LA RINASCITA

Avevo intitolato questo mio racconto L’APOCALISSE, che in senso letterale biblico significa: togliere il velo, svelare, rivelare; divenuto invece ai giorni nostri sinonimo di catastrofe, sfacelo o distruzione totale; perché quanto vado a scrivere è sì inizialmente la storia devastante di un mio periodo di vita (che ha coinvolto persone a me molto care) ma si conclude in un modo che scoprirete in seguito.Mi ci sono voluti oltre quindici anni per riuscire a mettere nero su bianco (senza che mi venisse la tremarella alle dita ed il cuore andasse fuori giri) quanto accaduto nel luglio del 2010, e mi sono deciso riflettendo sul fatto che quanto vado a descrivere può tornare utile ad altre persone.

Parto col dire che prima di entrare a far parte della schiera dei felici pensionati elemosinati dallo stato, ero contitolare di una azienda agricola con allevamento di vacche lattifere di un certo rilievo (tutte fornite di pedigree), e quando è accaduta la tragedia (nel 2010) era da più di trent’anni che investivo anima e corpo nel mio lavoro togliendo tempo da dedicare alla mia famiglia (moglie e figliola). Dopo anni ed anni di accurata selezione genetica iniziata ancora da mio padre, eravamo riusciti ad avere un gruppo di bovine veramente stupende, passando dai cinque capi iniziali di mio nonno Oddone (fondatore dell’allevamento) alle 110 in lattazione all’epoca del devastante fatto di cui sto scrivendo, naturalmente adeguando le strutture in base al numero degli animali allevati, motivo per cui avevamo sempre sul groppone un pesante mutuo da restituire alla banca. Ma i risultati di tanto impegno e sacrificio di tutti noi familiari impegnati in azienda, stavano arrivando dandoci finalmente grandi soddisfazioni. Basti pensare che una nostra bovina in 310 giorni di lattazione aveva prodotto 247 quintali di latte (quasi 80 kg di latte al giorno nelle tradizionali due mungiture) e parliamo di oltre quindici anni fa.

Io e mio padre eravamo gli addetti fissi in stalla, mio fratello e suo figlio si occupavano soprattutto della coltivazione dei terreni. In sala mungitura col mio genitore parlavamo spesso dei risultati ottenuti, mio padre gongolava e rimarcava l’importanza del suo contributo: nonostante gli animali fossero a stabulazione libera (non legati) lui ogni giorno le spazzolava (è importantissimo far respirare e traspirare la pelle, così affermava sempre).

Avreste dovuto vedere le nostre vacche quando entrava nel recinto mio padre con la spazzola in mano: si mettevano educatamente in fila rispettando le gerarchie che all’interno del gruppo si erano imposte ed attendevano il loro turno per essere strigliate, gli piaceva da matti essere coccolate, non esagero nell’affermare che con lui avevano un rapporto genitoriale. I dati preliminari dell’ANAFI (Associazione Nazionale Allevatori Frisona Italiana) ponevano la nostra stalla ai primissimi posti in Italia, mio padre soprattutto nelle ore della mungitura, periodo in cui eravamo maggiormente a contatto, parlava… parlava, già per suo carattere era molto loquace ma da quando lo avevo messo a conoscenza del fatto che i nostri animali erano ai vertici della classifica nazionale, non stava zitto un secondo, e continuava a rimarcarlo con un orgoglio, una soddisfazione, un entusiasmo paragonabili ad un bambino nel paese dei balocchi (quante volte mi ripeteva il suo motto: gli animali o si tengono bene o si fa a meno di tenerli) ed io nel vederlo così soddisfatto e felice ne traevo una grande gioia.

