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LA BONTÀ FATTA PERSONA

Ritengo che l’anno militare sia stato sicuramente tra i più importanti per la formazione del mio carattere, mi ha maturato moltissimo.
Potevo evitare di fare il militare, essendo stato afflitto da una gravissima malattia ai reni quando avevo tra i 9 ed i 10 anni (ho passato 5 mesi all’ospedale di Manerbio), ma quando a 18 anni ho fatto la visita militare presso il distretto di Brescia, non ho volutamente presentato i documenti rilasciati dall’ospedale; per il semplice motivo che io il militare lo volevo fare.

Avevo lavorato sempre fra le mura della mia cascina, (essendo un contadino) e per il poco svago che avevo a disposizione frequentavo le discoteche della mia zona; decisi così che era giunto il momento di “guardare oltre la siepe”, di fare nuove esperienze e conoscenze, ed il militare mi dava questa opportunità.


Tra l’altro ho avuto la grande fortuna di essere stato destinato a Fano (Pesaro Urbino), una meravigliosa cittadina lungo il mare Adriatico.

Nella Caserma Paolini avevo legato in particolar modo con tre militari, uno di questi si chiamava Trombetta Alberto proveniente dalla periferia di Milano. Aveva quattro mesi di leva meno di me ed era stato assegnato al laboratorio di aggiustaggio (in pratica c’erano 5 militari che si occupavano di riparare le piccole frequenti rotture della caserma: cambiare le lampadine, aggiustare le tapparelle ecc ecc).

La prima volta che mi si presentò fu per chiedermi se si poteva sistemare nella quinta branda all’opposto della mia, gli risposi che era libera, aveva un aspetto dalla bonarietà inverosimile, due giganteschi occhioni azzurri, anche se era strabico, l’occhio destro guardava tutto da una parte, gli chiesi se era nato così o se era stato in seguito ad un incidente: “io e mio fratello dividiamo la stessa camera, sulla porta abbiamo messo un centro dove spariamo con la carabina ad aria compressa i piombini di gomma, mentre lui stava sparando io ho aperto la porta e mi ha centrato in un’occhio, poverino, sapessi come ci è rimasto male”

– “cazzo, ma ti ha rovinato un’occhio!” – “ma a me non fa niente, anzi, essendo girato ho ampliato il raggio della mia vista; comunque ero riuscito lo stesso a trovarmi una fidanzata, poi l’ho presentata a mio fratello ed hanno cominciato ad uscire assieme e così mi sono messo in disparte,

– “porca miseria, senti Alberto, ma sei sicuro che tuo fratello ti voglia bene? Prima ti spara in un’occhio, poi ti ciula la fidanzata”.

“Ma Giordano, queste non sono cose nemmeno da pensare, mio fratello mi adora; inoltre 8 mesi prima di partire militare, ho conosciuto un’altra ragazza, però non sono mai riuscito a darle neanche un bacio” –
“E perché?” – “porta sempre con sé sua sorella, andiamo al cinema e c’è sua sorella (e pago io), andiamo a teatro e c’è sua sorella (e pago io), andiamo a cena e c’è sua sorella (e pago io)”…

“Alberto, ma non capisci che si approfittano di te, ti sfruttano, non ti vogliono bene, apri gli occhi”

– “tu Giordano vedi il male dappertutto”.

Così quando i militari cominciarono a conoscerlo, si approfittarono della sua infinita bontà, molti andavano in fureria (la fureria era il cervello della caserma, dove venivano decisi i turni di guardia ed i vari servizi), si facevano cambiare il turno di guardia con quello di Alberto, lui non protestava mai.


In caserma, sia per andare in doccia alla sera, che in mensa all’ora di pranzo, bisognava sempre fare delle lunghe file, che normalmente ognuno rispettava; nella sesta compagnia (quella di fronte alla nostra), c’era un militare, di nome Massimone (così chiamato perché era grande e grosso), al quale le file non piacevano, cercava sempre di passare davanti a tutti; aveva preso di mira il povero Alberto, il quale entrava in mensa, riempiva educatamente il suo vassoio, ma poi alla fine Massimone (per deriderlo e denigrarlo), si prendeva il suo vassoio e andava a sedersi a mangiare tranquillamente, e così Alberto doveva tornare fuori e rimettersi nuovamente in fila.

