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IL BISOGNO DI SENTIRSI CONSOLATI

Cammino piano e lascio entrare le sensazioni.
Un barista fuma la sua sigaretta appoggiato al muro con lo sguardo immerso nei fatti suoi, ragazze in minigonna si avviano allegre verso la loro serata, un uomo con la cravatta allentata e l’aria stanca cammina facendo dondolare la sua borsa e forse anche i pensieri. Ci incrociamo per un attimo, passanti sconosciuti.
Cammino e respiro e ad ogni passo un pezzetto di fatica rimane sul marciapiede alle mie spalle. Perché oggi è stata una giornata un po’ storta, arrivata così, senza un motivo preciso, senza una causa scatenante. Succede. Succede che un giorno ti senti triste, stanco e sconfortato. Improvvisamente, da dietro le quinte del teatro dell’anima, sale alla ribalta un bambino che vuole solo essere consolato. Nient’altro. Sa bene che i problemi si affronteranno, non è per questo che è triste. Vuole solo avere il diritto di mollare, di sentirsi quel che è, vulnerabile, bisognoso. Sta lì.
Dietro le quinte gli altri personaggi sanno che lo devono lasciar stare finché dal pubblico qualcuno si muove e si avvicina, gli chiede perché piangi, perché sei triste, cosa succede… Ecco, basta questo. Il bambino non vuole risposte o riflessioni. Per quelle ci son altri più grandi di lui. Lui vuole sfogarsi, vuole qualcuno che lo ascolti, vuole solo essere consolato. Non con parole speciali, solo col calore dell’affetto. Sono fortunato perché quel calore mi arriva da più parti. Quel calore fa alzare il bambino, che rasserenato lascia libero il palco per altri personaggi, che ora possono nuovamente uscire. Abbiamo spesso paura delle nostre parti infantili, fragili, vulnerabili.
Certo, siamo adulti. Ma se non lasciamo un po’ di spazio a quelle parti, loro si mettono di traverso dietro le quinte, intralciano, scombinano. Sono adulto, e per carattere e mestiere sono più abituato ad accogliere, ascoltare, cercare di consolare.
Trovo in me la stessa resistenza che trovo in altri adulti, forti, abituati a tirarsi su le maniche, ad affrontare ciò che c’è; trovo in me le stesse parole d’ordine: resisti, tieni duro… Ma il fatto è che bisogna offrire un tributo anche alla debolezza e alla vulnerabilità. Solo così ci lasciano liberi. Torno a casa rasserenato.
Gianluca Boffetti

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