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INTERVISTA A GIOVANNI APPIANI, PRESIDENTE FONDAZIONE ONLUS CASA DI RIPOSO BEATA CRISTINA DI CALVISANO (BS)

PER FAVORE, NON CHIAMATECI RICOVERO!

La casa di riposo “Beata Cristina” è stata fondata nel 1908. Ma in questi 114 anni, è stata chiamata in diversi modi. Quali?
Da Ospitale a RSA (Residenza Sanitaria per Anziani), passando per Ospizio, Ricovero, Casa di Riposo… tanti nomi, tante vocazioni, ma tutti all’insegna della cura ai fragili, tutti a servizio della popolazione di Calvisano, tutti legati dal sottile filo conduttore della carità.

Quali sono stati gli obiettivi raggiunti?
Negli anni è stata data risposta a tantissime necessità. La Beata ha accolto indigenti, malati, persone sole, persone che diversamente avrebbero passato gli ultimi tempi della loro vita abbandonate a se stesse.

Quali sono le caratteristiche della struttura?
Oggi la nostra struttura offre la possibilità a 62 Residenti di trovare accoglienza in una casa che appartiene ad una grande famiglia la cui composizione è molto variegata.
Possiamo trovare il grande anziano over 100 così come il “giovane” settantenne, la persona che passeggia in giardino e quella che purtroppo è costretta a letto.


Accanto ai padroni di casa troviamo in ogni momento del giorno e della notte una squadra di oltre 50 donne e uomini che con grande pazienza e dedizione si prendono cura di loro e li assistono nei loro bisogni quotidiani che vanno dall’igiene personale all’alimentazione, dalla somministrazione delle terapie alla gestione del guardaroba, dalla fisioterapia fino ad arrivare al divertimento.
Non dobbiamo però dimenticare anche i volontari che ogni giorno regalano il loro tempo per i più disparati servizi.

In pratica siete attivi 24 h su 24… ma come avete vissuto il periodo, purtroppo indimenticabile, del Covid?
Dobbiamo davvero esser profondamente grati a medici, infermieri, operatori e tutto il personale che durante i duri anni del Covid non hanno mai abbandonato i Residenti.
La preoccupazione e la paura è stata tanta: entrare in struttura sperando di non essere veicolo di contagio per chi è dentro; lasciare la struttura con il terrore di mettere a rischio la propria famiglia, i propri genitori spesso anziani…
Eppure tutti si sono rimboccati le maniche e hanno cercato ogni giorno di portare un sorriso e un po’ di serenità ai Residenti, che dalla loro non hanno mancato di manifestare gratitudine per quanto ricevuto, nonostante la sofferenza di essere isolati dai loro cari.

Il titolo di questa intervista è “Per favore, non chiamateci Ricovero”. Ma cosa c’è che non va in questo nome?
Abbiamo parlato di casa, di padroni di casa, di residenza. È questo lo spirito con il quale viviamo ogni giorno. I Residenti non sono “ricoverati”: non siamo un ospedale in cui ci sono i malati, né tantomeno un deposito in cui si mette qualcosa che non funziona o è diventato inutile. Come dicevo prima, siamo una grande comunità che Vive, che dialoga, che prega, che cura i propri interessi e che si dà da fare giorno dopo giorno per dare qualità al tempo. E siamo una comunità che ha uno sguardo anche all’esterno: ad esempio, stiamo collaborando ad un progetto in cui, anche con il nostro aiuto, verranno realizzate coperte per i senzatetto. Ma di questo vi parleremo più avanti. Insomma, siamo una Residenza in cui c’è voglia di Vivere.
MB

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