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Chernobyl: storia di un’Apocalisse (2^Parte)

Aprile 1986: interventi immediati

Sul luogo del disastro – dove già era all’opera il corpo militare antincendio della centrale, al comando del luogotenente Leonid Telyatnikov – arrivarono da Pripyat mezzi di soccorso e tutte le squadre di pompieri disponibili, per “un incendio causato da corto circuito”. Il loro equipaggiamento era costituito da normali maschere antigas, badili e stivali di gomma.

Le strumentazioni delle squadre dosimetriche mostravano un livello di radioattività estremamente elevato, tuttavia per domare gli incendi c’era a disposizione della semplice acqua. Né civili né soldati possedevano tute antiradiazioni, respiratori o dosimetri adeguati, per cui è stato difficile calcolare la quantità esatta di radioattività da loro ricevuta. Dopo circa mezz’ora di lavoro i membri di ogni squadra cominciarono ad accusare sintomi di avvelenamento. Per diverse ore, i feriti contaminati furono assistiti da un solo medico giunto da Pripyat, successivamente ricoverato a sua volta per sindrome da radiazioni.

Telyatnikov fu sottoposto ad analisi del sangue, che rivelarono un assorbimento pari a 4 gray (Gy). Dopo una settimana di ospedale, lui e i suoi uomini cominciarono a manifestare ustioni da radiazioni su tutto il corpo. Sei di loro morirono entro breve tempo.

Gli incendi (almeno trenta) vennero definitivamente spenti dopo poche ore, tranne quello che interessava la grafite, con la quale infatti non è possibile usare acqua: le due sostanze reagirebbero formando monossido di carbonio, infiammabile. Fu deciso di seppellire la grafite in combustione sotto materiali di varia natura, ciascuno dei quali adibito a soffocare le diverse manifestazioni dell’incendio e le specifiche emissioni radioattive: tra il 27 aprile e il 2 maggio, 1800 elicotteri gettarono nel cratere carburo di boro (assorbimento neutroni e prevenzione di altre reazioni a catena), piombo (assorbimento radiazioni), sabbia e argilla (prevenzione della dispersione del particolato), dolomia (dispersione di calore e produzione di CO2 per soffocare il fuoco), fosfato di sodio e polimeri liquidi come il Bu93 (contenimento delle fiamme) per una quantità complessiva di circa cinquemila tonnellate.

Questo materiale provocò un “effetto serra” sul nocciolo danneggiato, con conseguente aumento della temperatura e ulteriore rilascio di radionuclidi.

La grafite smise di bruciare dopo nove giorni. Nel frattempo una quantità enorme di isotopi radioattivi era stata liberata nell’atmosfera, mentre sotto le macerie la reazione a catena continuava, con il rischio di nuove esplosioni. Fu deciso di coprire il ground zero con un sarcofago di cemento e metallo, per limitare al massimo le emissioni, mentre un’apposita spedizione di scienziati, coadiuvata dall’esercito dell’Armata Rossa e da robot-scavatori, cercava di localizzare il residuo di nocciolo ancora attivo. Si scoprì in seguito che le grosse quantità di sabbia sistemate attorno al reattore avevano raffreddato il combustibile fuso e colato verso il basso, formando con esso una sostanza vetrosa (chernobylite) e limitando i successivi rischi.

Nel 1989, un gruppo di scienziati russi comunicò ufficialmente che il combustibile mancante all’appello dopo l’incidente si era trasformato in chernobylite. Se così non fosse, se fossero ancora presenti le condizioni opportune in ciò che resta del nocciolo del reattore, la fissione potrebbe non essersi arrestata.

Chernobyl e dintorni

 Il centro abitato più vicino alla centrale, in realtà, non è Chernobyl bensì la cittadina di Pripyat, edificata contemporaneamente all’impianto nucleare come residenza per i dipendenti e le rispettive famiglie. Pripyat rimase all’oscuro dei dettagli fino al 28 aprile. Dal racconto di una testimone: “Sabato mattina (il 27 aprile) in città tutto era coperto di liquido bianco e schiuma. Non avevo mai visto tanti poliziotti in giro. Non facevano niente, stavano fermi qua e là, come se ci fosse la legge marziale. Era scioccante, ma la gente camminava in giro normalmente. Tornai a casa e dissi a mia madre: «Non so cosa sia successo, ma non fare uscire i bambini.» Andai fuori di nuovo e vidi il reattore che bruciava.”

In molti rimasero a guardare la nuvola cremisi sopra la centrale: furono letteralmente bombardati dalle radiazioni.

