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Capo di Buona Speranza

Uno dei temi ricorrenti della nostra cultura e del nostro immaginario è che il viaggio sia la grande metafora dell’esistenza umana.
Vi sono, distribuiti in modo vario e incontrollabile, viaggi a cui si è costretti ( Adamo e Eva ) e viaggi voluti ( Ulisse ); viaggi del corpo in uno spazio fisico, viaggi della mente che indaga, viaggi della fantasia che costruisce nuovi mondi; e, tra tutti, il più temuto e cercato allo stesso tempo, il viaggio dentro noi stessi.
Ma perchè un viaggio esista deve esistere una partenza. E perchè esista una partenza serve volontà, che spesso si traduce in una scelta di separazione. Da qualsivoglia anima o luogo.
Ebbene, partire: dal latino partire o partiri, cioè “dividere”. Qualcuno da qualcun altro o da qualcosa. E per quanto appaia intrisa di malinconia, la definizione di separazione – e quindi di partenza – non dovrebbe suscitare nessuna paura. Partendo, s’impara che non esiste alcuna acquisizione di verità. Quando ti avvicini a una cosa, puoi scoprire che non c’è, che svanisce e allora ne scorgi un’altra più lontana a cui rivolgerti. E scegli di partire di nuovo. Ma attraverso questo continuo inseguire delle cose che non esistono, esisti tu. Ciò che si perde in verità, dunque, lo si guadagna in consapevolezza. Quella di esistere, appunto.
Quella che un piccolo movimento individuale può provocare cambiamenti significativi nelle circonvallazioni del mondo che ci contiene, dalla più stretta alla più periferica.

PAUSA PUBBLICITARIA

VIAGGI E MIRAGGI, FRANCESCO DE GREGORI, 1992

IL PRINCIPE DELLA CANZONE ITALIANA

Partendo, s’impara che si possono perdere autobus e aerei restando vivi lo stesso. Presto o tardi, qualcuno ripasserà a prenderci. Partendo, si scopre che per far passare la paura, bisogna fare le cose avendo paura. Presto o tardi, quella, se ne andrà. Il movente di ogni partenza è un motore potente e prezioso. Ci obbliga a scegliere se correre o camminare al nostro stesso fianco, ci suggerisce che il nostro stesso abbraccio è più importante di quello anelato che potrebbe non arrivare mai, ci racconta della solitudine e della condivisione. Partire è una convivenza necessaria e coercitiva con le nostre scelte e le relative rinunce. Dal contenuto di una valigia, alla conservazione di un ricordo. Ci costringe a coniugare l’esaltazione per il nuovo con lo sconcerto dell’imprevisto. E’ al contempo, meraviglia e insidia.
La partenza è un’opportunità: di andare con, ma anche di andarsene da. E’ moto per luogo, a luogo, da luogo. E, in un processo di separazione costruttiva, le due metà – partite – avrebbero il preciso dovere di ricostruirsi nella loro più integra identità. Di riconoscersi, come soggetti autonomi, consapevoli e in movimento. Soltanto allora potranno ricongiungersi e festeggiare il ritorno. Perchè solo due unità, e non due metà, sono la premessa di un amore autentico.
“Perciò, / partiamo, partiamo che il tempo è tutto da bere, / e non guardiamo in faccia nessuno, che nessuno ci guarderà. / Beviamo tutto, sentiamo il gusto del fondo del bicchiere; / e partiamo, partiamo, non vedi che siamo partiti già?” ( Viaggi e miraggi di Francesco De Gregori ).

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