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ARTURO E CARLOTTA (2^parte)

Si svegliò di colpo e si accorse che aveva dormito quasi due ore. Si sciacquò la faccia per riprendersi e tornò in paese, diretto verso il bar dove Carlotta lavorava tre pomeriggi a settimana. La trovò meno sorridente del solito, quel pomeriggio. Un’ombra le scuriva gli occhi di solito trasparenti come il cristallo. Aveva perso il padre da pochi mesi, e ogni tanto si perdeva anch’essa nel suo ricordo, struggendosi per non poterlo abbracciare, legata com’era stata a lui. Arturo si limitò a guardarla in silenzio, rimandando a un altro giorno il bacio che le voleva chiedere.
Era un libro aperto, Carlotta. Nei suoi occhi Arturo le leggeva la vita, gli sembrava di averla sempre conosciuta, quell’anima persa. Gli sembrava che tanti anni non fossero mai passati, come se il tempo si fosse fermato. Come se l’eterno tintinnio dei secondi che scorrevano avesse smesso di rotolare giù per quel burrone, in discesa, senza freni. Come se un lieve profumo d’erba appena tagliata fosse arrivato a risvegliare, in quel pomeriggio di fine anno, un lontano ricordo, e l’afa di quell’estate all’ombra di una chiesa di campagna. La salutò con un cenno della mano, e si diresse al porto, dove sapeva che la vecchia osteria che frequentava da anni lo avrebbe riscaldato con un sorso di whisky. Si sedette, ordinò, e si prese il viso tra le mani, socchiudendo gli occhi. La musica in sottofondo gli ricordò ancora quelle estati in cui le camicie bianche e lunghe stavano fuori dai pantaloni, di tre taglie più grandi, e si girava per mercati rionali a salutare amici persi lungo la strada, e tra la scuola e la piazza la strada non era ancora asfaltata e si vedevano i primi frutti sugli alberi intorno al monumento ai caduti.
Un fastidioso tintinnio lo distrasse, aprì gli occhi e notò una donna bruna, di quarant’anni o giù di lì, che stava cambiando una banconota per mettersi a giocare alle slot. Plink plink plink, plonk plonk plonk.
In pochi secondi quella banconota si trasformò nell’ennesima delusione della sua vita. Sconsolata, la brunetta uscì sbattendo la porta.
Arturo cercò di riprendere il filo dei suoi pensieri e tornò a quei giochi d’estate, prima che il suo mondo cambiasse prospettiva, ma durò poco.
La brunetta era tornata, e ancora una volta stava rifocillando l’affamata macchinetta.
La osservò a lungo, mentre pigiava i tasti della sua vita, un po’ indispettito da quei suoni così stridenti, così stonati rispetto alla musica che secondo lui aveva dentro. Ancora una volta la donna fu delusa, abbassò lo sguardo sul telefono che trillava messaggi, e uscí. Arturo finí lo scotch, pagò il conto e si diresse alla macchina.
Notò la brunetta che accanto a un distributore di bevande sedeva su un trono di plastica contemplando lo schermo del telefono.
“Ehi, vuoi qualcosa che ti faccia piacere?”
Arturo sorrise e la salutò togliendosi il cappello, brindando in cuor suo a quando le avrebbe risposto altrimenti. Accese di nuovo il motore e lo spense solo una volta arrivato al molo, dal quale si godeva della vista migliore di tutta la zona.
Lo percorse a piedi fino al fondo, poi si sedette sul bordo. Era quasi sera, e Arturo rifletteva specchiandosi nell’acqua scura del lago, appannando gli occhiali col tepore del suo respiro calmo, e si accorse che Carlotta era sempre in cima ai suoi pensieri. Carlotta con la bocca a cuore e gli occhi di smeraldo, Carlotta che rideva, che si muoveva per casa sculettando mai sul serio, che gli chiedeva “checc’è? ”sapendo che lui le avrebbe risposto “ti guardo…” Carlotta coi suoi sorrisi ammiccanti e i capelli arruffati del mattino. Carlotta che ogni tanto l’attraversava un’ombra, e lui che si sentiva eternamente in colpa, sempre in debito verso chissà chi e chissà cosa. Lui che non amava sentirselo dire. Lui che non amava sentirselo bruciare, quel nervo scoperto.

e ne rendeva conto, specchiandosi nell’acqua scura del lago. Attraverso le lenti appannate scorse un gabbiano a pochi passi da lui. Si tolse il cappello e guardando verso il cielo assaporò la pioggia e sorrise. Stava facendo buio, era ora di andare. Si incamminò lungo la strada che attraversava il confine dei sogni e rivide il vecchio sentiero, lo imboccò e scorse, nascosta tra le erbacce, la botola che solo lui conosceva.
Prese la scala che lo aspettava da mesi accanto al prefabbricato che ormai cadeva a pezzi, e la calò nel pozzo. Salutò il topo che gli porgeva una fragola, confuso, e la rana che gonfiando le guance gli offrì un gluck di benvenuto.
Gli sembrò che le pareti fossero meno scivolose di un tempo, quando il muschio la faceva da padrone e lui volgeva lo sguardo al fondo.
Seduto su una pietra affiorante dalla melma, guardò verso l’alto, come poco prima aveva fatto al lago. Un tondo raggio di luce entrava dall’imboccatura, assieme a poche gocce di pioggia che tracciavano linee convergenti verso l’infinito biancore del cielo. Tirò fuori la lingua e le assaggiò. Il sapore del sale che gli usciva dagli occhi si mescolò all’acido della pioggia atomica che gli bucava la pelle, che come mille aghi gli pungeva il viso. Ancora lì, all’ombra della luce del buio. Un enorme ragno gli tessé l’amaca per riposare un po’, mentre la luna, bieca e di sbieco, faceva capolino dalla cima, sorniona, cosciente della sua bellezza. La dinamo stellata dell’universo girava attorno a lui, che come un bonario sole riscaldava ciò che poteva: fosse una minestra o una lastra di titanio da trasformare in un ruscello d’argento nel complicato gioco della mente.

Si scoprì intento a sognare di volare, nudo, mentre nel ristretto perimetro di quel pozzo saliva a spirale fino a schizzare via, lontano, sparato in un cielo di primavera senza peso, senza pesi, finalmente dotato di ali. E finì per dare un senso a quei minuti, che un senso ce l’avevano eccome.
Risalì gli scalini e riemerse, mentre la neve marcia si scioglieva in pozzanghere color del fango.
Si accese un sigaro e osservò il fumo grigio che si fondeva nel grigio del cielo. Salì in macchina, la radio suonava un vecchio brano dei Rolling Stones, alzò il volume e accese il motore.
Due ragazze minorenni di facili costumi, ai bordi della strada, lo salutarono come sempre. Pensò a cosa poteva uscire da quelle due vite, si chiese quale contributo portassero al mondo, cercò di capire quanto freddo avessero, e sentì che quella strozzatura al cuore gli impediva di deglutire il dolore che provava. Come se avesse voglia di urlare. Così cantò a squarciagola con Mick e gli sembrò che da qualche parte lei sorridesse.


Massimo Zucca

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