Nessun sogno è interamente sogno”. Arthur Schniztler
Per Jenny, ispirato dalle notti con Gabriele
Mentre sistemava la valigia, Sean Harvey, cronista del Liberty Journal, si chiese cosa stesse facendo della sua vita. A quarant’anni stava attraversando il periodo in cui si fa il bilancio della propria esistenza e, nonostante fosse stata piena e appagante, sentiva che qualcosa non lo soddisfaceva. Non che avesse mai lesinato sulla ricerca del piacere; aveva provato tutto ciò che lo attraeva e stimolava la sua fantasia: viaggi, sport, feste, amori…
La sua figura alta e il fisico scolpito da nuotatore, uniti al bel viso, lo rendevano molto attraente agli occhi delle donne e di molti uomini.
Le amicizie non gli mancavano e il lavoro gli piaceva. Aveva deciso di intraprendere la carriera giornalistica al liceo, per poi diventare un cronista nel giornale della sua città dove si era guadagnato una rubrica tutta sua. Nulla di più semplice, ma forse aveva preteso un po’ troppo da un umile giornale di una cittadina il cui unico pregio era ospitare il celebre Crimson Mansion Hotel.
Riusciva sempre a rendere i suoi articoli, di qualsiasi genere, arguti, pungenti e interessanti senza mai trascurare i dettagli. L’ultimo che aveva scritto riguardava appunto il Crimson Hotel, dove poi aveva deciso di trascorrere le ferie. Non vedeva l’ora che arrivasse sabato e potesse lasciare tutto e tutti per un mese. Il telefono gli vibrò tra le mani. Abbassò lo sguardo e aprì il messaggio.
Gentile Mr. Harvey,
siamo lieti di confermarLe la sua prenotazione. Come da Lei richiesto, Le abbiamo riservato la suite Blueberry. Potrà presentarsi qui sabato prossimo dalle dieci del mattino con un documento d’identità in corso di validità, il personale è a sua disposizione per qualsiasi cosa.
Cordiali saluti,
Il personale dell’hotel.
Sean mise giù il telefono e andò a rivedere le foto sul sito dell’hotel. La suite Blueberry era una delle stanze più costose ed eleganti dell’hotel; l’intero arredamento variava sui toni del blu in modo da dare la sensazione di un ambiente sofisticato, calmo e rilassante.
Sean era una persona blu e questo rendeva quella stanza perfetta per lui.
Si vive una volta sola e lui aveva bisogno di prendersi del tempo per sé.
Nonostante i suoi dubbi esistenziali, si coricò serenamente, pregustando il soggiorno lussuoso che lo attendeva.
“Crimson 143” (2° Capitolo)
Il giorno seguente si recò al giornale perfettamente riposato. Fece scattare il braccio in segno di saluto ancora prima di raggiungere la postazione di Zagara, la centralinista.
Ormai era diventata un’abitudine salutarla sia quando arrivava a lavoro sia quando usciva.
Ufficialmente assunta come centralinista, officiosamente si era ritrovata a dover fare di tutto e lei non si tirava mai indietro. Il lavoro le serviva per pagarsi gli studi all’università. Anche lei voleva diventare giornalista. Di tanto in tanto la intravedeva, durante la pausa pranzo, mentre leggeva un libro.
«Ciao Za…» – Dietro al bancone c’era un ragazzo coperto di tatuaggi e piercing concentrato sul suo telefono. – «Scusa» lo richiamò Sean. L’altro alzò la testa e lo guardò come se venisse da un altro pianeta per poi emettere un verso inarticolato.
«Eh?» – Sean si impose di essere gentile «Non c’è Zagara?» – «Chi?» il ragazzo lo fissava, ancora più stranito. Aveva parlato trascinando la i. «Zagara, la centralinista» spiegò Sean con pazienza.
Il ragazzo si guardò intorno alla ricerca del telefono fisso, poi armeggiò con gli interni «Aspetti, chiedo…» – Sean scosse il capo «Lascia stare, grazie lo stesso». Raggiunta la sua postazione, Sean chiamò Charlie, il suo assistente.
«Ehi, capo!» lo salutò il ragazzo.
Come al solito si stava dondolando pericolosamente sulla sedia, la bocca diligentemente impegnata a masticare chewingum.
«Chi è il nuovo arrivato?» gli chiese.
Un pallone di gomma da masticare si sgonfiò e scomparve tra le labbra di Charlie con grande fastidio di Sean.
