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IL CONCLAVE: DAL 1958 AD OGGI, 55 ANNI DI STORIA, TRADIZIONE E INNOVAZIONE

Abbiamo da poco assistito al suggestivo rito dell’elezione del nuovo Pontefice Romano, colui che prenderà in mano le redini e le sorti di una delle più importanti istituzioni religiose del mondo, la Chiesa Cattolica. Milioni di persone in tutto il mondo, cattolici e non, credenti ed atei, la sera dello scorso 13 marzo, avevano gli occhi puntati su quel famigerato comignolo della Cappella Sistina, nella Città del Vaticano. Sembra, dunque, interessante, ripercorrere brevemente quella è che è stata la storia recente di uno dei riti più importanti della tradizione cattolica, il conclave. 

Conclave, dal latino “cum clave” –  “sotto chiave”, è la riunione segreta in cui i cardinali decidono chi salirà al Soglio di Pietro. 

Viene, di norma, convocato in seguito all’inizio della cosiddetta “Sede Vacante”, quando cioè la sovranità della Chiesa cattolica è sprovvista di un capo supremo a causa o della morte o della rinuncia (come nel caso recente di Benedetto XVI) di un Papa. 

Il conclave del 1958 fu convocato in seguito alla morte di Eugenio Pacelli, Papa Pio XII. Si svolse alla fine di ottobre ed ebbe una particolarità che pochi conclavi nella storia millenaria della chiesa ebbero: poiché la morte di Pacelli fu improvvisa colse la curia del tutto impreparata, tanto che risultava ancora non assegnato l’incarico di Camerlengo di Santa Romana Chiesa, colui che normalmente presiede i lavori della “sede vacante” e dell’organizzazione del conclave. Pertanto, con una procedura un poco inusuale, i cardinali presenti  a Roma elessero a maggioranza il nuovo camerlengo nella persona del Cardinale Benedetto Aloisi Masella. In totale, alle votazioni per l’elezione del nuovo pontefice, parteciparono 51 cardinali elettori ed il quorum per l’elezione fu fissato a quota 35 voti. Tra i grandi favoriti , i giornali riportavano i nomi del conservatorissimo Card. Giuseppe Siri (da molti indicato come il “delfino di Pio XII”), arcivescovo di Genova, del curiale Alfredo Ottaviani (anch’egli molto legato alla tradizione ecclesiale), del “progressista” aricivescovo di Bologna, Giacomo Lercaro e del vescovo “oltre cortina” Gregorio Agagianian. 

Alla fine di un lungo pontificato come quello di Pacelli, però, i cardinali vollero puntare ad un papato più breve e che potesse portare una “dolce transizione” per la Chiesa. Nelle, votazioni, dunque, secondo quanto poi racconterà il futuro Giovanni XXIII, i voti si concentrarono presto su due nomi, uno quello appunto di Roncalli, e l’altro quello di Agagianian;  fino alla quattordicesima votazione, quando la fumata bianca annunciò al mondo l’elezione di Angelo Giuseppe Roncalli. Vi sono, tuttavia, alcune tesi, mai provate, che parlano dell’elezione, proprio nel conclave del 1958, di Giuseppe Siri  (che avrebbe scelto il nome di Gregorio XVII), costretto poi, da alcuni cardinali stranieri, al rifiuto della nomina. Quello che avrebbe dovuto essere un papato di “transizione”, però, come sappiamo, si trasformò nel papato che più di ogni altro ha saputo traghettare la chiesa nella modernità attraverso la Convocazione del Concilio Vaticano II, una grande intuizione di Roncalli della quale non riuscirà purtroppo a veder la fine.  Il conclave del 1963, infatti, si svolse – non accadeva da circa 400 anni – a concilio aperto, dopo la morte del Papa Buono, spentosi per un cancro allo stomaco il 3 giugno di quello stesso anno. Vi parteciparono 80 cardinali elettori e come tema centrale di discussione ebbero, come facilmente intuibile, le sorti del Concilio Vaticano II, dalle quali dipendeva il futuro della Chiesa. Era opinion di popolo che i cardinali conservatori, tra cui Siri, Ottaviani e Pizzardo, vedevano nel conclave l’unica possibilità per invertire le sorti di un concilio a loro avviso fin troppo innovatore. Mentre i cardinali più progressisti, capeggiati dal card. Clemente Micara, vedevano nell’arcivescovo di Milano, Giovanbattista Montini (tanto palesemente apprezzato da Roncalli) l’unico capace di portare avanti il progetto giovanneo. I due gruppi, secondo le ricostruzioni più fedeli, si contrapposero a lungo, fino ad arrivare alla sesta votazione, quando, con solamente tre voti di scarto, venne eletto papa il cardinale Montini, autonominatosi Paolo VI. 

