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FOTOGRAFARE È CELEBRARE

Stamattina sono uscita nuovamente a passeggiare intorno a casa, macchina fotografica in mano. Andavo lenta, guardando senza progetto. È bello il mondo quando lo guardi così. E agosto aiuta, con le sue strade semivuote e i ritmi lenti che conciliano la riflessione e l’ascolto.


Pensavo ad Harvey Keitel, nel film Smoke.
Fotografava sempre lo stesso scorcio di strada davanti al suo negozio, tutti i giorni alla stessa ora. Ecco, anche per me è un po’ così.
Fotografare è celebrare le cose che vedo.


Le cose piccole, quelle che non urlano la loro presenza, ma sono lì, esposte, a raccontare storie. E il bello è che le storie che raccontano non sono le stesse per tutti: chi passa e ascolta, coglie la sua. L’altro giorno sfogliavo il catalogo fotografico di Vivian Maier. Guardavo volti di sconosciuti, scorci di vite che non sono più, fermate in un tempo che è andato oltre, che le ha seppellite.


Perché sono così belle quelle foto? Perché ci incantiamo così a guardarle? Penso alle foto di quei grandi maestri del quotidiano come Cartier-Bresson, Doisneau, Erwitt, Berengo Gardin, giusto per dire i primi che mi vengono in mente…


Continuiamo a farci catturare dalle loro immagini.
Perché parlano ancora? A me parlano perché non mi fanno sentire sola, e perché celebrano la vita. Mi fanno sentire continuità, pur nel cambiamento. Mi fanno sentire parte di un flusso evolutivo. Commovente.“E queste cose che vivon di morire, lo sanno che tu le celebri…”E quando accade che lo sguardo celebri ciò che vede, con o senza macchina fotografica, lì scatta un clic interiore. Lì la vita ha senso, così com’è. Lì c’è quiete, c’è la gratitudine di esistere, la bellezza struggente della vita che si dà sapendo di passare. Allora anche una semplice panchina solitaria è bella, il passante che attraversa la strada con la sua unica andatura, il cestino della carta straccia… Scorci di esistenza, testimonianze di un attimo di vita. Allora fotografare diventa meditazione, poesia, riflessione.
sguardiepercorsi

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