Sapeva perfettamente per quale motivo Charlie aveva il suo posto di assistente al giornale: un quoziente intellettivo superiore alla norma e una memoria a lungo termine prodigiosa.
Non c’era nulla che gli sfuggisse o che non ricordasse. Il suo unico difetto era l’iperattività. I suoi modi a volte volgari e indisciplinati da ragazzo cresciuto in una famiglia disagiata e incapace di dargli un freno, cozzavano con la sua mente brillante. Un’insegnante aveva intuito il suo potenziale e lo aveva aiutato a coltivarlo per renderlo autosufficiente e capace di relazionarsi, ma spesso il lato un più tontolone del ragazzo faceva la sua comparsa. Sean aveva imparato a tollerare, ma quella mattina si innervosì. – «È il nuovo stagista dall’università. Sostituisce Zagara»
Il cigolio della sedia era irritante, ma Charlie continuava imperterrito a dondolarsi. Sean aggrottò le sopracciglia, perplesso, oltre che irritato dal rumore. Se anche gli avesse imposto di smetterla, Charlie lo avrebbe ignorato.
«Non sta bene?» domandò quindi.
Per un secondo, il dondolio cessò e Charlie lo guardò sorpreso «Non te l’ha detto? Si è licenziata». – Sean strabuzzò gli occhi per la sorpresa «Come?!» – «Ieri era il suo ultimo giorno qui» spiegò l’assistente riprendendo a dondolare e sputacchiando un po’ «La conoscevi meglio di me. Credevo lo sapessi. Era da un po’ che cercava un posto con uno stipendio più alto.
In effetti qui non aveva molte possibilità e più di una volta si è sfogata dicendo che non si trovava poi così bene»
«Non l’avrei mai detto. Credevo che questo fosse il lavoro che voleva fare» commentò Sean.
«Difficile dirlo, è sempre stata sulle sue» il tono di Charlie si fece malizioso e, sul suo viso, comparve un sorrisetto sfrontato «Se fosse uscita con me, si sarebbe sbottonata… in tutti i sensi!» una piccola goccia di saliva finì addosso al giornalista, ma l’assistente non se ne avvide e continuò imperterrito a masticare e dondolarsi, vantandosi di cosa avrebbe fatto a Zagara se fossero usciti insieme. La goccia era quasi microscopica, ma Sean la percepì comunque quando entrò in contatto con la sua pelle.
«Io so cosa fare a una donna» concluse lanciando un’occhiata a una collega che si affrettò ad allontanarsi disgustata.
In altre circostanze, Sean avrebbe lasciato correre, ma non in quel caso.
«Charlie» Sean fece appello a tutto se stesso per mantenere la voce calma «Guarda là» disse.
«Dove?» – A Sean bastò un calcio rapido e ben assestato alla sedia per mandare Charlie a gambe all’aria. Mentre il suo assistente si rialzava da terra accompagnato dalle risa di scherno dei colleghi, Sean si sedette alla sua scrivania e si mise al lavoro, ma non riuscì a fare molto.
Dovette interrompersi più volte per rispondere alle telefonate del centralino; lo stagista non aveva ancora capito come girare le chiamate.
Il nuovo ragazzo era una frana: trascorreva la maggior parte del tempo seduto a guardare il telefono, era svogliato e non voleva saperne di imparare. Sbagliava in continuazione a distribuire la posta e non capiva nessuno dei nomi al telefono.
Ad un certo punto, gli aveva dato talmente sui nervi che gli aveva urlato contro, sotto gli occhi esterrefatti di tutti. Quell’atteggiamento non era da lui. Aveva decisamente bisogno di riposo.
Quando finalmente arrivò il momento di uscire però, venne avvicinato dalla donna delle pulizie,
un’estroversa cinquantenne amante delle chiacchiere, che puntualmente cercava di trattenerlo per spettegolare. – «Signor Harvey!» cinguettò, agitando la mano guantata.
Sean alzò gli occhi al cielo. Non aveva nessuna voglia di parlare, era troppo nervoso e non sapeva il perché. L’unica cosa che voleva, era andare a casa e farsi un bagno caldo.
«Ha visto?» la donna lo abbordò con il carrello delle pulizie e partì all’arrembaggio «La nostra Zagara se ne è andata! Detto tra noi, ha fatto bene a cambiare. Merita di meglio ed è una bella ragazza. Se l’hanno assunta come membro della Processione, non dovrà più preoccuparsi dei soldi per l’università». Sean si riscosse immediatamente. La voce della donna lo aveva distolto dai suoi pensieri e credeva di aver capito male. «Scusi, Laura, sa dove lavora Zagara?» Laura, la donna delle pulizie, lo guardò stupita «Non gliel’ha detto? Lavora al Crimson Mansion Hotel».
