La scrittura è la notte. Senza oscurità non vi sarebbe scrittura.
Una penna raffinata e profonda. Una scrittrice e una poetessa che sa arrivare dritto al cuore dei lettori più sensibili e accorti con la sua scrittura che profuma di arte e di bellezza da tutti i pori. Ilaria Palomba, romana di adozione ma pugliese di origine, si racconta in questa chiacchierata, a partire dalla narrazione di Restituzione, la sua più recente raccolta poetica.
Ilaria, Restituzione è il titolo della tua ultima opera poetica divisa in più sezioni, com’è nata questa suddivisione?
Le sezioni sono: Alluvione, Catabasi, Ascesi, Memoria, Dissolvenza, Restituzione, Mistica. Alluvione racconta di fantasmi rimasti in un paese invaso da un maremoto; Catabasi di rapporti carnali, emozioni violente, poeti che si sono tolti la vita; Memoria di istanti impressi come fotografie; Dissolvenza di paesaggio, mare, maree, Salento, ego dissolution; Restituzione del ritorno alla vita in un’estate inattesa; Mistica dell’accettazione di tutte le cose in quanto parte del cosmo.
Potremmo etichettarla come una sorta di lungo viaggio, magari dell’eroe?
È un’interpretazione cui non avevo pensato, ma non mi dispiace!
Tra l’altro Restituzione è anche il titolo di una di queste parti, credi che sia quella chiave?
Questo libro aveva un altro titolo, parlando con Sara De Simone, poco prima della pubblicazione, ho ascoltato il suo consiglio, mi ha dato qualche suggerimento di revisione, e mi ha detto: questo libro si chiama Restituzione.

Leggendo le tue poesie di Restituzione si intuisce il percorso che hai compiuto con grande coraggio, dalla caduta fino alla risalita. Il dolore aiuta davvero a crescere e a comprendersi fino in fondo?
In fin dei conti la scrittura è un modo per fare qualcosa del proprio dolore, farne qualcosa, diceva Lacan, trasformare il sintomo in sinthómo. Al di là di tutto, non sono una persona risolta, la scrittura non mi ha salvato da nulla, mi ha soltanto portato a fare qualcosa di quel dolore illimitato e forse incomunicabile in modo diretto. La scrittura ha fatto sì che il grido divenisse canto.
Parli d’amore ma non solo di quello che si può provare per un’altra persona, ma anche per la vita e per il mondo che ci circonda, come è cambiata nel tempo la tua concezione di esso?
Sono grata di poter accedere al mare, il mare, la madre, l’amore. Sarebbe stato un peccato non poter più passeggiare per la falesia, non potermi più bagnare nelle acque del Salento, mia seconda casa. L’amore è gratitudine.
Altro tema principe dell’opera è il tempo, hai mai paura che ti sfugga dalle dita come sabbia racchiusa in una mano?
Il tempo è presente anche in Vuoto, con le stagioni, e anche in Scisma, con i numeri dei giorni trascorsi in ospedale. Il tempo mi spiazza, come tutto ciò che soggiace alle leggi fisiche, talvolta mi manca l’aria. Un po’ di assoluto, vi prego, sennò soffoco.

E il vuoto è qualcosa da riempire o lasciare così per ricordare chi siamo stati un giorno?
Il vuoto è una frana nell’identità, con Simone Weil possiamo dire sia il malheur, non esiste alcun modo di riempirlo, non funziona mai del tutto, e nulla mai basta, va accolto.
La scrittura può aiutarci a tenerlo lontano da noi e ad allontanare la notte dal nostro cuore?
Per me la scrittura è la notte. Senza oscurità non vi sarebbe scrittura. La notte è accettazione del vuoto, della mancanza, restare nella frattura dell’io. Nessuno può accedere al divino entrando nel fuoco, il sole di Icaro brucia. La notte è l’accesso mediato al sacro.
E la notte è sempre qualcosa di spaventoso o può risultare pure affascinante?
La notte in Hölderlin è il rovesciamento necessario affinché si possa compiere una trasformazione. La luce non possiamo vederla senza tenebra.



