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“HATE – HOUSE AT THE END OF THE STREET”

Titolo originale: Hates – House at the End of the Street
Nazione: U.S.A., Canada
Anno: 2012
Genere: Thriller
Durata: 101 minuti
Regia: Mark Tonderai
Cast: Jennifer Lawrence, Max Thieriot, Elisabeth Shue, Gil Bellows, Eva Link, Nolan Gerard Funk, Allie MacDonald, Jordan Hayes, Krista Bridges, James Thomas, Hailee Sisera
Produzione: FilmNation Entertainment, A Bigger Boat, Zed Filmworks
Distribuzione: Eagle Pictures
Al cinema da giovedì 23/05/13

 

Voto (da uno a dieci): 7

Una casa spettrale in rovina, un uomo giovane con un segreto terrificante, un’adolescente testarda con madre al seguito e fresca di separazione. Questi i classici elementi del film thriller, in stile hitchcockiano e indirizzato, tendenzialmente, ad un pubblico più giovane rispetto agli estimatori del geniale regista di un tempo. A volgere in immagini la sceneggiatura firmata da David Loucka (che, a sua volta, si basa su un breve racconto dello scrittore, direttore e produttore Jonathan Mostow) ci pensa il regista Mark Tonderai. Nome sconosciuto ai molti (compresa buona parte della critica), carriera iniziata come scrittore, regista e produttore per la televisione e che solo oggi, dopo aver scosso il mondo dei film indipendenti con la sua pellicola di debutto “Hush”, thriller britannico teso e dalla trama fittissima, prova a cimentarsi nella grande distribuzione. Il regista assembla il suo prodotto partendo da un’orribile tragedia, consumatasi parecchi anni prima di quando si collocano le vicende, e che ha visto due genitori trucidati brutalmente dalla propria figlia. L’assassina, poi sparita e creduta morta annegata (ma si narra che continui a vagare nel vicino bosco), lascia a vivere da solo, nella medesima casa, il fratello Ryan (Max Thierot con un ruolo in “Jumper”).
Questi, proprio a causa dell’infanzia traumatica e tormentata, è da tutti considerato una persona fuori dal normale e che vive come una sorta di eremita fra quelle mura. I nuovi vicini di casa di Ryan sono Elissa (Jennifer Lawrence, balzata agli onori delle cronache per il suo ruolo nel blockbuster d’azione “The hunger games”, primo episodio dell’adattamento cinematografico dell’omonima acclamata trilogia e Premio Oscar come Migliore attrice protagonista per “Il lato positivo”) e la madre Sarah (Elisabeth Shue “Via da Las Vegas” e un paio di episodi della saga “Ritorno al futuro”).
Hanno bisogno di ricostruirsi una nuova vita e l’abitazione trovata nel silenzio di una cittadina campestre, per via del massacro consumatosi nelle vicinanze, ha prezzi più che appetibili. Circostanze sinistre che iniziano a verificarsi, dimostreranno che il paesello cela un inquietante mistero. Con Ryan, benché tipo cupo, misterioso, ma anche molto vulnerabile, Elissa inizierà un’amicizia profonda che avrà le sue conseguenze e non mancherà di lasciarle il segno. Senza particolari guizzi e con uno script dove già il titolo ci richiama alla mente altre analoghe pellicole (“La casa”, “L’ultima casa a sinistra”, “Quella villa in fondo al parco”, “Quella casa nel bosco”, “Quella villa accanto al cimitero”, “Non aprite quella porta” e via dicendo), “Hate – House at the end of the street” (curiosa la decisione di invariare il titolo, mantenendone la nomenclatura originale), riesce comunque a raggiungere una fluidità di racconto approdando ad una soluzione finale già sfruttata altrove e, forse per qualcuno, anche facilmente intuibile. L’essere genitori e l’essere ragazzi; dolore e redenzione; primo amore e seconde possibilità. Tutte cose che danno al film un’anima e gli impediscono di essere semplicemente l’ennesimo thriller. Ma anche pellicola che parla di genitori e di come il loro ruolo può aiutare a diventare ciò che ora siamo. Pur sfruttando i classici cliché del genere e senza aggiungere grandi novità, i colpi di scena e le sorprese che tengono il pubblico incollato alla sedia non mancano; anzi: lo destabilizza con dubbi leciti e un crescente sospetto, permeando il film di quel giusto e dosato senso di angoscia e crescente suspense (senza perdere mai di vista la qualità della narrazione e il realismo dei personaggi).Qualcuno, magari, lo criticherà negativamente giudicandolo un mancato horror. Ma è anche bello, ogni tanto, che i thriller si mantengano su un solo binario senza dover necessariamente sconfinare sull’altro piano.

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