Fino a che un nefasto giorno, 11 luglio 2010, data scolpita nel cimitero della mia memoria, alle quattro del mattino mentre stavamo indirizzando gli animali verso la sala di mungitura, ci accorgemmo che molte vacche barcollavano come se fossero ubriache e molte di loro defecavano una sostanza liquida giallastra: “ma porco cane, cosa succede stamattina” ci dicemmo allibiti io e mio padre. Nessuno degli animali produsse più di 5 litri di latte (normalmente ognuna ne forniva almeno 20 a mungitura), erano tutte sfiancate, la nostra eccezionale campionessa che si prestava a stabilire il record annuo nazionale sia per quantità di latte che contenuto in proteine, era distrutta… faticò persino a ritornare nel recinto dove si coricò lasciandosi pesantemente cadere a terra. Eravamo tutti sconvolti, telefonammo al nostro veterinario aziendale in un tale stato di agitazione che sentendoci così disperati arrivò nella nostra azienda dopo pochi minuti (ancora oggi mi domando come sia riuscito a percorrere 15 chilometri in meno di 5 minuti), scese dall’auto con il pigiama ancora sotto la tuta e dopo aver scambiato con noi poche parole cominciò subito a visitare le bovine. Il responso dopo aver controllato anche le feci, fu catastrofico e devastante: “le vostre vacche sono state avvelenate !”. Io non so se si può anche solo lontanamente immaginare la nostra reazione dopo una simile notizia. Mio padre colto da malore cominciò a barcollare come un fuscello sconquassato dalla tempesta, abbiamo dovuto portarlo in casa in braccio, e fortunatamente il dottore che da anni lo seguiva dopo il suo primo infarto, arrivò velocemente dopo la nostra telefonata, fornendogli le prime cure necessarie.

Il fatto ancora più grave (come se questo non bastasse) è che coinvolti nell’avvelenamento, non furono “solo” le 110 vacche in lattazione ma anche le manze, manzette e vacche in asciutta, e cioè tutti gli animali cui avevamo somministrato fieno proveniente da un nostro campo il quale al suo fianco scorreva un fosso dove a volte gli agricoltori del circondario usavano le sue acque per riempire le botti del diserbo. Avranno scaricato inavvertitamente nel fosso pesticidi che in seguito durante l’irrigazione del nostro campo hanno contaminato l’erba? Questa era l’unica spiegazione plausibile che riuscivamo a darci, invece il nostro veterinario era convinto (visto gli effetti così devastanti sui nostri animali) che il fieno fosse stato volontariamente contaminato mentre era andato in file nel campo: “voi siete troppo buoni, non avete idea a quali orrende azioni può portare l’invidia delle persone”, questo era il suo parere a cui noi (io, mio fratello e suo figlio) ci rifiutammo di credere talmente era crudele.

Dopo aver visitato gli animali, il veterinario stabilì quali dovevano essere destinati al macello: 88 vacche, 44 vennero a prelevarle subito le altre 44 il giorno seguente, ma la disgrazia non era finita lì perché il mattatoio indirizzò le carcasse all’inceneritore (non ritenendole idonee al consumo alimentare) e ne dovemmo pagare l’alto costo (l’allevamento non era assicurato).
La maledizione non era ancora completa, tante altre devastanti tessere dovevano aggiungersi prima della totale Apocalisse: quando il lattaio venne a ritirare il poco latte che avevamo in frigo ci chiese il motivo degli oltre 30 quintali mancanti rispetto al giorno prima. Dopo averlo messo al corrente dell’accaduto, telefonò in caseificio e gli vietarono di caricare quel poco che avevamo munto, in attesa di accertamenti. D’altronde era comprensibile, non potevano rischiare di lavorare latte potenzialmente contaminato. Per una settimana dovemmo mungere e buttare il latte delle restanti 22 vacche superstiti nella concimaia finché un laboratorio accreditato ne comprovò la totale salubrità. Per diversi giorni a venire, assieme al veterinario ed i suoi collaboratori, somministrammo (esclusi solo i vitelli) tramite endovena, duemila litri di epatoprotettori allo scopo di disintossicare il fegato dei nostri animali. Riuscite ad immaginare dover immobilizzare capo per capo (anche se si fa per il loro bene, quando gli infili un ago in vena, non stanno molto fermi) bestiole dotate di una forza non indifferente.

