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Big Screen: BLOOD STORY

Vuoi essere avvisato in anticipo dell’organizzazione di eventi, manifestazioni, rassegne, anteprime cinematografiche e film in programma nella tua zona? Manda un email a: piergiorgio.ravasio@email.it Blood Story“, libera rivisitazione in stile americano dello splendido film horror di qualche anno fa (“Lasciami entrare”) con la firma di Tomas Alfredson e, a sua volta, tratto dal romanzo di John Ajvide Lindqvist (dove, con il suo mix di idillio, orrore e sobborghi, riceve subito un’ottima accoglienza entrando nelle classifiche dei bestseller), viene ora portato sullo schermo da Matt Reeves (già regista di “Cloverfield”) con un’impronta, a differenza di quella europea del suo predecessore, prettamente americana. Remake a stelle e strisce che, per essere sinceri, ha mantenuto una notevole fedeltà al primo film, soprattutto in ambito di atmosfere e di narrazione. Non fermiamoci all’aggettivo horror per definire questa pellicola (apparentemente dal sapore adolescenziale, ma che piacerà di più a noi adulti), in quanto non capita spesso che un film, così catalogato, possa in realtà rivelarsi per qualcosa di molto più umano e profondo; specie quando altri blockbuster del settore (“Twilight” in primis) spostano la nostra attenzione su piani come quelli del mito classico del vampiro e non su quelli dove, attraverso dolorose vicende, si narra del difficile passaggio dall’età dell’infanzia a quella dell’adolescenza. Questa la trama (che sconsigliamo subito di dimenticare agli aficionados dello spargimento di sangue, sciorinate di aglio ed ostensione di crocifissi): Owen (il giovane ragazzo Kodi Smit-McPhee, compagno di viaggio di Viggo Mortensen nell’apocalittico “The road”) è un adolescente con le consuete problematiche (genitori in procinto di separazione, atti di bullismo subiti a scuola e vita molto riservata e chiusa, lontano dagli amici). Abby (la Chloe Moretz vista in film quali “Amityville Horror” e “The Eye”) si trasferisce a vivere, insieme al padre, nella stessa palazzina di Owen, col quale farà amicizia nelle gelide serate invernali, conversando timidamente sulla giostra in cortile e condividendo la medesima solitudine ed isolamento. L’arrivo della ragazza coincide con una serie di casi misteriosi che si verificano nella cittadina (un ragazzo morto ritrovato appeso ad un albero; un altro, assiderato, recuperato in un laghetto e via dicendo). Incidenti che, di lì a poco, verranno ricondotti all’autore che risulterà essere il padre della ragazzina. Owen, in men che non si dica, scoprirà presto di avere a che fare con un’amica vampiro la quale, nonostante l’apparenza, ha un centinaio d’anni e si serve del genitore per procurarsi il prezioso liquido rosso che le garantisca la sopravvivenza. Quando Owen sarà, per l’ennesima volta, oggetto di angherie da parte dei compagni di scuola, Abby interverrà in maniera radicale per salvarlo; anche se la cosa scatenerà eventi drammatici in cui entrambi troveranno il modo di riscattarsi: gli atti di sfida di Owen e il bisogno di sangue di Abby porteranno, infatti, i due giovani, ad un conflitto in cui entrambi saranno costretti a difendere le proprie vite e il loro desiderio di stare insieme. In un quadro adolescenziale conturbante e cupo, ma allo stesso tempo poetico ed inaspettatamente tenero e romantico, “Blood story” si risolve in un film crepuscolare e commovente; una storia che, pur appartenendo al genere horror e malgrado lo sfondo deprimente dell’ambientazione, le aspre condizioni sociali, il bullismo e la violenza sanguinaria, è una romantica storia d’amore con un finale positivo e pieno di speranza. Dialoghi rarefatti ma essenziali, giochi di luce e di ombre, fotografia e atmosfere buie, notturne e cupe in cui risaltano solo il nero della notte e il bianco della neve (contrapposta alla bella luce della scena finale in cui i due giovani si avviano verso il loro ignaro futuro) ed eccellente colonna sonora firmata David Bowie e Culture Club per rimarcare i momenti più essenziali del racconto, vanno a comporre il quadro di un film che deve essere visto proprio perché, lontano dalle ferree logiche commerciali che impongono regole ben precise ai classici cliché di genere, va ben oltre quelli che sono i confini del genere per parlarci di una vicenda romantica e agghiacciante al contempo. La storia di un amore che fa uscire dall’oscurità; che dall’andare a picco permette di venire all’improvviso salvati da una mano soccorritrice del tutto inattesa (la scena finale della piscina), insegnandoci come amore e fiducia possono essere le fondamenta per una crescita e una liberazione individuale. a cura di Piergiorgio Ravasio da Bonate Sopra

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