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Diana Stefani: femminilità, sport e diritti

Femminilità, sport, identità, diritti: per Diana Stefani non sono compartimenti separati, ma parti di un unico racconto personale e culturale. Ex Miss, dirigente sportiva, tifosa romanista cresciuta in Curva Sud, Diana ha sempre attraversato mondi tradizionalmente maschili senza rinunciare alla propria femminilità, vissuta come scelta consapevole e forma di libertà. Il suo sguardo sul calcio, sul corpo femminile e sul ruolo delle donne nella società è diretto, critico e profondamente radicato nell’esperienza. In questa intervista ripercorre il suo percorso, le sue battaglie e il messaggio che sente di voler trasmettere alle donne di oggi, di ogni età.

Cosa significa per te essere oggi una donna che non rinuncia alla femminilità?

La femminilità non è una caratteristica che si smarrisce con il tempo, anzi: a mio avviso si arricchisce con la maturità. Non è un aspetto o un canone a cui adeguarsi, ma un linguaggio personale. Io sono sempre stata consapevole di me stessa e soprattutto fiera della mia femminilità. È chiaro che, anche grazie alla mia esperienza come Miss – tra fotografie, concorsi, sfide e traguardi – ho raggiunto una maturità ancora più completa sotto questo profilo. Credo che ogni donna debba prima di tutto sentirsi bene con sé stessa, nel proprio essere donna. Per questo è importante essere libere da schemi e falsi preconcetti, ed esaltare la propria femminilità, non reprimerla con il passare degli anni. Essere femminili non significa adeguarsi a uno stereotipo, ma vivere pienamente la propria natura.

Quanto pesa, secondo te, il rapporto tra femminilità ed età?

Molto spesso la femminilità viene legata all’approvazione altrui o a standard biologici di giovinezza. Con il tempo, invece, dovrebbe diventare una scelta consapevole, un atto di cura verso la propria identità. Una donna matura deve potersi sentire bella a qualsiasi età e vestirsi come desidera, anche indossando una scollatura o una minigonna, senza sentirsi inadeguata, giudicata male o, peggio ancora, esposta a rischi e pericoli. Essere femminile non significa essere frivola o superficiale, come spesso viene erroneamente inteso. Al contrario, significa vivere una forma di libertà interiore e di piena accettazione di sé.

Il calcio è spesso considerato un mondo maschile. Che significato ha per te questa passione?

L’idea che certi sport, soprattutto il calcio, siano un terreno “naturale” per gli uomini è purtroppo ancora molto diffusa nella nostra cultura. Oggi, però, qualcosa sta cambiando, per fortuna. Lo sport sta diventando sempre più un campo di uguaglianza, in cui le donne stanno rompendo barriere, sfidando limiti e dimostrando che passione e determinazione non hanno genere. Per me il calcio è un modo per vivere emozioni intense ed esprimere me stessa. Si integra perfettamente con il mio essere donna attraverso la determinazione, l’empatia e la volontà di superare stereotipi.

Che ruolo ha lo sport nella tua vita, oltre al calcio?

Io amo lo sport in generale. Da giovanissima ho praticato danza a livello agonistico e credo profondamente che lo sport sia essenziale, non solo per la mente ma anche per mantenere il corpo in modo sano e naturale. È una forma di equilibrio, di rispetto verso sé stessi e di ascolto del proprio corpo.

Essere tifosa della AS Roma è solo una passione sportiva o qualcosa di più?

È decisamente qualcosa di più. È un’eredità familiare che mi ha trasmesso mio padre. Fin da piccolina ho seguito la Roma, andando quasi sempre allo stadio. Posso dire con orgoglio di essere cresciuta in Curva Sud, quando la domenica ci si ritrovava tutti insieme e il CUCS si stava ancora formando, a suon di tamburi. Questa passione nasce anche da un amore profondo per la mia città e per le mie radici. Per un tifoso della Roma, il legame tra la maglia e la città non è una semplice coincidenza geografica, ma un intreccio indissolubile che va oltre i risultati sportivi.

Cosa rappresentano per te i simboli della Roma e della romanità?

La Roma porta sul petto la Lupa Capitolina, un simbolo che rivendica la storia millenaria della città. Quando un tifoso guarda la squadra, vede i rioni, i monumenti e lo spirito di un impero che non è mai svanito del tutto, ma si è trasferito su un campo d’erba. Essere romana e romanista è un orgoglio che mi accompagna da sempre. Non a caso ho sposato un ex calciatore del vivaio della Roma: è una passione che fa parte della mia vita in modo naturale.

