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LA STATUA DELLA LIBERTÀ

Le cascine di una volta erano solitamente costruite vicino a dei grossi fossi, per avere la possibilità di poter abbeverare facilmente gli animali allevati. Anche la cascina Canova, dove sono nato, sorgeva vicino al Canale Longhena, usato anche per l’irrigazione dei campi. Quand’ero bambino era un fosso di una certa dimensione, le sue rive incorniciate da giganteschi alberi, erano l’habitat ideale per moltissimi animali, oggigiorno si è un po’ ridimensionato e gli alberi seccati dal tempo, non sono più stati rimpiazzati.
Mi ricordo che il nostro cascinale era frequentato da persone alquanto singolari; ogni tanto passava lo stagnaro (tappava i buchi dei recipienti in metallo), l’arrotino (che affilava i coltelli), e c’era un simpaticissimo signore molto anziano che passava un paio di volte al mese con una specie di ape car tutta scoperta, lo chiamavamo Angili dei pom perché aveva sempre qualche cassetta di mele, ma non solo, vendeva anche cinture, bretelle, calzini, cappelli, e una mattina aveva dei bellissimi cappellini di paglia; mio papà me ne mise in testa uno, mi stava a pennello; “Giordano, è perfetto, ti sta benissimo, adesso che il sole comincia a scottare, ti serve proprio” e me lo comprò. Com’ero contento, un cappellino nuovo tutto mio, era adornato da una striscia azzurra, mi sembrava di portare in testa un pezzo di nuvola. L’ indomani mattina io e mia sorella, andammo, assieme ad altri bambini delle cascine vicine, a giocare sul ponte Longhena, che collegava la strada ai nostri cascinali, non essendo dotato di parapetto, i nostri genitori non erano affatto contenti vi stessimo sopra, ma come si sa, i bambini fanno quasi sempre il contrario di quanto raccomandato.
Stavamo facendo la gara a chi tirava più lontano i sassi nel fosso, quando ho sentito una spinta alle mie spalle e sono caduto nel canale, nell’ andare giù il mio bellissimo cappellino mi si era tolto, ed era caduto sul pelo dell’acqua, ma io velocissimo lo afferrai con la mano destra e lo tenni con il braccio alto per non farlo bagnare. Poco più avanti era abbassata la chiavica per l’irrigazione e per questo motivo l’acqua era molto alta, (bisogna considerare che all’epoca avevo 5 anni), mi toccava il mento e per respirare bene dovevo tenere la testa all’indietro, ma il mio cappellino nuovo, non lo lasciavo.
Mia sorella mi disse: “Giordano, stai tranquillo, non muoverti, vado subito a chiamare la mamma”; passarono minuti interminabili, finalmente mia mamma arrivò in bici, quando guardò giù dal ponte non riuscì a trattenere un urlo terribile, poi cominciò a correre da una parte all’altra in cerca di una soluzione, si attaccò al ramo di un’albero piantato sulla riva e si calò in mezzo ad un cespuglio di ortiche, protese il braccio verso di me, mancava almeno un metro per toccarla; “Giordano, lascia il cappellino e vieni verso di me”, ma io che ero ancora con il braccio rivolto in alto, non lo avrei lasciato per nulla al mondo, feci due passi verso mia mamma, ma finii in una buca e l’acqua mi superò gli occhi, allora tornai indietro, mia madre era disperata, continuava a ripetere: “ti prego dammi la mano, ti prego, non riesco a prenderti”, io non volevo che l’acqua mi superasse la faccia, mi sentivo soffocare. Dopo diversi tentativi a vuoto, risalii sulla riva e rivolgendosi a mia sorella che nel frattempo era ritornata di corsa gli disse: “Irene stai con Giordano, continua a parlargli, tienilo calmo, vado a cercare il papà”.
Mio padre stava andando con il trattore in un campo lontano con del fieno, mi ricordo che pensavo “io ieri sera ho recitato l’Angelo di Dio che sei il mio Custode, perché allora sono finito nel fosso? Dov’è il mio Angelo?, Magari se lo prego adesso lui mi prende per il braccio e mi tira fuori, e allora ho cominciato: “Angelo di Dio……” Continuavo a ripeterlo, non so quante volte, ed il tempo passava passava, finché mia sorella cominciò ad urlare: “sta arrivando il papàaa”, sentii il motore del Ferguson che si avvicinava, fino a diventare un boato, il ranghinatore che aveva attaccato dietro, sbatteva contro gli alberi che erano lungo la stradina per la gran velocità, poi una gigantesca nube di polvere coprì il fosso, mio padre saltò giù dal trattore e cominciò a gridare: “sono qua Giordano, sono quaaaa”, vidi la sua ombra alle mie spalle, saltò giù direttamente dal ponte formando una bomba d’acqua che mi sommerse completamente, poi mi prese, sentivo le sue dita stringermi come tenaglie, mi abbracciò fortissimo; “hai visto che sono arrivato? Adesso usciamo subito dall’acqua”, arrivò anche mia mamma in bici, mi disse piangendo: “adesso il braccio puoi tirarlo giù, dallo a me il cappellino”, ma il mio braccino e le dita si erano atrofizzati non riuscivo neanche ad aprire la mano. Mio padre disse alla mamma di correre ad accendere il camino e far scaldare un paiolo di acqua, “l’è fret gelat, puari’.
Non era una giornata particolarmente fredda, ma ero stato talmente tanto nell’acqua del fosso che ero diventato bianco come la carta.


Finalmente arrivammo in cascina, mi misero vicino al fuoco, piano piano abbassarono il braccio, mi aprirono le dita della mano e tolsero il mio cappellino, mia nonna Elena non sapeva ancora cosa fosse successo di preciso, e così mio padre cominciò a raccontare: “mamo’, avresti dovuto vederlo il nostro Giordano, nonostante avesse l’acqua alla gola, non ha fatto bagnare il cappellino nuovo che gli ho regalato, era là con il braccio in alto, sembrava la Statua della Libertà; el ga en coragio de leu’!”. Poco ci manca che mia nonna stramazzasse a terra, poi staccò il crocefisso dal muro e cominciò a baciarlo, e rivolgendosi alla foto di mio nonno Oddone gli disse: “ghet sintit cusa el ga fat nost neut?, ringrazia tutti lì in alto”.
Per giorni e giorni mio padre raccontò a tutti quelli che passavano per la nostra cascina del mio gesto “eroico” ed ogni volta terminava sempre con: “sembrava la Statua della Libertà”.
Questo lontano episodio che ancora ricordo perfettamente, ritengo sia stato fra quelli più importanti e fondamentali per la formazione dello straordinario rapporto d’affetto, di amicizia, di complicità, di stima che per tutta la vita ha unito me e mio papà; un rapporto che neppure la morte ha diviso.


Giordano

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