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DISSOLVENZA… NUOVA VITA

Ormai gli sembrava di camminare da troppo tempo; non sapeva dov’era nè da dove veniva.
La strada davanti a lui sembrava allungarsi e arretrare sempre di più; una strada rossiccia screziata di grigio, la delineavano ampi spazi che non sapeva riconoscere.

Quelli che sembravano alberi tutt’intorno, alberi altissimi, ad ogni suo passo, sembravano inchinarsi leggermente come ad invogliarlo nel suo cammino.
Ma la stanchezza gli mordeva le gambe, si sentiva sfinito. Era scampato ad un incidente? Era vittima di un’esplosione, superstite di un incendio? Non capiva, si sentiva sempre più vecchio ad ogni istante di uno spazio -tempo vertiginoso.


Eppure nella sua mente vuota come una lavagna nera, leggeri anagrammi andavano affiorando come strisce e ricami di un gessetto bianco e parevano spingerlo a non fermarsi mai.
Stava forse sognando?


Non c’era orizzonte ma solo qualcosa che gli impediva di fermarsi, come un comando assorto. Quanti anni aveva, possibile che intorno a lui non ci fosse nessuno? Di fronte, ora, dove la strada pareva morire, qualcosa che gli ricordava un grande palazzo in rovina, sembrava giganteggiare imponente di fronte a lui, presentandogli una scalinata immensa di pietra nera con profonde crepe bianchissime.

Salire, salire ancora? Altro non poteva fare; non sentiva le gambe e le mani ma sarebbe salito fino a consumarsi. Si toccò il viso, gli sembrava che la sua faccia fosse stata strappata come le pagine di un libro cattivo, una pellicola strappata via ma decise di salire, mentre la sua condizione intellettuale sembrava l’unica cosa a guidarlo, spinto irresistibilmente verso l’alto.
Ogni parte di sé, senza alcun dolore, pareva sgretolarsi, disintegrarsi velocemente nello spazio, la sua materia abdicare dal corpo.
Per un istante si vide da giovane sconsolatamente appoggiato alla sua finestra; enormi cumuli di mattoni rossi di fronte a lui, un cielo vano, bianco come la calce viva… Gradino dopo gradino giunse ad una grande porta che lo introdusse in una stanza buia ma non sentiva pareti, né sostegno alcuno. Non una voce, un richiamo. Cadde sulle sue ginocchia sbucciate. Lui, o quel che ne rimaneva era giunto alla fine. Un cerchio azzurro si accese nel buio; la sua percezione residua lo avvertì; nel cerchio si stagliarono e si accesero due occhi rossi e rotondi mettendosi a fuoco nitido, come i fari posteriori di un’auto che frena nella notte. Aveva capito… il suo intelletto residuo esplose in schegge, come un arcobaleno in frantumi e si buttò nel cerchio. Niente dolore; solo il lontano senso di sentirsi in braccio a qualcuno, dolcemente cullato. Poi più niente, una nenia infantile sembrò seguirlo nella sua dissolvenza…

CONTEMPORANEAMENTE, in un vecchio ospedale di una città altrettanto vecchia, due donne dai capelli rossi, raccolti e cadenti in lunghissime chiome erano in contemplazione di fronte ad un bambino nato da pochi minuti.
Della madre non c’era presenza. I lineamenti del bimbo accennavano un visino bianchissimo, i cui
contorni sembravano delineati con una penna ad inchiostro. Gli occhi aperti, spalancati erano neri, un profondissimo nero ossidiana, un’ossidiana che pareva liquida. Le pupille come due puntini rossi accennati da un pennarello, vedevano già una grande vetrata che dava su un enorme giardino; sul giardino un grande cielo cremisi al tramonto…. un… sole rossastro screziato di blu, in fase calante, morente. Un rosso cremisi che d’un tratto mutò in notte profonda; le stelle erano ovunque e sembravano avvicinarsi ognuna all’altra in un grande bagliore, come giunte a un antico appuntamento. I suoi occhi di ossidiana vedevano la grande luce…
NO, era la luce che per la prima volta vedeva lui. Era arrivato; l’universo intero lo contemplava, era il primo della nuova specie.
Enrico Savoldi

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