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IL POMODORO DI LUNGA VITA

Questa estate così calda sembra aver esaltato la fantasia di alcuni scienziati americani che hanno sparso la notizia, accolta con grande interesse da tutti gli umani che hanno raggiunto la terza età. Ed è questa: in laboratori botanici è stato coltivato ed è giunto a maturazione, dopo anni di ricerca, , il pomodoro del miracolo che pare preservi da tante malattie tipiche dell’età avanzata come le cardiovascolari, l’alzhaimer, l’artrite, il morbo di Parkinson, l’insonnia, E tutto questo per sopravvivere fino a centoventi anni. Abbiamo tanta paura della morte che qualsiasi alternativa diventa interessante. Centovent’anni! Ma come ci arrivi? Perché un conto è vivere un conto è sopravvivere. E torna ancora di attualità la massima: non ha importanza quanto ma “come”. E potremo mai dimenticare l’euforia della gioventù e la gioia di vivere? Questi scienziati americani hanno scoperto un qualcosa che ci avvicina alla vita eterna ed è certo che se si campa fino a 120 anni, a 90 si è ancora giovanotti. Un’altra considerazione: nei ricordi della mia lontana fanciullezza, un giorno sì e un altro pure, c’era un funeralino di un bimbo in tenera età. Se partecipavi al corteo ti regalavano una piccola candela di cera. E immancabilmente pensavo che ad iniziare l’altra vita toccasse sempre e comunque agli altri. Non so perché. Ogni domenica pomeriggio poi al “Camposanto ècc” a portare un fiore ed accendere un lumino sulla tomba del nonno. Lì vicino c’era la tomba di un giovane che aveva sulla lapide lo stesso mio nome e cognome. E questo non mi incoraggiava per tanti motivi. Sulle tombe di quel cimitero le parole del ricordo erano tutte di lode per i defunti che “ci guardava no dal Cielo e ci aiutano”. Più tardi ho dovuto scoprire quant’è saggio il proverbio: quando si nasce siamo tutti belli, quando ci si sposa siamo tutti ricchi e quando si muore siamo tutti bravi”. Ora il Camposanto ècc” non c’è più. Al suo posto un giardino pubblico dove giocano i bambini. Un’altra balla o bufala per me, è la previsione che il 21 dicembre del 2012 ci sarà la fine del mondo. E ci risiamo, perché così era stato previsto anche alla fine dell’anno mille. Così pure alla fine dell’anno 2000 perché qualcuno in alto aveva sentenziato: “Mille e non più mille”. Ma perché? Che questa invece sia la volta buona? La tragica previsione ci arriva addirittura dagli Incas, un popolo del Perù che adorava il Dio Sole ed è vissuto con la sua religione fino al 1530 quando arrivò laggiù Bizzarro ed i Conquistadores spagnoli. Anche lì come in tutto il Sud-America ora c’è il Cristianesimo. Ma la fatale data del 21 dicembre 2012 ha varcato i secoli e l’Oceano ed è giunta fino a noi. Una cosa è comunque certa: il mondo avrà fine quando il sole avrà finito il suo combustibile che è l’idrogeno e lo brucia giorno e notte da quattro miliardi di anni trasformandolo in elio. Chi se ne intende dice che il sole ha ancora una scorta di idrogeno per due miliardi di anni, poi piano piano si spegnerà e diventerà una nana bianca e la vita sulla Terra avrà fine. A meno che gli uomini la distruggano prima con le bombe atomiche. Basterebbe che un dittatore che ne possiede veda in pericolo la sua salute o la sua dittatura e fa come ha fatto Sansone quando ha abbracciato le sue colonne principali del tempio facendolo crollare addosso a se stesso ed ai suoi nemici: i filistei. Da qualche tempo ho la mania, o forse più per curiosità, di porre ad amici e parenti questa semplice domanda: “Tu potessi tornare a ritroso negli anni, rifaresti tutto quello che hai fatto? La stragrande maggioranza dice: “Non tutto!”. Qualcuno un po’ introverso, si chiude ancora di più e dice: “Non so”. Ed una piccola percentuale di bugiardi risponde testualmente: “Sì, proprio tutto!” facendomi credere che nella loro vita non hanno sbagliato niente. Quante belle cose sognate in gioventù sono poi rimaste un sogno! Non avevo ancora trovato l’anima gemella ed a vent’anni sono stato chiamato alle armi per il servizio militare in Marina. Avevo fatto la domanda di essere inscritto nelle liste della leva del mare. Mi sarebbe piaciuto andare nei mari del Sud dove viveva Maria La-O: la sirena che incantava i marinai. Correvo sempre a vedere i films dove si poteva vedere la meravigliosa vita dei pirati: “L’ammutinamento del Baunty”, “I Pirati della Malesia”, “L’Isola del tesoro”, con tutte quelle donnine bellissime con le loro corone di fiori. E ad esaltare ancora di più il desiderio di lasciare il paese-convento dove ero nato, le canzoni del tipo “Piccola Butterfly” e “Laggiù nell’Arizona”, terra di sogni e di chimere – se una chitarra suona – cantano mille capinere…! In sogno mi hanno detto che Maria La-O l’avevano vista all’Avana dove la notte è regina, la notte è sovrana! L’avevano vista in un bar, un nascosto bar verso la periferia dove si fa l’amor senza alcun timor…! E intanto il tempo scorreva veloce! Ma tu guarda l’imprevedibilità del destino: la Butterfly che avevo da tempo cercato e sognato nei mari del Sud viveva a cento metri da casa mia nel paese-convento. Cominciò quasi per gioco. Io avevo 23 anni e lei 18. Sul suo viso fioriva la vita, splendeva la felicità, la gioia di vivere. Chi l’avrebbe detto?!? Tanti saluti ai mari del sud. Era già tutto scritto nel grande libro del destino che qualche tempo dopo ci saremmo ritrovati fianco a fianco sull’altare a dire il fatidico “Sì” che abbiamo ripetuto con i capelli bianchi, ma con lo stesso entusiasmo, alle nozze di diamante. E per finire: anche a me è stata fatta questa domanda: “Saresti disposto a tornare bambino e rifare la tua vita fino a questa calda estate?” Non ho risposto subito ed ho velocemente ripassato i periodi più significativi vicini e lontani della mia vita a cominciare dai dieci chilometri al giorno dal paese natio a Gazzaniga per cinque anni della scuola elementare. Poi tre anni in collegio per le medie. Poi in cerca di lavoro fino alla chiamata alle armi. La guerra a bordo dell’Oriani, le battaglie navali, un anno in Nord-Africa fino ad El Alamein. La ritirata rocambolesca e fortunata. Il servizio alla difesa costiera dell’isola d’Elba. Poi la prigionia nei lager tedeschi e il lavoro pesante a palare le macerie sotto i bombardamenti a Monaco di Baviera. E finalmente di nuovo a casa in cerca di lavoro. Il concorso e gli esami a Roma. E poi l’impiego fino alla pensione. Con tutti i problemi per la famiglia, i tre figli, la scuola, la casa, la salute. Tutto sommato e pesato alla domanda di cui sopra ho risposto con un NO tondo. E ancora una volta do ragione a chi ha piantato quel cartello sulla riva del Rio delle Amazzoni, con la scritta: “La felicità sta sull’altra sponda!”. Giuseppe Paganessi

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