Io non cerco mai la rissa, mio padre mi ha sempre detto che le mani non devono mai essere usate per picchiare, ma quando vidi per 15 giorni consecutivi portare via il vassoio al povero Alberto, mi è salito il sangue alla testa, sono andato da Massimone e gli ho detto in un orecchio: “Senti un po’ bestione, quando hai finito di mangiare, io ti aspetto fuori dalla mensa, ti devo parlare” – e mi sono piazzato davanti all’uscita del refettorio.

Pensavo: costi quel che costi, stavolta gliele canto e gliele suono, intanto guardavo l’orologio da polso che mi avevano regalato i miei genitori: cavolo, sarà meglio che me lo tolga e lo metta in tasca, mentre me lo stavo slacciando, uscì Massimone, mi diede un’occhiata, fece dietro front, ritornò in mensa ed uscì dalla porta di ingresso.

Porca di una miseria, non ci potevo credere, quella specie di gorilla che minacciava di rompere la faccia a tutti, si era cagato sotto, senza nemmeno parlarmi; meglio così, ho pensato, e me ne sono tornato in camerata.

Alla sera, prima della libera uscita, mi si avvicina Alberto chiedendomi se mi poteva parlare; “Certo, dimmi pure”,

“senti Giordano, oggi in mensa ho visto che hai detto qualcosa nell’orecchio a Massimone, e poi dalla finestra, che lo aspettavi fuori, ascolta, mi devi promettere che non prenderai mai più le mie difese”

– “Scusa Alberto, ma perché? Quel gorilla continuava a romperti le balle!!” – “Perché se ti avesse fatto del male, io non me lo sarei mai perdonato, non voglio che tu ci rimetta per colpa mia” – “Va bene, come vuoi”.

Era di una bontà disarmante, mi faceva tanti piccoli favori senza che io gli chiedessi mai niente: quando andavo a lavarmi i denti, lui rifaceva il mio cubo (il letto), oppure alla sera me lo faceva trovare già pronto, lucidava i suoi anfibi, e lucidava pure i miei, mi diceva: io sono contento di farlo, credimi.

Visto che in fureria c’era uno del mio scaglione che conoscevo molto bene, andai a chiedere perché Alberto fosse continuamente di guardia: “Senti Giordano, ne parlavo proprio ieri con i miei ragazzi, vedrai che d’ora in avanti i turni saranno equamente distribuiti; non ascolteremo più nessuno, è una cosa che avevamo già deciso, anche noi cominciamo a conoscere Alberto ed a stimarlo”.

Ero proprio contento che altre persone cominciassero a rispettare la sua bontà e non continuamente ad approfittarsene.

La sera prima del mio congedo, tutti noi del settimo scaglione 82, uscimmo a mangiare una pizza per festeggiare l’ultimo giorno di naja.

Quando rientrammo in caserma (alle 23.00, oltre tale orario si veniva arrestati), Alberto mi chiamò in disparte: “Giordano, domani è il grande giorno, te ne ritorni a casa per sempre, sarai felicissimo”

– “Si e no, mi spiego: sono contento perché il nido famigliare è il più bello che ci sia, però comincerò nuovamente ad alzarmi prima delle 04.00 tutti i giorni dell’anno e questo mi pesa, però ho in mente grandi progetti, voglio riprendere gli studi e specializzarmi nel mio settore; qua mi trovavo molto bene, una pacchia, e poi mi dispiace moltissimo lasciare qua un amico eccezionale come te, mi raccomando Alberto, non farti calpestare da nessuno, l’uomo è fatto per camminare in posizione eretta, se cammini chinato troppo in avanti, c’è sempre qualcuno che te lo ficca in questo posto”.

Avevo appena finito di parlare che Alberto si mise a piangere come un bambino, sembrava una fontana, quando finalmente riuscì a calmarsi, mi augurò tanta fortuna e mi raccomandò di non preoccuparmi per lui.

Ne sono passati di anni ed ho conosciuto tanta brava gente, ma Trombetta Alberto è una di quelle persone che è rimasto e rimarrà sempre nel mio cuore; se non lo avessi conosciuto personalmente, non avrei mai creduto potessero esistere uomini di tale bontà, era addirittura “contagioso”.

Quando seguo il telegiornale alla TV, sempre così pieno di notizie negative, penso che se ognuno di noi avesse un decimo della bontà di Alberto, la vita sarebbe veramente meravigliosa.


Giordano

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