Finalmente quando iniziarono nuovamente a consumare la loro razione (segno che si stavano riprendendo) intravedemmo una piccola luce di speranza che si spense presto: tutte le bovine gravide (manze comprese) espellero il loro feto; quelle incinta di due mesi riassorbirono l’embrione, 5 di loro non riuscirono a liberarsi del loro figlio in decomposizione e per evitare che i batteri tossici della putrefazione le uccidessero, mi infilai un lungo guanto usato per la fecondazione strumentale e le liberai estraendo i vitellini un pezzo alla volta: prima una gamba, poi la testa, le membra del tronco… Quante volte ho vomitato… Delle altre bovine trovammo 56 feti sparsi sul pavimento delle stalle, piccole creature di diverse dimensioni, 3 di queste ancora vive (età tra i 5 o 6 mesi dal concepimento), erano senza pelo, piccoli… piccoli, eppure piangevano, dei lamenti identici ai vagiti dei bambini appena nati, abbiamo dovuto aspettare anche più di un’ora prima che morissero, senza poter far nulla per salvarli (troppo immaturi). Veder agonizzare quegli esserini ed ascoltare i loro gemiti d’aiuto, è stato raccapricciante, lamenti che perforavano l’anima come lame, io e mio fratello ci siamo dovuti allontanare per non sentire, non era sopportabile l’ascolto di quelle grida. Quando tutto tacque, passammo con un carro per le stalle a raccogliere quei poveri cadaveri, mentre stavamo fiancheggiando il deposito del fieno, indirizzati verso la gigantesca buca scavata nel campo vicino. E’ comparso nostro padre (dopo 5 giorni che mia madre era riuscita a tenerlo in casa), si è avvicinato al carro, e quando ha visto quell’orribile carico di morte…

Non mi era mai capitato in vita mia di vederlo in quelle condizioni, quel leone che sempre era riuscito a ruggire dinanzi alle più terribili situazioni della vita…
Quando lo abbiamo riportato in casa, il medico ha dovuto sedarlo per evitare che il cuore cedesse. È stato da quel giorno che è iniziato il suo calvario, non si è mai più ripreso completamente e non solo nel fisico, dentro di sé si era gelato qualcosa, cambiò completamente il modo di rapportarsi con le persone, non riuscì più a fidarsi di qualcuno: erano tutti nemici.
Venticinque giorni dopo i nefasti avvenimenti, ci trovammo con 90 vacche in meno su 110 in lattazione (altre 2 non avendo recuperato dovemmo indirizzarle al mattatoio) e tutte le rimanenti (vacche in asciutta e manze) “vuote”: nessuna gravida; praticamente mungevamo 20 vacche con la prospettiva che per tanto tanto tempo nessun animale sarebbe entrato in lattazione, con una proiezione verso il domani senza alcun futuro per il nostro allevamento. Un pesante mutuo da restituire alla banca, aperto allo scopo di dare miglior confort agli animali con una stalla in costruzione che avrebbe potuto ospitare 150 capi adulti ed ora sarebbe rimasta vuota. Ci sentivamo presi per il culo dal destino, scoraggiati, distrutti letteralmente, incapaci di una qualsiasi reazione. Io e mio padre abitavamo entrambi al pianterreno della stessa casa, i nostri locali separati solo dal corridoio, quando ero in cucina e parlavo con mia moglie e mia figlia (allora sedicenne) della tragedia accaduta in cerca di un qualche conforto per non sprofondare nel più totale avvilimento, arrivava mio padre (gli bastava solo attraversare l’andito per essere da noi) e mentre cercavo di mangiare qualcosa, lui, in uno stato di prostrazione cui non l’avevo mai visto in vita mia, mi ripeteva che eravamo rovinati, nessuna luce oltre il tunnel di quella sciagura, nessuna possibile rivalsa, e quando iniziava a piangere, tornava nella sua cucina per evitare di farsi vedere in uno stato peggiore di quanto già non fosse.