Ben più lungo, il pontificato paolino giunse fino all’agosto del 1978, quando, dopo la morte del Papa, i cardinali nuovamente vennero convocati a Roma per un nuovo conclave. Ben 111 furono i cardinali elettori che si focalizzarono fin da subito su due nomi, l’ormai famoso Giuseppe Siri per il fronte dei conservatori e il dimesso Patriarca di Venezia, cardinale Albino Luciani, proposto e fortemente sostenuto dal cardinal Benelli.  Al quarto scrutinio, in un conclave volutamente breve (numerose furono le segnalazioni cardinalizione di condizioni sfavorevoli a causa del caldo estivo), fu eletto Albino Luciani, che, fin dalla scelta del nome (Giovanni Paolo I), espresse la sua volontà riformatrice.

Una volontà che restò, però, come sappiamo, quasi del tutto incompiuta data l’improvvisa morte di Giovanni Paolo I dopo soli 33 giorni di pontificato. Era il 14 ottobre del 1978, dunque, quando i cardinali si ritrovarono di nuovo in Sistina per eleggere un nuovo capo della chiesa. E questa volta, ancor prima del tradizionale “extra omnes”, sembrava a tutti altamente scontato l’esito delle votazioni : Giuseppe Siri , sostenuto da quella forte parte ecclesiale volenterosa di arginare le derive più progressiste del Concilio, questa volta non avrebbe avuto rivali. Ma qualcosa non andò come previsto: a poche ore dall’inizio del conclave, infatti, il Corriere Mercantile di Genova pubblicò un’intervista al card. Siri in cui si rimarcò in modo evidente la sua posizione altamente critica verso gli esiti del Concilio Vaticano II, facendo tramontare in lui l’immagine di un nuovo papa che, secondo quanto auspicato dall’Osservatore Romano, “si impegnasse a sviluppare la collegialità episcopale nel governo della chiesa, la partecipazione dei laici e l’ecumenismo.” Sfumata, dunque, la candidatura del card. Siri, i cardinali, all’ottavo scrutinio, trovarono l’accordo sul primo papa straniero dai tempi di Adriano VI (1523), il polacco Karol Wojtyła, che scelse, in onore del suo predecessore, il nome di Giovanni Paolo II per iniziare uno dei pontificati più lunghi e significativi della storia.  Nel 2005, ben 27 anni dopo, i cardinali furono richiamati a Roma in seguito alla morte di Giovanni Paolo II e, riunitisi ancora una volta sotto gli affreshi di Michelangelo, furono chiamati ad eleggere il primo papa del nuovo millennio. Due erano i nomi riccorrenti che i giornali davano come favoriti: quello del card. Joseph Ratzinger, uno dei più vicini collaboratori di Wojtyla, e quello dell’arcivescovo Carlo Maria Martini, uno dei più fedeli fautori delle innovazioni della chiesa proposte dal Concilio Vaticano II. Colse un po’ di sorpresa, però, scoprire in seguito che uno dei cardinali più votati fu l’arcivescovo di Buenos Aires, Jorge Mario Bergoglio, l’unico in grado di contrastare la candidatura di Ratzinger. Il tedesco ebbe la meglio al quarto scrutinio e scelse il nome di Benedetto XVI. Curioso, a questo punto, notare il gioco del destino in cui proprio Ratzinger con le sue dimissioni del febbraio 2013, aprì la strada all’elezione di Bergoglio, l’attuale Papa Francesco.

 

Giorgio Moranda

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