Ci sono profili che non si attraversano con un semplice scroll: si abitano, come si abita una stanza silenziosa o una pagina sottolineata più volte. Spazi digitali in cui la parola non corre, ma resta, e chiede di essere ascoltata. Un luogo che unisce estetica, poesia e cultura, in un mix che conquista l’occhio, l’anima e la mente.
Benedetta Ornella Fontana (www.instagram.com/benedetta_ornella_fontana) è una di quelle voci che hanno scelto di portare la letteratura là dove non è scontato trovarla, trasformando i social in un luogo di profondità, grazia e riflessione. Il suo profilo Instagram, seguito da quasi 30.000 persone, non vive di clamore, ma di risonanza: una comunità ampia e trasversale che cerca parole capaci di accarezzare e, insieme, di scuotere. Una comunità che non ha paura di affrontare la rima e l’eros, perché la parola è il filo conduttore di un viaggio che cerca la bellezza.
La sua voce nasce dalla scuola, dai libri, dall’ascolto quotidiano dell’umano. E ritorna sempre a un’idea antica e necessaria, che attraversa i secoli.
Come scrive Fëdor Dostoevskij: «La bellezza salverà il mondo». Ma solo se impariamo a riconoscerla, a custodirla, a viverla.

Chi sei, oggi, nel tuo spazio social?
Sono la stessa persona che entra in aula ogni mattina: una persona che crede profondamente nel potere delle parole. I social per me non sono una maschera, ma un’estensione naturale di ciò che vivo e penso. Porto lì riflessioni, letteratura, domande sul presente, con lo stesso rispetto con cui apro un libro o ascolto uno studente. È un luogo diverso, ma l’intenzione è identica.
Perché hai scelto di esserci?
Perché me lo hanno chiesto i miei studenti. Mi hanno fatto notare che molte riflessioni nate in classe potevano parlare anche a chi era fuori. Io non frequentavo i social, non appartenevano alla mia sfera. Poi ho capito che potevano diventare un ponte: dalla letteratura alla vita, dal passato all’oggi, dalla scuola al mondo. La letteratura, eterna e meravigliosa, diventa occasione di confronto col presente utilizzando un mezzo di comunicazione nuovo. Si adatta, si plasma, ma non perde il suo fascino.
Cosa cerchi di portare nel flusso veloce dei social?
Lentezza. Profondità. Uno spazio in cui si può approfondire quello che accade oggi, appoggiandoci a parole scritte magari secoli fa. Cerco di lasciare una traccia per dare uno spunto di riflessione che accompagni chi legge anche dopo aver chiuso l’app. Un pensiero che continui a lavorare dentro.

Che tipo di comunità hai incontrato?
Una comunità molto più attenta di quanto si immagini. Persone desiderose di parole che non siano solo consumo, ma esperienza. Ricevo messaggi lunghi, meditati, spesso intimi. Questo mi ha insegnato che non è vero che sui social non ci sia ascolto: dipende da come li si abita e da cosa si decide di offrire.
Molti parlano di semplificazione della cultura. Tu come la vivi?
Per me non è semplificare, ma aprire. Portare certi temi, certi autori, certe domande in un luogo dove non è facile incontrarli. Se qualcuno oggi sa qualcosa in più rispetto a ieri, se nasce una curiosità nuova, per me è già un risultato enorme. È condivisione, non impoverimento.
Anche l’immagine ha un ruolo importante nel tuo profilo. Perché?
Perché forma e sostanza non sono separabili. I Greci parlavano già di bellezza e virtù insieme. Se ciò che abbiamo dentro è nobile, inevitabilmente si riflette anche fuori. Mi piace scardinare l’idea che chi parla di cultura debba essere trasandato: io sono orgogliosamente una donna curata, perché la cura è rispetto.

Che rapporto c’è tra bellezza e profondità, per te?
La bellezza è ciò che ci spinge ad andare oltre la superficie. È ciò che ci aiuta a scavare nel mondo e in noi stessi. Non è ciò che appare, ma ciò che ci mette in movimento, che ci trasforma, che ci invita a una continua evoluzione dello sguardo.
La letteratura che condividi nasce anche da un bisogno personale?
Sempre. Come scrive Cesare Pavese, «la letteratura è una difesa contro le offese della vita». Da adolescente sentivo il bisogno di pormi domande profonde, di girare intorno ai miei perché. Le risposte le trovavo nei libri, che diventavano una forma di protezione e di conoscenza. Anche a costo di sentirmi diversa, o di essere vista come tale, nella letteratura trovavo soddisfazione autentica.
Ricordi il primo libro che ti ha segnata?
Il ritratto di Dorian Gray. Già allora sentivo la necessità di scavare dentro di me. Come detto, mi sentivo diversa dalle altre, ma profondamente in pace con me stessa. Quella diversità è diventata, nel tempo, una ricchezza e una direzione. E questo è uno dei libri che consiglio ai miei ragazzi, ma che continuo a considerare indispensabile per me stessa. L’avrò letto una decina di volte, ogni volta con sorpresa autentica.

Tra le tue letture recenti c’è anche Anaïs Nin. Cosa ti ha lasciato?
Anaïs Nin mi ha insegnato che si può parlare di desiderio con grazia. La sua è una scrittura erotica mai volgare, mai banale, fatta di sensazioni e profondità. È una scrittura che eleva, che restituisce dignità all’intimità e allo sguardo femminile.
Guardando al futuro, quali progetti ti attendono?
Un romanzo, sicuramente. Un progetto editoriale vivo, che pulsa, che ha bisogno di tempo e ispirazione. Continuo a condividere piccoli estratti, a lavorare su nuove rubriche, senza mai rinunciare all’insegnamento. Essere docente di lettere è la mia radice, e non potrei mai separarmene.
Cosa vorresti restasse a chi ti segue?
La consapevolezza che la bellezza non è un lusso, ma una responsabilità. Che non è solo ciò che appare, ma ciò che ci trasforma. Se anche una sola persona, leggendo una poesia o una riflessione, si sente un po’ più viva, allora tutto questo ha avuto senso.