Jifa
Crimson 143: “La danza dei robot” (3° Capitolo)
Nessun sogno è interamente sogno”. Arthur Schniztler – Per Jenny, ispirato dalle notti con Gabriele
Dall’articolo del Liberty Journal del cronista Sean Harvey: “La danza dei robot”. – La rigida selezione dei “Danzatori” del Crimson Hotel.
Tutti sognano di passare almeno una notte nel più famoso hotel della multinazionale Big Horn Pharma, svegliarsi tra lenzuola di seta e assistere alla “Danza”. I giardini del Crimson Mansion Hotel sono tra i più belli del mondo. I suoi robot sono i più all’avanguardia, il servizio eccellente e i suoi inservienti molto avvenenti. Ogni mattina e ogni sera inizia la Processione dei “Danzatori”, robot di ultima generazione programmati per ricomporre i frammenti di micro tessuto simili a petali che decorano il viale d’ingresso dell’hotel con elaborate combinazioni.
La Big Horn Pharma, multinazionale con un reparto specializzato nella robotica, da alcuni anni ha ottenuto il brevetto del micro tessuto che le garantisce l’esclusiva per lo spettacolo che attrae ogni anno facoltosi ospiti nel lussuosissimo hotel ricavato dalla sua sede originale. Ad accompagnare le macchine, c’è un corteo di giovani uomini e donne bellissimi i quali, muovendosi a loro volta in aggraziate coreografie, si assicurano che nessuno dei minuscoli frammenti sfugga ai robot. In molti chiedono di lavorare al Crimson Mansion Hotel, ma la selezione è durissima.
Ogni membro del personale subisce rigidi controlli per essere certi che abbia tutti i requisiti richiesti. Per alcuni, diventare membro della processione, è il trampolino di lancio per entrare in prestigiosi corpi di ballo o per avere maggiore notorietà, altri sono attirati dalle agevolazioni che spettano a chi lavora all’hotel e dagli stipendi elevati; qualsiasi sia la ragione, sono centinaia ogni anno i candidati che si presentano al colloquio.
Non sembra spaventarli nemmeno la leggenda nera che avvolge l’hotel, in parte danneggiato da un incendio negli anni Settanta e scenario della misteriosa morte di Timothy Herd, Liam Cows e Jeremy Flock; tre uomini d’affari ritrovati massacrati in una delle camere dell’hotel quando la struttura era adibita a fiera del bestiame. La vera causa della morte dei tre, avvenuta negli anni 20’, rimane ancora sconosciuta.
CRIMSON 143: “Il Personale invisibile. Cosa nasconde il Crimson Mansion Hotel?” (4° Capitolo)
Ancor più della sua storia e delle sue attrazioni, ciò che rende il Crimson Mansion Hotel uno dei luoghi più frequentati al mondo, sono i suoi misteri. L’hotel è come un iceberg di cui la struttura esterna è solo la punta.
In seguito ai lavori fatti negli anni e ai vari rimaneggiamenti dopo l’incendio del 1975, il palazzo è pieno di corridoi, sgabuzzini e armadi nascosti da passaggi e porte abilmente camuffati, tra cui la celeberrima stanza “X”, l’unica rimasta della struttura originale, davanti alla quale nessuno resiste alla tentazione di scattarsi una foto.
Nel seminterrato si trovano le stanze del personale, un livello sotto il pianterreno, ma “I Danzatori” non sono i soli a lavorare nell’hotel.
Chi pulisce le stanze degli ospiti? Chi si occupa di cucinare? Chi sono gli altri membri del personale, gli “invisibili” che lavorano quando gli ospiti non li vedono? Ogni reparto dell’albergo è gestito da efficienti responsabili che dirigono un certo numero di sottoposti, tra cui proprio questi inservienti invisibili, forse meno affascinanti dei “danzatori”, ma certamente scrupolosi nel loro lavoro. Nessun ospite ha mai avuto di che lamentarsi.
