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LA VENDEMMIA

Quando mio nonno Oddone e mio papà si insediarono (nel dopo guerra), alla Cascina Canova, dove io sono nato, la prima cosa che fecero fu quella di piantare 20 noci dietro il portico, lungo tutto il canaletto di irrigazione, con il duplice scopo di abbellire il contorno del casolare.
Il noce, essendo una pianta di alto fusto, è molto bella da vedere, ed in secondo luogo, cosa importantissima, avere una quantità di noci sufficienti a passare tutta l’annata: questi frutti secchi infatti se conservati all’asciutto, durano veramente tanto ed inoltre hanno delle proprietà organolettiche straordinarie. La loro seconda preoccupazione, fu quella di acquistare qualche centinaia di piantine di vite da sistemare ai confini dei nostri terreni, in modo che facessero da divisoria tra un nostro campo e quello dei vicini, inoltre, avendo a disposizione un ampio dosso (3000 metri quadri), di difficile irrigazione, riempirono anch’esso di filari di viti; scelsero 3 tipologie: il Raboso, il Clinton ed il Girardone, nella stessa percentuale, perché il nonno sosteneva che la miscela di questi 3 tipi d’uva desse un vino dalla perfetta sapidità.

Il lavoro per la coltivazione e manutenzione della vite è veramente tanto, anzi tantissimo, mio padre, dopo che nonno Oddone aveva preso la via per il cielo, si spostò con la famiglia e tutto il bestiame, alla Cascina Maestà, dove attualmente risiediamo, la Canova ci fu comunque lasciata in affitto per altri trent’anni. Avendo il doppio di terreni da coltivare rispetto a prima, fu costretto ad assumere tre braccianti agricoli (Umberto, Faustino e Mario), a cui chiese se lo potevano aiutare facendo delle ore straordinarie, nella cura dei vitigni, come pagamento avrebbero ricevuto un quarto della produzione di vino.

Considerando che si aggirava sulle 55 damigiane all’anno (da 54 litri caduna), avrebbero ricevuto circa 13 damigiane a testa; tutti e tre accettarono con grande entusiasmo. Quanto lavoro richiedeva la vigna? Le viti avevano bisogno di un appoggio dove i tralci venivano legati, e questo era costituito da 2 o 3 fili di ferro che correvano longitudinalmente per tutto il vitigno, gli stessi fili avevano la necessità di essere sostenuti da paletti di legno (uno ogni 5 o 6 metri), che tutti gli anni venivano sostituiti, perché la parte conficcata nel terreno marciva, poi c’era la potatura, indispensabile per fortificare la pianta ed ottenere grappoli più grandi ed infine i vari trattamenti col verderame, un fungicida a base di solfato di rame, non chimico che veniva irrorato tramite una pompa a spalle su tutta la parte fogliare. Però dopo tanto sudore, finalmente in settembre arrivava il momento della vendemmia, tutto un “occhio” del portico della cascina Canova, era dedicato alla lavorazione dell’uva, c’erano botti, tini, ceste e cestoni, cavagnoli in vimini (caagne) ecc ecc. Essendo tanta l’uva da raccogliere ed il numero delle botti per contenerla limitato, la raccolta avveniva a più riprese; partecipavamo tutti a questo evento con straordinario entusiasmo, era l’occasione per incontrare parenti ed amici, molte volte, salutati l’anno prima.


