un po’ soporifera, il film lievita a fatica. Non colpisce fino in fondo e non soddisfa appieno le aspettative attese (tra cui anche quella di vedere un grande Philip Seymour Hoffman de “Il Dubbio” e “Onora il padre e la madre” qui quasi del tutto ignorato).

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