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Il senso della vita

I Qohelet ha vestito la maschera del re per raccontarci che un uomo, anche se avesse la possibilità di sperimentare ogni cosa non riuscirebbe a colmare quel vuoto interiore che lo rende inquieto. Egli mette in guardia il lettore dal rischio di vivere l’esistenza  come se fosse un laboratorio di ricerca. Tale attitudine può diventare così frustante da generare odio verso la vita stessa. Se il dolore e la perdita possono portare una persona , è il caso di Giobbe, a maledire il giorno della propria nascita, la reazione di chi cerca nel lavoro, nella sapienza o nel piacere il senso ultimo della propria vita può generare, per altre vie, lo stesso disgusto verso l’esistenza. Si può dunque desiderare la morte per il dolore, il lutto e la perdita, ma anche per la ricerca di ogni esperienza che sembra trasformare la vita di una persona in un magazzino dove si accumulano beni ed esperienze senza che questi riescano davvero ad arredare la propria anima. Ma tale discorso, se pronunciate così, in terza persona, dalla cattedra del saggio, potrebbe suonare moralistico: “Bisogna accontentarsi di ciò che si ha perché il di più non necessariamente rende più felice”. Qohelet invece mette in atto un’altra strategia comunicativa: parla di sé, del suo cammino esistenziale apparentemente felice, da privilegiato (chi è più privilegiato del Re?) che si trasforma in disgusto per la vita. E non perché qualcosa gli sia mancato, ma perché è stato riempito da così tante esperienze da svuotarlo. Egli arriverà, paradossalmente, alla stessa conclusione del moralista: “bisogna godere di ciò che si ha”, ma con un’altra intenzione rispetto a chi cerca di domare l’inquietudine per rimettere ognuno al proprio posto nel mondo. Il Qohelet condivide con noi i propri errori non certo per farci abbandonare le inquietudini, piuttosto per reindirizzarle e renderci attenti alle possibili deformazioni che da queste possono sorgere. Chi cerca una vita piena può rischiare di ritrovarsi con una vita-deposito dove si accumulano esperienze senza che queste trasformino fino in fondo le nostre relazioni. Amare tante donne non significa necessariamente amare di più così come ricercare ogni sorta di conoscenza potrebbe non trasformarci in persone più comprensive verso la vita. Chi poi si preoccupa, attraverso il lavoro, il piacere e la conoscenza stessa di riempire l’esistenza fino a fare trasbordare nel futuro la propria memoria, potrebbe scoprirsi il più infelice degli uomini quando fa i conti con la propria mortalità, l’impossibilità di controllare il futuro e la propria memoria. Noi non sopravviviamo ai nostri beni che potrebbero essere facilmente dilapidati dai nostri eredi. Dobbiamo dunque riconciliarci con la nostra finitezza e agire facendo seriamente i conti con questa. Non c’è solo cinismo in questo vecchio saggio, ma anche preoccupazione verso chi rischia di sprecare la propria vita in un’affannosa ricerca dove ogni cosa è finalizzata al raggiungimento di qualcos’altro, che sia questo il semplice piacere edonistico del Don Giovanni o l’ascesi del santo, o persino il senso di responsabilità verso gli altri dell’impegnato. Ogni esperienza non è un gradino per accedere a quella successiva e il lavoro, il piacere, gli affetti, non sono funzionali a realizzare qualcosa oltre; in se stessi hanno il proprio senso anche se questi non possono arrivare a dischiudere il senso ultimo dell’esistenza. Egli intuisce dunque che si può sprecare la vita rincorrendone il suo senso e che proprio mentre si cerca di viverla al meglio si potrebbe rischiare di viverla male. La vita va vissuta e basta. Con sguardo realistico, senza rimuovere la propria mortalità e il senso del limite, saremo liberati dall’ansia di eternità e forse scopriremo che il lavoro, gli affetti, la vita di tutti i giorni non sono affanno per costruire chissà che cosa, ma hanno senso in se stessi e possono dischiudere una gioia inedita. Liberati dal nostro delirio di controllo possono essere riscoperti come dono che viene dalla mano di Dio. Se la vita e tutto ciò che essa contiene , è dono è insensato viverla come deposito dove ammassare le nostre esperienze . Che tristezza se dovessimo scoprirci , alla fine dell’esistenza, magazzini che i nostri eredi potranno saccheggiare… prima che sia troppo tardi ci vengono in soccorso le parole del saggio che con il suo cinismo ci invita a stupirci dell’esistenza perché è dono che non si può controllare né accumulare. Le idee del grande saggio Qohelet, elaborate da Lidia Maggi, ci hanno aiutato a riflettere sul “senso della vita”.       
Nonna Grazia

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