Ho cominciato a morire dentro, non dormivo più nemmeno quelle tre ore di sonno che riuscivo a riposare prima, quando ero a letto i miei pensieri mi martellavano in testa: oltre trent’anni di lavoro e sacrifici buttati nella concimaia e quella parola che mio padre continuava a ripetere “rovinati… rovinati “, dominava su tutti i miei ragionamenti.
Fu in quello stato di angoscia e disperazione totale che una sera d’agosto verso le dieci, terminata la giornata lavorativa, passai a salutare tutti gli animali rimasti, mentre mi dirigevo verso lo stanzone del frigo latte (vuoto per tre quarti), mi sono soffermato a guardare la luna, era tonda, gigantesca, brillante, bellissima, sembrava mi dicesse: “vedi, io non ne ho di pensieri, ho chi mi fa splendere senza nemmeno tribolare”, quella sera la sua bellezza, anziché ammaliarmi, mi dette fastidio, sembrava mi deridesse. Sono entrato nella camera retrostante la sala di mungitura, ho sistemato la tanica dell’acido per il lavaggio dell’impianto a circa due metri dalla parete lavabile (in modo che il mio cervello fosse facilmente pulibile) poi nello stanzino adiacente ho afferrato la vecchia doppietta (ricordo di nonno Oddone) che usavo per spaventare i piccioni sparando colpi in aria, ho infilato una cartuccia, ma quando ho richiuso il fucile, ha squillato il cellulare: “Papy, ma dove sei finito ? Sono le dieci passate, vieni in casa, io e la mamma ti dobbiamo parlare, dai muoviti ! Mi rispondi ? Dimmi qualcosa ! Non starai piangendo ?”. Sentendo la voce di mia figlia, credevo proprio che il cuore mi esplodesse, non riuscivo a parlare, nemmeno io so come mi sia uscito: “arrivo subito !” Sembrava che qualcuno avesse risposto al posto mio. In quel momento ho provato una tale vergogna, come si può pensare ad un simile gesto… essendo padre, marito, figlio; essere così egoista da non considerare il dolore altrui.

Ho pianto, ma quanto ho pianto… quando sono rinsavito, ho dato un calcione alla tanica del detersivo che avevo sistemato come mio ultimo sgabello e poi sono uscito, ho tirato su il cane della vecchia doppietta, ho mirato alla luna… era così luminosa e bella quella sera, così indolente ai miei problemi, poi ho sparato, ma non vi è stata nessuna fucilata, solo un click; ho aperto l’arma, estratto la cartuccia per controllare se il percussore non l’avesse colpita, eppure sopra l’innesco c’era un segno molto evidente, ma la cartuccia non aveva sparato. Quante volte può capitare che una cartuccia faccia cilecca? Sono rimasto interdetto, incredulo, mi sono convinto fosse un segno del destino. Ho riposto il fucile sottochiave nello sgabuzzino e accompagnato dal chiarore lunare, sono andato alla fossa della raccolta acque per l’irrigazione e vi ho buttato dentro la cartuccia inesplosa, mi sono avviato verso casa, fuori dalla porta della lavanderia mi aspettava mia figlia: “papy, ma dov’eri finito ? Guarda che faccia hai, sei stravolto, adesso basta non voglio più vederti in questo stato !” .
Mi ha preso per un braccio e tirato in cucina, fatto sedere, lei e mia moglie una per parte ai miei fianchi: “ci tenevo a dirti che puoi contare sempre su di noi, fino ad ora hai guadagnato tu i soldi necessari alla famiglia, dopo quanto è accaduto all’azienda, sono disposta a lasciare gli studi, a cercare un lavoro, uno qualunque, posso pensare io a portare i soldi a casa; qualsiasi decisione tu prenda, noi siamo con te, ma stai tranquillo, ritrova la tua pace” .

