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Ferragosto

Le stazioni, come gli aeroporti, hanno sempre suscitato in me strane emozioni. Luoghi di saluti, di addii, di arrivederci. Luoghi di incontri, di allontanamenti o di riavvicinamenti.
A Milano, in particolare, la stazione Centrale ha sempre avuto un fascino tutto suo per gli innumerevoli “pezzettini di mondo” che vi si avvicendano ogni giorno: ad ogni sguardo trovi gente di ogni Paese, di ogni origine, di ogni ceto sociale, di ogni realtà.
Alti e bassi, magri e grassi, italiani e stranieri, bianchi e di colore, europei ed extracomunitari; signore imbellettate che ostentano la loro ricchezza accanto ad uomini dalle scarpe consunte e dallo sguardo triste; anziani signori in giacca e cravatta accanto ad orde di giovani speranzosi di serale baldoria. Una moderna fatiscente Babele, potrebbe dire qualcuno. Proprio a queste emozioni pensavo ieri, quando, tra la tristezza del mio personale “arrivederci” ad una persona cara, sulle scalinate spesso adibite a giaciglio di chi un giaciglio non ha, il mio sguardo si cattura su una giovane donna, distesa, addormentata, quasi cullata nell’indifferenza del popolare viavai ferragostano.
Bionda, dai capelli lunghi, evidentemente non benestante, probabilmente non italiana, con in seno un bimbo, altrettanto sereno, addormentato, cullato.
La ragazza aveva quasi le sembianze di una novella “Madonna col bambino” in un’immaginaria riproduzione di arte vivente.
Inizialmente, mi sono quasi pentito di non averle scattato una fotografia da lanciare in pasto alla nuova forma d’arte  povera (o, per meglio dire,  impoverita) dei social network. Poi mi son detto che, in fondo, non era necessaria una foto per raccontare un’emozione. Mi sono detto che, forse, una foto non avrebbe reso giustizia alla dignità di una donna a cui la vita ha reso una storia che l’ha portata ad essere lì, in quel momento, in quella situazione, in quella profondità d’animi che regalano le emozioni. Ho preferito scriverne, per provare ad immaginare la sua storia ed il suo nome che non conosco e che mai conoscerò; per provare a pensare, anche insieme a voi, che, proprio nel giorno in cui molti festeggiano (chi più ipocritamente di altri) la Madre di Dio, duemila anni dopo, c’è alla stazione di Milano (e chissà in quante altre stazioni?!) una “Madonna col bambino” che ha una sua storia, una sua speranza, un sua emozione da regalarci e, forse, un’umanità da riscoprire, per tutti; italiani, stranieri, ricchi, poveri, giovani e vecchi….
Giorgio Moranda

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