Tutto è perfetto; dalle squisite pietanze servite durante i pasti alla piega delle lenzuola nelle lussuosissime camere. «Il Crimson mi ha salvato la vita» ci racconta Omar, uno dei tanti “invisibili” che ogni stagione torna per lavorare all’hotel e che ha acconsentito a rilasciare un’intervista «Mio padre ha perso il lavoro e mia madre deve badare a mia sorella, nata con disabilità. Questo lavoro è fondamentale. È come una seconda famiglia. Non posso farne a meno… Non posso fare a meno di tornare»
«Benvenuto al Crimson Hotel, Mr. Harvey, le auguro di trascorrere un piacevole soggiorno»
«Grazie» – Sean prese la tessera e salì nella sua camera dove i suoi bagagli erano già stati sistemati da mani invisibili. Soddisfatto, scese nuovamente al bar; aveva bisogno di qualcosa di forte. La sua attenzione venne attirata da un gruppo di turisti che si stava scattando delle fotografie davanti ad una vecchia porta chiusa. Nel marasma di corpi e di visi sorridenti che si mettevano in posa, Sean intravide una grossa “X” di ottone.
“Prima regola del mago…” – pensò Sean con un sorriso di compatimento mentre si dirigeva verso l’ascensore “… la gente è stupida”.
La citazione di Terry Goodkind1 gli sembrava più che mai appropriata. Trovava incredibile la facilità con cui la gente si fa abbindolare. Ne aveva avuto conferma a Roma, presso la “Bocca della verità”, dove i turisti pagavano e facevano la fila per mettere la mano in un antico tombino pensando che si trattasse di un oracolo. Le porte dorate dell’ascensore si richiusero senza fare il minimo rumore.
Le pareti interne erano dorate con inserti imbottiti e uno specchio illudeva i passeggeri che lo spazio fosse più ampio. Sean ripensò al materiale che aveva recuperato per scrivere il suo articolo; le informazioni erano abbondanti, ma allo stesso tempo insoddisfacenti.
La Stanza “X”, assieme al piano terra e il primo piano, era l’unica stanza rimasta della struttura ottocentesca originale.
1 Terry Goodkind autore del romanzo: “La spada della verità”
Jifa
CRIMSON 143: “Il Personale invisibile. Cosa nasconde il Crimson Mansion Hotel?” (5° Capitolo)
I contatti sul sito dell’albergo rimandavano solo alla reception. Il concierge gli aveva risposto dicendo che non poteva metterlo in contatto con la direzione, ma che poteva richiedere qualche informazione all’ufficio del personale. Aveva contattato l’ufficio, ma non gli aveva risposto nessuno.
Dopo vari tentativi e un’attesa infinita al centralino, aveva finalmente ottenuto risposta. Un impiegato gli aveva detto che l’avrebbe messo in contatto con la segreteria dell’ufficio pubbliche relazioni, era a loro che avrebbe dovuto rivolgersi da subito.
Certamente loro gli avrebbero saputo rispondere.
Dall’ufficio delle pubbliche relazioni risposero che non avevano commissionato nessun articolo speciale, ma che erano disponibili a rispondere a tutte le sue domande e gli avevano inviato una brochure informativa con i loro prodotti, i servizi dell’albergo e un lungo paragrafo che spiegava come i colori scelti per l’infiorata fossero stati selezionati da cromoterapeuti. La sua ricerca gli aveva inoltre regalato moltissimi suggerimenti di siti di cosmetici e articoli di bellezza. Si maledisse per non avere usato la navigazione in incognito.
«Hai le tue robe capo? O stai cercando un nuovo mascara?» gli aveva chiesto Charlie vedendo le inserzioni della Bighorn Pharma sul suo computer.
«Che stupido» gli aveva risposto, scuotendo il capo.
Il sito ufficiale della multinazionale proprietaria dell’hotel, la Bighorn Pharma, non era stato molto più esaustivo. Oltre ai servizi e all’elenco delle sedi, Sean aveva trovato una parte della sua storia.
La Bighorn Pharma era un’azienda multinazionale attiva nel settore farmaceutico con sede negli Stati Uniti produttrice e distributrice di una grande varietà di articoli: cosmetici, farmaci, ma soprattutto mangimi e medicinali per animali.
Intorno al 1890 l’allevatore Gerard Horn aveva sviluppato delle tecniche innovative per aumentare il
rendimento del suo bestiame; grazie alle sue abilità come allevatore e uomo d’affari, la sua numerosa
famiglia aveva prosperato e, nell’arco di trent’anni, gli Horn avevano accumulato un ingente patrimonio. Il figlio di Gerard, Jason Horn, aveva preso in mano l’azienda di famiglia e, nel 1920, era nata la Big Horn Farm, una società che si occupava di allevamento. Nel corso degli anni la società si era ingrandita fino a diventare l’attuale multinazionale che aveva cambiato nome nella seconda metà del 900’ in Bighorn Pharma.