Doveva ancora compiere sedici anni quando mia figlia proferì queste parole, di un amore, una dolcezza che mi colmarono di gioia, tremavo dalla vergogna ripensando al gesto che stavo per compiere; cercai di ringraziarla ma riuscivo solo a singhiozzare come un bambino e l’abbraccio suo e di mia moglie sostituì ogni mia parola.
L’indomani mattina, riunione in cascina di noi conduttori dell’azienda (io, mio padre, mio fratello e suo figlio). Cominciò nostro padre a parlare: “l’allevamento ormai è distrutto, come si può andare avanti mungendo 20 vacche vuote senza che nessun altro animale entri in lattazione per mesi e mesi ?” Poi, per non mostrarci la sua disperazione, uscì dal cascinale; mio fratello ribadì lo stesso discorso di nostro padre, invece mio nipote: “Zio, se decidi di andare avanti, io sto con te, hai il mio appoggio !”… le sue parole mi rincuorarono. Prima di dare una mia risposta, dissi che dovevo pensarci un attimo, il giorno seguente avrei detto la mia opinione. Dovevo parlare con il mio amico Luigi, da molti anni conosceva la nostra azienda e la nostra famiglia e dopo avergli esposto i fatti mi disse: “capisco la gravità dell’accaduto, ma vuoi vendere tutti gli animali ? State pagando un mutuo per completare la stalla, allora lascereste tutte le strutture vuote ? Giordano, non lasciarti abbattere, sono certo che vi rialzerete, ne avete la competenza e la capacità; forza!
E’ il momento di tirar fuori la palle, ascoltami, non riuscite ad acquistare delle vacche gravide per incrementare quelle in lattazione ?”
Fu molto utile la chiacchierata con il mio amico, tant’è che assieme a mio fratello andammo in banca a chiedere se potevamo accedere ad un ulteriore prestito (avevamo già un mutuo aperto per la costruzione della stalla), dopo aver ipotecato praticamente tutto quanto era di nostra proprietà. Con i soldi concessi dall’istituto di credito, acquistammo 40 vacche e piano piano con impegno e forza d’animo ricominciammo a risalire la china.

Come già detto in precedenza, mio padre non si è mai più ripreso da quel tremendo colpo, ogni volta che veniva ad aiutarmi in sala di mungitura mi ricordava che la gente è cattiva, avrebbe potuto avvelenare nuovamente le bestie, che avremmo perso tutto, saremmo rimasti in mutande; quante volte gli ho ripetuto: “ma sei venuto ad aiutarmi o a torturarmi ?”. Essendo convinto che non fosse stata un’intossicazione accidentale, ogni mattina prendeva la sua bici ed andava a chiedere ad ogni azienda agricola del circondario se fossero stati loro ad ammazzargli le bestie; puntualmente ogni presunto indagato il giorno seguente veniva a parlare con noi figli ribadendo la totale innocenza ed estraneità ai fatti. È comprensibile che non pochi si offesero in modo molto grave, continuavamo a ripeterlo al nostro genitore: “non puoi accusare le persone solo per una tua sensazione o convinzione”, ma non riusciva proprio a ragionare, il dolore che aveva provato era stato tale da offuscargli la mente, come se un virus gli avesse infettato la testa. Non ha mai smesso di aiutarmi in stalla (finché è riuscito a camminare) ma guardava gli animali con occhi diversi, molte vacche che aveva visto nascere e crescere, non c’erano più, soffriva la loro assenza come la perdita di un caro parente, un dispiacere insopportabile; il suo cuore cominciò a cedere progressivamente, sempre più debole, fino ad arrivare addirittura all’amputazione di una gamba (il cuore non era più in grado di irrorare gli arti inferiori in modo adeguato).
Durò 6 anni il suo terribile calvario, nonostante cercassi sempre di confortarlo, rinfrancarlo, mettendolo al corrente dei buoni risultati del nostro allevamento, non riuscivo a rasserenarlo.
Nello stesso periodo di tempo che mio padre impiegò a raggiungere la sua fine, come se fosse un paradossale, beffardo contraltare, il nostro allevamento piano piano, ma in modo costante e progressivo rifioriva, si ripopolava di nuovi animali, ritornammo allo stesso numero antecedente l’olocausto (non da noi provocato) nell’anno 2016. Non ringrazierò mai abbastanza mio fratello e suo figlio, intanto perché hanno avuto fiducia in me e poi per il lavoro disumano (credetemi, non sto esagerando) che hanno messo in azienda per riportare il nostro allevamento a prima di quella orribile tragedia. In questi 6 anni il nostro caro genitore subì innumerevoli interventi chirurgici dovuti alla sua cardiopatia, ci ha sempre impressionato lo straordinario coraggio con il quale entrava in sala operatoria; quando gli hanno amputato la gamba, mi disse di portarla a casa perché voleva farci un portachiavi (sicuramente non le avrebbe più perse) scrivo questo per dare un’idea del temperamento indomito insito nel DNA del mio genitore.