Si iniziava di buon mattino, le bellissime voci delle mie zie: Maria e Orsolina (sorelle di mio padre), allietavano la giornata cantando stornelli di ogni tempo, il lavoro da fare era tanto ed anche piuttosto faticoso, eppure non pesava perché tutto si svolgeva in un clima di serenità ed armonia. Gli ultimi anni, io ero l’addetto alla pigiatura, avevo il compito di far girare la manovella della macchina schiacciatrice (costituita da 2 rulli che giravano in senso contrario verso il centro), mio padre la riempiva versandoci i cesti d’uva, il mosto che se ne otteneva, veniva lasciato fermentare per alcuni giorni, finché era completamente “fermo”, poi si riempivano le damigiane di quel che ormai era diventato vino. Un classico dolce che si preparava con il mosto d’uva fresco, era il budino (sugol ), portandolo lentamente ad ebollizione aggiungendo, mescolando sempre, 100 gr di farina di grano tenero per litro di mosto; il budino che si otteneva era buonissimo, io ci andavo matto, ne mangiavo una scodellona pur sapendo che poi avrei trascorso mezza giornata in bagno. Dopo un paio di mesi di riposo nelle damigiane, il vino veniva travasato in altre damigiane pulite e perfettamente asciutte, lo scopo di questa operazione, era quello di separare il fondo che si era depositato sul culo della damigiana, onde evitare che trasmettesse un cattivo sapore al vino; ancora qualche giorno di riposo e finalmente il vino poteva essere gustato. Quando mio padre si apprestava ad assaggiarlo, era sempre un po’ agitato, emozionato; sarà migliore della vendemmia dell’anno scorso? Quando lo sorseggiava faceva sempre delle facce buffe, poi solitamente esclamava: <è un nettare, il vino è il sangue della terra, perfino Cristo l’ha scelto come sangue suo>.

Quando hai la fortuna di bere un vino frutto delle tue viti, del tuo sudore, della tua fatica, è tutta un’altra cosa rispetto ad un vino anonimo acquistato, una sorta di appagamento indescrivibile.
Anche la raccolta delle noci, che avveniva solitamente un mese dopo la vendemmia, era un momento di festoso ritrovo con i parenti “emigrati” a Milano in cerca di fortuna; avendo una ventina di piante, di noci da raccogliere ce n’era una grande quantità, aiutandoci con delle scale, salivamo sugli alberi e scuotevamo con forza i rami per far uscire le noci dai baccelli ormai secchi, poi le raccoglievamo da terra riempiendo molti cestoni di vimini e le dividevamo equamente con i nostri parenti cittadini; prima di sistemarle in cantina, le lasciavamo essicare al sole su dei sacchi di juta, ne avevamo a sufficienza fino al nuovo raccolto.


Col passare degli anni, i nostri tre braccianti, ormai molto anziani, non se la sentirono più di occuparsi delle viti che caddero inesorabilmente in una sorta di abbandono; avevo 22 anni quando con mio padre ebbi una discussione molto accesa; non avevamo più il tempo materiale di occuparci delle viti ed era purtroppo necessario estirparle per lasciare lo spazio a colture meno impegnative; mio padre all’inizio rispose con un arrabbiatissimo secco no, per lui era come strappargli una gamba, ma poi convenne che avevo ragione ed accettò di toglierle.

Ricordo la mattina che cominciammo ad estirparle, attaccai il cavo d’acciaio alla prima vite ed al gancio di traino del nostro trattore più grande, poi tirai, quando le radici della vite uscirono dal terreno, si contorsero, sembrava di strappare un bambino dalle braccia della propria madre, a quella scena mio padre non riuscì a resistere, probabilmente ripensando al giorno in cui le aveva piantate assieme a suo padre, scoppiò in lacrime; una scena da far esplodere anche il cuore di un rinoceronte, gli dissi: < papà, non rimanere qua a torturarti, ti prego prendi il Ferguson (nostro mitico trattorino), e vai a casa>, per fortuna mi ascoltò. Non ci volle molto tempo a strappare ciò che era stato realizzato con il durissimo lavoro di molti giorni, per me fu dolorosissimo anche se sapevo che in quel momento era la cosa giusta da fare.

Oggigiorno le aziende agricole sono sempre più rare e di dimensioni sempre più grandi, ognuna specializzata in un suo settore, anche se a me manca moltissimo la vendemmia, la raccolta delle noci e tutte quelle attività tipiche delle piccole fattorie che ci permettevano di stare insieme, di chiacchierare, di cantare, di gioire con cose semplici, ma che davano una felicità assoluta, nulla a che vedere con le moderne diavolerie tecnologiche che ci stanno un po’ tutti rimbambendo.
Giordano

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