Hai avuto anche un ruolo importante nel calcio femminile. Che esperienza è stata?

La più grande soddisfazione l’ho provata quando ho avuto l’onore di presiedere la Res Roma femminile. È stata un’esperienza che mi ha fatto scoprire un mondo nuovo, entusiasmante e bellissimo, nonostante le mille difficoltà. Mi ha permesso di comprendere ancora più da vicino quanto il calcio femminile abbia bisogno di attenzione, rispetto e supporto reale.

Pensi che le donne portino uno sguardo diverso nel modo di vivere e raccontare il calcio?

Assolutamente sì. Per decenni il calcio è stato un “monolinguaggio” quasi esclusivamente maschile. L’ingresso delle donne nella pratica e nel racconto di questo sport non ha solo aggiunto nuove voci, ma ha cambiato la prospettiva. Lo sguardo femminile non sostituisce quello maschile, ma lo completa, rendendo la cultura calcistica più inclusiva e, paradossalmente, più fedele alla complessità della vita.

In cosa consiste questa differenza di sguardo?

Le donne, come calciatrici, giornaliste, dirigenti o tifose, hanno introdotto nel dibattito calcistico temi che prima erano invisibili o ignorati. Si valorizzano di più la tenacia, le emozioni, il contesto sociale, oltre il semplice risultato o l’analisi tattica. Per molte donne il calcio non è stato un percorso spianato, ma una conquista ottenuta contro pregiudizi e scarsità di risorse. Questo porta a un racconto più poliedrico, in cui lo sport diventa una vera narrazione di vita vissuta.

Dove senti oggi più urgente il protagonismo femminile?

Non esistono spazi specifici: è una problematica ampia e trasversale. Nonostante i progressi, le donne affrontano ancora enormi difficoltà nel bilanciare vita professionale e privata, subiscono discriminazioni sul lavoro, il gap salariale e, soprattutto, la violenza di genere. Nel mondo dello sport, in particolare, le barriere degli stereotipi e le disparità economiche sembrano ancora molto difficili da abbattere.

Quanto incide la rappresentazione del corpo femminile nella cultura e nei media?

Incide moltissimo. Da sempre il corpo della donna viene usato come strumento di marketing o elemento decorativo. Nei media si tende ancora a giudicare una donna prima per il suo aspetto e solo dopo per le sue competenze. Anche i social amplificano questo meccanismo, premiando immagini filtrate e conformi a canoni estetici rigidi. Questo porta molte donne a guardarsi “dall’esterno”, come se fossero un prodotto, alimentando insicurezza, senso di possesso e, nei casi più estremi, violenza.

Quale stereotipo sulle donne vorresti vedere definitivamente superato?

Mi piacerebbe che la donna fosse considerata prima di tutto per quello che è, non solo per come appare. Non siamo un corpo da guardare o possedere. Questo modo di pensare porta al non rispetto, alla violenza, fino ai femminicidi. Riscattare e valorizzare l’immagine femminile è una battaglia che porto avanti da sempre. È necessario eliminare stereotipi e assurdi canoni di bellezza, correggere la rappresentazione della figura femminile e proteggere i diritti acquisiti.

Ci sono donne che senti come fonte di ispirazione?

Non ho avuto un unico modello, ma tante donne che stimo profondamente. Rita Levi-Montalcini, ad esempio, ha dimostrato che ciò che conta non è il corpo, ma la mente. Bebe Vio rappresenta la capacità di trasformare la vulnerabilità in forza, andando oltre ogni limite estetico. Nel mondo dello spettacolo ho sempre ammirato Virna Lisi, per la sua eleganza, discrezione e naturalezza. Ha saputo attraversare il tempo senza paura delle rughe, ricordandoci che la vera bellezza cresce con l’età.

Che messaggio senti di voler lasciare alle donne di oggi?

Vorrei parlare a tutte: giovani e mature. Ogni donna deve essere sé stessa, senza rincorrere modelli irreali. Non serve essere super magre o ricorrere alla chirurgia estetica per sentirsi adeguate. Ognuna è unica nel proprio modo di essere, a qualsiasi età. La forza sta nel credere in sé stesse, nel non scendere a compromessi che ledono la propria dignità. E a tutte le donne che vivono disagi, abusi o violenze, anche solo verbali, voglio dire: non siete sole. Reagite, denunciate, rivolgetevi ai centri antiviolenza. Parlare è il primo passo per salvarsi.

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