Nel dicembre 2016 quando ricevemmo per posta il periodico BIANCONERO, giornale ufficiale nazionale dove annualmente viene stilata la classifica dei migliori allevamenti italiani; rimasi piacevolmente sbalordito quando vidi il nome della nostra azienda comparire tra le prime 50.
E’ difficile immaginare la mia gioia dopo quanto avevamo passato, dopo quel dolore immane che personalmente mi aveva distrutto.
Alla sera portai il giornale a mio padre, da due mesi ricoverato all’ospedale, gli mostrai la classifica con il nostro nome in bella vista e lui lo sventolò agli altri pazienti della sua camera, poi chiamò anche l’infermiere, non solo, volle presente anche il medico di turno, dopo aver mostrato la rivista con il nome della nostra azienda, esclamò indicandomi: “sapete chi è quello lì? Lui è mio figlio, il capo delle vacche!” In seguito, osservandomi alquanto imbarazzato, si sono complimentati con me ritornando poi alle loro mansioni.
La bella notizia riportata sul giornale non bastò a riportargli il buonumore, sospettava che avesse i giorni contati e cominciò a piangere, vederlo in quello stato mi dava un’angoscia, poi mi chiese in tono molto deciso: “Giordano, dimmi la verità, stavolta esco dall’ospedale con i piedi in avanti?” – “No papà, è impossibile, ti hanno tagliato una gamba, al massimo uscirai con un solo piede in avanti !” – Mi guardò allibito, e dopo avermi tirato la rivista esclamò: “ta set semper stat un deficiente (sei sempre stato un deficiente)” poi si mise a ridere, ma a ridere. È stata l’ultima volta che l’ho visto in vita, se ne andò due giorni dopo (era presente mia sorella), unico mio sollievo è l’essere riuscito a strappargli un sorriso al nostro ultimo incontro. Quando l’azienda ha ripreso a girare a pieno regime, sono finalmente riuscito a ritrovare la mia serenità, appurato che mio nipote aveva ampiamente la capacità e la competenza per gestirla nel migliore dei modi, mi sono messo da parte: è giusto lasciare il posto ai giovani, innanzitutto perché sanno introdurre tecniche di coltivazione e allevamento moderne, inoltre devono provare a sentirsi responsabili e trarre soddisfazioni dal loro operato. Non solo mi sono ritirato dal lavoro, ho cambiato casa e paese (con “grande gioia” di mia moglie, che comunque mi ha seguito e supportato), ho sentito la necessità di staccare la spina, di non terminare “l’autunno” della mia vita in stalla, perché così sarebbe stato se fossi rimasto.
Ho scritto questo racconto con una fatica e una sofferenza indicibili, il rievocare certi avvenimenti mi ha sconquassato, ma sono contento d’esserci riuscito e se ho messo nero su bianco, l’ho fatto pensando di dare un messaggio di rinascita e di grande positività a tutte le persone che sono o si troveranno in difficoltà: io ho toccato il fondo, anzi, stavo andando oltre, credevo di non risalire più dal pozzo buio della disperazione, ancora oggi provo vergogna e mi commuovo pensando a quante cose meravigliose mi sarei perso nel corso della mia esistenza, ed invece, grazie all’amore della famiglia, al non chiudersi ed isolarsi in sé stessi (grazie anche a Dio, parlare con il proprio parroco aiuta), si riesce sempre a trovare la strada per la vita, quella su cui camminare, ammirare, apprezzare giorno dopo giorno ciò che ti accade attorno.
Giordano

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