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Certe piccole luci

C’era un tempo in cui i bambini facevano i bambini. Abitavano un loro mondo, dove i grandi non entravano. Era un mondo di giochi da bambini, segni da bambini, pensieri piccoli e immensi, gioie improvvise, paure deflagranti, ozi favolosi e segreti, belli e brutti. Anche ora i bambini, soprattutto quelli che bambini non lo sono quasi più, hanno i loro segreti, ma sono segreti dentro i quali si perdono, a volte, in mancanza di qualcuno a cui dirli per renderli meno spaventosi. Piuttosto li condividono sui social. E diventano segreti mancati, o richieste d’aiuto lanciate nel vuoto. Perché le parole, da sole, soprattutto se sono scritte e non dette, svuotate di suoni, pause, sospiri, intonazioni eccetera, si fa più fatica a metterle da parte per i momenti bui, stringersele addosso come una coperta contro il gelo di certe solitudini. Ecco, i bambini di oggi mi sembrano più soli. Anche se ci sforziamo di essere genitori più attenti e consapevoli dei nostri, più tolleranti e comprensivi, più “imparati”, con tutti i manuali di pedagogia tascabile che ci siamo letti. E’ che nel tentativo di comprendere più che educare, assecondare più che guidare, compiacere più che vietare, abbiamo un po’ abbassato la guardia e il nostro mondo e il loro mondo, non sono più entità separate. Loro invadono i nostri spazi, noi omologhiamo passatempi e desideri per non rinunciare alle nostre libertà. Li portiamo al ristorante e all’happy hour, li lasciamo stare alzati fino a tardi, li tiriamo dentro discussioni e storie non sempre adatte a loro età.
Ma in questo accordo tacito di libera circolazione, una specie di Schengen parentale senza regole né tutele, alla fine ci perdiamo tutti: loro l’innocenza, noi la serenità, più altre faccende importanti, come il rispetto e l’autorità.
Ricordando il padre Ettore Scola, la figlia Silvia ha detto: “Se mia sorella ed io avevamo un problema papà non si metteva in cattedra. Ti sentivi libera di prenderti le tue responsabilità, ma alle spalle avevi comunque la forza di una strada indicata”. Per i figli di quella generazione, che andavano a letto dopo il Carosello e giocavano solo coi coetanei – mai sentito di una mamma sul tappeto a fare la vocina della Barbie – era così. Anche se i grandi facevano i grandi e i bambini avevi l’impressione che ci fossero sempre, là dietro, a sorvegliare. E questo credo creasse una specie di corazza, si sentivano – per dirla coi libri di cui sopra – “contenuti”, pure se non avevano madri e padri esemplari.
Di tutte le cose che si sono dette sui tanti casi di bullismo che troppo spesso leggiamo sui giornali (l’ultimo) a Pordenone, con il tentato suicidio di una 12enne, forse ne manca una, ed è un quesito: si sono inferociti i prepotenti o si è abbassata la capacità dei buoni di difendersi? Essere lo zimbello dei cattivi è capitato anche a noi, da piccoli (mi riferisco ad angherie verbali più che fisiche: le prese in giro, le offese, gli scherzi odiosi). Ma in qualche modo ne siamo usciti. Prendendoci spesso la rivincita da grandi, quando di solito i coefficienti si invertono con i bulli che diventano adulti sfigati e gli sfigati gente di successo. Eravamo più forti, più sgamati, o
cosa? Semplicemente più “corazzati”. Poi, certo, era minore la forza d’urto. Un conto essere il bersaglio di quattro scimmie della scuola, un conto di qualsiasi pirla dentro la sconfinata arena della rete. L’anonimato dei social network, il disumano tam tam che accrocchia in bande virtuali gli istinti peggiori dei poco di buono, ha trasformato le potenziali vittime in facili bersagli da affondare. Quello che serve è un giubbotto salvagente. Ma dovrebbe essere di serie, non lanciato all’ultimo minuto.
Con tutte quelle persone che attraversano la nostra vita provvisoriamente, appena senti di essere felice al fianco di qualcuno, provi una libertà diversa.
Qualcosa di definitivo. L’amore lo è.
C’ho sempre creduto. Anche quando le storie finivano. Due o tre per sempre fa.

J.

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