Negli anni duemila la multinazionale aveva adibito uno dei suoi settori allo sviluppo delle tecnologie informatiche e robotiche.
Aveva fatto allora una ricerca più approfondita negli archivi del suo giornale, dove aveva scoperto la
vicenda dei tre uomini d’affari massacrati in una delle stanze dell’albergo quando era una fiera del
bestiame e ritrovato l’articolo che parlava dell’inaugurazione del Crimson Mansion Hotel.
L’articolo era stato scritto da un giovane di nome Connor O’Neal che sarebbe diventato in seguito la punta di diamante del giornale. Per quanto Omar si fosse dimostrato disponibile, anche lui si era rifiutato di rispondere alle domande di Sean sulla danza e sul personale notturno. Dai responsabili o i direttori dell’hotel, aveva ricevuto la medesima cortese risposta: non siamo autorizzati a rispondere.
Sean non era né un paparazzo, né un piantagrane e si era temporaneamente accontentato di quelle
risposte, ma voleva assolutamente capire il perché di quel silenzio. C’erano state delle interviste, ma sempre rilasciate su richiesta dei proprietari della multinazionale per riviste scelte da loro o legate in qualche modo alla Bighorn Pharma.
Quella riservatezza era strana, ma al contempo del tutto giustificabile, visto il rischio di perdere l’esclusiva sui prodotti. Oltre al massacro avvenuto negli anni venti, non era mai più capitato nulla di così eclatante e il Crimson era rimasto per tutti un favoloso sogno. Tra i camerieri gli parve di scorgere uno degli addetti che aveva visto sul terrazzo durante la processione. «Scusi» disse, richiamando la sua attenzione. Il giovane gli si avvicinò sorridendo «La cena è di suo gradimento, signore? Come posso esserle utile?» – «In verità, volevo un’informazione» detestava usare quel tono, ma era l’unico che gli avrebbe permesso di ottenere risposte.
«Durante la processione, tra gli spettatori, ho visto una persona che mi pare di conoscere… forse è famoso. Un uomo con delle cicatrici in volto. Mi saprebbe dire chi è?»
Ecco: lo aveva fatto. Il tono del cliente curioso che infastidisce i camerieri. Lo aveva osservato spesso in alcuni locali da parte di alcuni uomini e donne verso gli inservienti. Questi ultimi, gentili per quieto vivere e forse ancora inesperti, si trovavano obbligati a rispondere a domande di qualsiasi genere: private, indiscrete, sciocche. Esattamente l’atteggiamento che aveva accuratamente evitato con Jessica. Sean ricorreva raramente a quei trucchetti da quattro soldi, ma da qualche parte doveva pur cominciare e sperò che anche il cameriere a cui aveva fatto la domanda ci cascasse.
Il ragazzo parve riflettere un istante, poi sorrise «Mi dispiace, signore, ma non posso darle quest’informazione» disse. “Non è così inesperto” pensò Sean “Bravo”. Con lo stesso sorriso, replicò: «Non si preoccupi, glielo chiederò di persona quando lo rincontrerò» Non appena il cameriere si fu allontanato, prese il cellulare e si sforzò di ricordare come l’avesse chiamato l’infermiere che lo accompagnava. L’incendio del 1975 non aveva causato gravi danni, ma aveva fatto una sola vittima, rimasta sfigurata a vita. Voleva verificare che l’uomo che aveva incontrato fosse proprio lui.
Digitò il cognome nella barra delle ricerche, ma il telefono non prendeva. Richiamò un altro cameriere e chiese spiegazioni. L’altro, sempre con un luminoso sorriso in volto, gli spiegò che l’hotel aveva un wi fi privato e schermato per tutelare la sicurezza digitale dei suoi clienti e si disse desolato che alla reception non gli avessero fornito le credenziali che provvide a fargli avere.
Finalmente, riuscì a effettuare la ricerca e a ritrovare l’articolo in cui si parlava dell’incendio. Ricordava correttamente. Il nome dell’uomo era Patrick Bull. Se davvero l’uomo con le cicatrici era lui, e non un omonimo, gli sarebbe piaciuto parlargli. Dopo cena, salì nella sua stanza, si spogliò e si distese sul letto. Con gli occhi fissi al soffitto, lentamente, si addormentò.
Jifa
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