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LA FELICITA’ E’ REALE SOLO QUANDO CONDIVISA

C’è un momento preciso nella vita di ognuno di noi, in cui, per andare avanti, per essere certi di vivere, sentiamo il bisogno di guardarci dentro, di andare alla ricerca di tutti quei segni che hanno modellato il nostro essere uomini e donne, di andare all’essenziale della nostra storia. 

E’ un bisogno comune a chi non ha ancora imparato a stare in fila indiana, a chi vuole imparare ad amare le sue imperfezioni, a quei lottatori che vogliono sentirsi vincenti anche quel giorno in cui inesorabilmente toccheranno il tappeto della vita. Sono segni non sempre frutto di amore, attenzione e cura; spesso nascono da sofferenza, solitudine, rimpianti o desideri infranti, ma non importa, l’unica cosa che conta è la loro indiscussa appartenenza alla nostra storia. Sono le nostre emozioni, i nostri sogni, le nostre speranze, le nostre paure, il vibrare dei nostri corpi, le persone con le quali abbiamo incrociato sguardi d’intesa e di sfida, scambiato sorrisi, trattenuto lacrime, regalato parole e carezze, quelle con le quali abbiamo pianificato una fuga o una vita insieme. Non è un semplice abbandonarsi ai ricordi, un selezionare attimi di felicità, è una ricerca profonda che mette in gioco la nostra intimità, che annulla le distanze, ferma il tempo, scardina le certezze, rovescia le priorità. “ Sono passi da legare per farne un cammino appeso a un minuscolo filo. Fino qui.” Passato e futuro perdono significato si annullano in una dimensione più grande che non può essere calcolata: è la dimensione divina della vita di ogni persona che non può essere ridotta a una cronologia di eventi, perchè l’inizio e la fine sempre si confondono. E’ una ricerca faticosa che ci mette in contatto con la paura di non saper dare un senso al nostro divenire. Ci mette davanti ad uno specchio che riflette un’immagine in cui spesso non ci riconosciamo perchè per troppo tempo abbiamo fissato un punto immobile con l’illusione del movimento. E’ un cammino che ci predispone all’incontro con l’altro, che ci porta a mostrarci fuori dalla nostra custodia.

Per fare questo dobbiamo aver conservato il nostro lito di incoscienza, abbiamo bisogno di spingerci fino alla boa perduta dell’innocenza per ritrovare quei modi di leggere la realtà che ci appartenevano quando ancora eravamo tela bianca in vibrante attesa dei segni del mondo, quando sapevamo amare, quando sapevamo descrivere lo spessore di un sogno, quando sapevamo fidarci della nostra imperfezione e dell’imperfezione altrui, “del nostro primordiale bisogno di sentirci alati”, quando sapevamo il vero significato della parola lottare: venire alla luce.

Il fondo l’uomo è buio che tenta di farsi luce, che prova a riprendere contatto con quell’attimo, quello della nascita quando corpo ed emozione erano coincidenti, sinonimo di vita.

“Chiediti chi sei prima che lo facciano gli altri”: è una preghiera “laica” rivolta ad ogni uomo tentato dall’isolamento, “ognuno se ne sta vestito della sua pelle”, appagato dalle “inutili felicità di nylon”, incapace di vivere la rabbia, la paura, la vergogna, la gioia, “ a pelle viva” senza facili mediazioni. E’ un’esortazione, un richiamo imperativo ad osare una virata nella rotta della nostra vita, il coraggio di seguire le lampade della luce debole, lasciarci scavare dalle piccole parole capaci di far riaffiorare le cose che ci appartengono veramente, quelle che ci proteggono dalla misera teglia del mondo, che ci fanno riscoprire di essere parte di un tutto, figli di moltitudini, che ci svelano le infinite connessioni che ci legano agli altri, che rappresentano il codice di accesso alla nostra intimità, che ci danno la possibilità di riconoscerci e di essere riconosciuti, di colmare ogni distanza riconsegnandoci la nostra dignità di lottatori.

Jù.

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