Domenica 28 fu ordinato il trasferimento di tutti i civili; la popolazione di Pripyat – 50.000 persone – era rimasta esposta per 36 ore, e i ricoveri per sintomi da contaminazione risultavano già numerosi. L’area attorno al V.I. Lenin (per un raggio di 30 km) venne dichiarata off limits e completamente evacuata. Contemporaneamente iniziarono le operazioni di bonifica nella centrale e nell’area contaminata che durarono fino all’inizio del dicembre 1986: per rimuovere i frammenti di grafite e di altri materiali solidi radioattivi furono utilizzati inizialmente dei macchinari automatizzati, ma i loro transistor non erano compatibili con i livelli di radioattività presenti, quindi vennero sostituiti da personale volontario. Il tempo consentito all’interno della centrale era estremamente breve, poiché le emissioni radioattive erano 15 mila volte superiori a quelle di una normale esposizione annuale: una permanenza di 20 minuti avrebbe significato morte per l’operatore e contaminazione per coloro che gli si fossero successivamente avvicinati.

Nel frattempo, su Pripyat, Chernobyl e le altre cittadine nei dintorni cominciarono a depositarsi le particelle radioattive provenienti dalla centrale, mentre quelle più leggere restarono sospese in aria sottoforma di aerosol. Altre vennero sospinte ancora più lontano. Per contenere al massimo la contaminazione, strade ed edifici furono lavati con sostanze chimiche speciali. Ogni oggetto trasportabile fu seppellito, compresi auto, camion, trattori; furono rimossi strati di terreno, abbattuti e sepolti gli alberi maggiormente colpiti dalle radiazioni. Il territorio direttamente interessato dal disastro prese il nome di “Zona di Alienazione”.  La centrale nucleare non interruppe la sua attività. Nel 1991 si verificò un secondo incidente – per fortuna meno grave – al reattore 2, dopo il quale le nazioni occidentali iniziarono a fare pressioni affinché l’Ucraina spegnesse definitivamente l’impianto; questo avvenne in due fasi, nel 1996 con il reattore 1 e nel 2000 con il reattore 3.

 La centrale oggi

Il sarcofago del reattore 4, edificato nel momento di massima emergenza tra il maggio e il novembre del 1986, non è nato come struttura di contenimento permanente: ciò è stato presto confermato dal suo veloce deterioramento, causato da una progettazione frettolosa e dall’impiego di materiali scadenti (una fila di camion come basamento delle pareti in cemento, macerie radioattive dello stesso reattore utilizzate come struttura portante, i muri non completamente collassati inglobati in materiali vari utilizzati a scopo di rafforzamento).

Col tempo, nella costruzione si sono aperte miriadi di falle, alcune delle quali larghe fino a 15 metri, attraverso cui ogni anno si riversano all’interno circa 2.200 metri cubi di acqua piovana.

L’aumento di peso sulle fondamenta ha fatto sprofondare il basamento di circa quattro metri, con la conseguente infiltrazione di materiale radioattivo nelle falde acquifere collegate ai fiumi Pripyat e Dnepr, la cui foce è nel Mar Nero. Inoltre, la temperatura all’interno del nocciolo è a tutt’oggi molto elevata (fino a 1000 gradi celsius in alcuni punti), accelerando il deterioramento di quanto edificato. Per questo motivo sono state effettuate delle opere di riparazione e ristrutturazione, completate nell’agosto 2008: la società di costruzione nucleare russa Atomstroyexport, incaricata dei lavori, ha riparato il tetto e installato una pompa per prosciugare l’acqua. Questa stabilizzazione è il preludio alla costruzione di un nuovo sarcofago che dovrebbe mettere in sicurezza la centrale per almeno cento anni. Verranno inoltre approntate zone attrezzate per lo smantellamento definitivo dei rottami del reattore e uno stoccaggio maggiormente risolutivo del combustibile esaurito altamente radioattivo. Il costo del progetto è stimato in 1,2 miliardi di dollari.

In sostanza, l’arresto del reattore è stato solo un primo passo verso la risoluzione del “problema Chernobyl”. Nella centrale sono attualmente al lavoro squadre di tecnici e operai impegnate in attività complesse e non prive di rischi, che richiederanno ancora diversi anni per essere completate. È in previsione lo smantellamento completo dei blocchi 1, 2 e 3 appena il sito sarà radiologicamente sicuro. 

 

Fine seconda parte

Fonte Vikipedia

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